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Invidio le certezze di chi di fronte al disastro ha già individuato una strada |
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Nicoletta Pirotta segreteria regionale Prc Lombardia |
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Liberazione 30 aprile 2008 Caro direttore, l’esito elettorale costringe la sinistra a interrogarsi e riflettere sulle cause della propria débâcle. Questo di per sé non sarebbe un male se “ripartissimo dal 3” per riaggiornare le analisi sul modello neoliberista e patriarcale, ridefinire i nostri orizzonti di senso, verificare e riattualizzare i contenuti e le pratiche, rinvigorire le relazioni fra noi, cioè per “fare società”. Un’impresa affascinante che mi riporta agli anni giovanili del mio impegno dentro le Acli della diaspora cattolica. Riaggiornare le analisi sul modello neoliberista ci servirebbe per comprendere meglio, forse, la fallimentare esperienza governativa che senza dubbio ha a che fare con i nostri limiti ma anche, forse, con le caratteristiche dell’attuale fase del capitalismo (consiglio a questo proposito la lettura di “Shock economy” della Klein). Allo stesso modo ridefinire gli orizzonti di senso e i contenuti potrebbe aiutarci a capire meglio come si ricostruisce una partecipata conflittualità sociale in grado di produrre “coscienza di sé”, quanto oggi siano fortemente intrecciati i temi del lavoro, dell’ambiente, della pace, dell’autodeterminazione e dei diritti civili (intuizioni presenti nel programma della Sinistra Arcobaleno che non giudicherei superate o da buttare…) e che, se vogliamo rifondare una sinistra che non solo c’è ma è anche utile, dovremmo affrontare contemporaneamente la precarietà del lavoro e della vita insieme alla consapevolezza che dentro gli attuali rapporti di forza la sinistra non può che ripartire dall’essere minoranza (anche se non minorità). Riattualizzare le pratiche ci consentirebbe di uscire dall’astrattezza di alcune affermazioni (rifondare il partito, ritornare al territorio) per promuovere iniziative concrete adeguate alla realtà, Per fare un partito non basta scriverlo sui documenti, occorre lavorare, e sodo, per costruire azioni e relazioni in grado di contrastare (se si riesce) i processi in atto. Così come non parlerei di ritorno al territorio (non mi pare che l’abbiamo mai lasciato) ma di migliore conoscenza della realtà in cui ciascuna/o di noi si trova a vivere e a lavorare per coglierne meglio i processi, le dinamiche, le debolezze, le opportunità ed agire di conseguenza. Rinvigorire le relazioni fra noi ci consentirebbe di provare (finalmente!) a cambiare noi stesse/i insieme al mondo perché, forse, la separazione fra ciò che siamo, diciamo, facciamo ha qualcosa a che vedere con la sconfitta subita. Sono solo suggestioni per iniziare a discutere. Invidio le certezze di chi di fronte al disastro ha già individuato una strada. Io ho solo dubbi, domande e qualche intuizione che mi piacerebbe discutere collettivamente, contemporaneamente fuori e dentro il partito. Per questo chiedo che il nostro congresso non sia né finto (un falso “volemose bene” che impedirebbe alle differenti opzioni, tutte a mio avviso legittime, di manifestarsi confrontarsi se necessario confliggere positivamente) né guerrafondaio (dominato, cioè, da conflitti distruttivi capaci solo di produrre rese dei conti e quindi vinti e vincitori nella peggiore tradizione della sinistra). Ne saremo capaci? Anche se non abbiamo cominciato bene me lo auguro lo stesso, soprattutto per zittire dentro di me il richiamo prepotente di Lassie che mi invita a tornarmene a casa.
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