Il partito democratico al bivio

Stefano Rizzo

Aprileonline 30 aprile 2008

Il minicompromesso storico che si intendeva realizzare con la costituzione del Partito democratico non è riuscito a costruire quel blocco laico-cattolico o sinistra-moderato che era nelle ambizioni dei dirigenti comunisti fin dal lontano 1975. Ma nel continuare a correre dietro al voto cattolico il Partito democratico corre il rischio - come Roma dimostra - di alienarsi una parte cospicua della sinistra, cioè del suo elettorato storico

Non sappiamo se c'è qualche trama oscura dietro la mancata elezione di Francesco Rutelli a sindaco di Roma. Ma certamente c'è una trama molto chiara: semplicemente non è piaciuto all'elettorato.

La scelta verticistica di un candidato dell'ala cattolica del Partito democratico (diciamo così per non dire della Margherita), dell'esponente più autorevole di quella componente, non ha convinto l'elettorato cattolico e moderato della capitale. Nonostante le promesse e i favori elargiti alla Curia, nonostante le amicizie con i cardinali, nonostante le prese di posizione sui Dico e sulla laicità, Rutelli non ha attratto quegli elettori. Le gerarchie vaticane e gli elettori cattolici (diciamo, cattolico-clericali) si sono evidentemente sentiti più garantiti dal candidato sostenuto dai pluridivorziati Berlusconi, Fini, Bossi e Casini, ben sapendo che per i loro interessi, in primo luogo economici, il futuro governo di centrodestra offre maggiore sicurezza di protezione e allargamento.

Perché mai infatti le gerarchie ecclesiastiche avrebbero dovuto sostenere Rutelli, quando sanno benissimo che, nonostante le sue profferte di cattolicità e la forza di interdizione che ha dimostrato nel dibattito sulle diverse questioni della laicità, avrebbe comunque dovuto vedersela con la robusta componente laica, con l'anima - tollerante quanto si vuole, ma insofferente delle ingerenze ecclesiastiche - dell'altra componete del partito democratico, i DS, pur sempre di tradizione comunista?

Stesso discorso sulla sicurezza. Quelle tematiche, che secondo la vulgata comune sono sentite da tutti, nella loro valenza forcaiola e xenofoba sono molto bene interpretate dalla destra. Nonostante le "aperture" di molti sindaci sceriffi del centrosinistra, di recente convertitisi alla "legge e l'ordine", perché mai rivolgersi alla bottega democratica quando molto più credibili e coerenti, per un autentico forcaiolo e xenofobo, sono le posizioni della destra e del centro-destra (come dimostra il loro voto compatto dietro ad Alemanno)?

Se Francesco Rutelli non è riuscito a convincere i cattolici e i destrorsi, che hanno preferito l'originale all'imitazione, al contempo e per le stese ragioni non è piaciuto alla sinistra e ai laici, che appunto in larga parte non l'hanno votato. Non per qualche trama oscura, ma semplicemente perché la sua cultura politica, i suoi valori - peraltro rispettabilissimi - non corrispondono ai loro.

La sinistra vuole la sicurezza (e chi non la vuole? un masochista?), ma ritiene che vada perseguita in altro modo da quanto chiede e urla la destra: con la repressione quando è necessaria, ma senza indulgere alla demagogia e alle pulsioni xenofobe. Quelle fanno parte di un'altra tradizione politica, che non è la loro. La sinistra rispetta la religione, tutte le religioni, ma non vuole che dettino legge sulle coscienze e sui comportamenti di chi religioso non è. E tanto meno vuole che la Chiesa cattolica strappi benefici economici dallo Stato (oltre ai molti che già riceve) e faccia finanziare le sue scuole, i suoi ospedali, le sue lucrose attività economiche da chi non ne fa parte.

Gli elettori di sinistra non hanno seguito su questa strada il candidato democratico al comune, e non l'hanno votato; mentre, in larga parte, si sono riconosciuti in quello per la provincia, che rappresenta una diversa tradizione politica, più vicina alla loro, che hanno pensato possa interpretare meglio i propri valori. Dov'è lo scandalo? Hanno sbagliato? Avrebbero dovuto "turarsi il naso" e votare anche Rutelli, oltre a Zingaretti? Forse i dirigenti di Sinistra arcobaleno, i quadri, gli aspiranti consiglieri e assessori, l'hanno fatto, e a ragione. E' comprensibile che non desiderassero essere tagliati fuori anche dal governo di Roma, dopo essere stati cacciati dal parlamento. E non (solo) per interesse di "casta", ma perché la loro cultura politica, per quanto radicale, è una cultura di governo e da lì, dalle amministrazioni locali, bisogna ripartire per ricostruire il consenso, per ritornare a governare, ad amministrare, a cambiare le cose. Ma i loro elettori, meno politici e meno calcolatori, evidentemente non l'hanno pensata così. Sono andati dietro ai propri valori e ai propri umori, ai propri mal di pancia, e hanno bocciato Rutelli.

Adesso la palla ritorna in campo democratico. Che ha davanti a sé una scelta molto semplice, anche se appare complicata dalle lotte correntizie e di personalità. Al centro non si sfonda e, con tutta evidenza, non si sfonderà: quella "pattuglia indiana" di cattolici (che in buona sostanza è costituita dalla vecchia, sempre minoritaria, sinistra democristiana) non è in grado di attrarre nessuno - nessun notabile e solo qualche elettore di buona volontà - al di fuori del proprio campo. In quella direzione non c'è niente da prendere.

Il minicompromesso storico che si intendeva realizzare con la costituzione del Partito democratico non è riuscito a costruire quel blocco laico-cattolico o sinistra-moderato che era nelle ambizioni dei dirigenti comunisti fin dal lontano 1975. Ma nel continuare a correre dietro al voto cattolico il Partito democratico corre il rischio - come Roma dimostra - di alienarsi una parte cospicua della sinistra, cioè del suo elettorato storico: una sinistra che, comunque la si voglia chiamare, è in larghissima parte una sinistra parlamentare e (in prospettiva) di governo, che pur sballottata e frastornata dai cambiamenti degli anni '90 e 2000, anche quando ha abbandonato l'appellativo "comunista" continua a riconoscersi in quella tradizione politica, nei suoi valori di laicità, di giustizia sociale, di democrazia rappresentativa e partecipata.

Quanto pesa questa sinistra? Tanto. Un elettore su dieci in Italia e uno su sette a Roma si considera di sinistra e si riconosce in quei valori. Se il Partito democratico vuole crescere è in quella direzione che deve guardare, al suo popolo della diaspora. Intanto dovrà ricominciare ad usare la parola "sinistra", che ha buttato via in questa campagna elettorale, e cercare di comprendere che cosa significa. Oppure diventerà, davvero, un'altra cosa.

 

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