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Erri De Luca Scrittore deluso e arrabbiato «Lo sbaglio si chiama Rutelli» |
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Un consiglio alla sinistra: «Impara a speculare sul coraggio» |
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Susanna Marietti Giulia Pandolfi |
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Liberazione 30 aprile 2008 Erri De Luca è un grande scrittore italiano. Negli anni ’80, quando Alemanno cominciava le sue scorribande nella capitale, De Luca era alla fine quell’ondata di impeto politico che aveva portato in piazza un’intera generazione. Ma le strade di Roma le aveva frequentate negli anni precedenti, insieme ai tanti che vi erano. Ieri la città si è svegliata per la prima volta con un sindaco postfascista. Cosa rappresenta per lei la vittoria di Gianni Alemanno? Rappresenta l’errore nella scelta del candidato contrapposto. Non si doveva imporre nuovamente ai cittadini romani un “arnese” scaduto. Rutelli appartiene a quella classe dirigente che è stata bocciata alle elezioni nazionali del 13 aprile. Imporlo è stata una prepotenza nei confronti dell’elettorato capitolino. Zingaretti avrebbe stravinto contro Alemanno. Avrebbe preferito vedere Zingaretti candidato a sindaco di Roma? Non io, non si tratta di questo. Avrei preferito un’intelligenza politica. Ma ci ho rinunciato da un bel po’… Cosa avrebbe cambiato della campagna elettorale di Rutelli? Rutelli. Perché ha vinto Alemanno? Perché ha incarnato l’immagine di un volto nuovo. Rispetto a Rutelli, ha un margine di attrazione ben più forte. Come giudica le scene dei festeggiamenti per la vittoria di Alemanno, con cori e gesti spesso apertamente inneggianti al fascismo? Guardi, fin troppo moderate. Abbiamo visto delle immagini tutto sommato composte. Il fatto che la destra si prenda il Comune di Roma dopo 63 anni è una cosa talmente clamorosa che mi sarei aspettato festeggiamenti assai più fragorosi. Lo sono di più quelli per la vittoria di uno scudetto. Circa 50.000 persone hanno votato per Zingaretti alla Provincia e per Alemanno al Comune. In quali settori delle società dobbiamo ricercare queste persone? E che messaggio ci dà questo voto disgiunto? Ripeto: il messaggio è molto chiaro e semplice. Molti di coloro che hanno sempre garantito una maggioranza di centrosinistra al Comune di Roma si sono sentiti delusi e irrisi dalla candidatura di Rutelli. Neanche la minaccia di veder vincere un sindaco postfascista è stata più forte dell’insulto per l’automatismo politico con cui si pretendeva di perpetuare il passato. Il tema della sicurezza ha avuto un ruolo decisivo in questa campagna elettorale. E’ proprio inevitabile che sempre più si radicalizzi nel Paese il messaggio per cui il governante deve essere in primo luogo colui che sa garantire la sicurezza del singolo individuo? Guardi, nessuno potrà garantire la sicurezza del singolo italiano, perché non è garantibile. C’è una quota di illegalità e di desolazione che non è estirpabile. Il punto è che viviamo in un Paese impaurito, e la destra specula sulla paura. Su quel sentimento ha la prevalenza, perché la paura è un brutto sentimento e sui brutti sentimenti di solito la destra prevale. Quello su cui la sinistra dovrebbe “speculare” – mi passi il termine – è il coraggio. Ma a me pare che non ci sia nessuno che osi rovesciare i termini. E se si insegue la paura continuano a vincere loro. Quale dei due livelli, a suo avviso, ha contribuito di più alla sconfitta della sinistra a Roma: quello del mancato radicamento territoriale, che è venuto meno dopo la grande tradizione del Pci, o quello della proposta teorica, considerata insufficiente? Nulla di tutto questo, o almeno non tanto di questo. Alle comunali si vota la persona e non il progetto politico o la teoria. L’elettore vota la persona di cui si fida. Da dove ricominciare per invertire questa regressione culturale razzista e forcaiola? Dalle persone e dal sentimento del coraggio.
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