|
Campidoglio, Corsera e Pd. Postfascismo contro vecchio antifascismo: la neolingua della borghesia che fu “liberale” |
|
Il postfascismo della borghesia che fu “liberale” |
|
Anubi D’Avossa Lussurgiu |
|
Liberazione 30 aprile 2008 C’era una volta in Italia una borghesia liberale...Certo: è l’ennesimo mantra della frustrazione, un’altra messa in scena dello spaesamento di cui diamo spettacolo da 15 giorni. Non dovrebbe essere una scoperta d’oggi che la «borghesia liberale» è concetto alquanto etereo, da noi, persino storicamente. Così com’è incredibile gridare sgomento al primato della Lega nel Lombardo-Veneto e nella “classe operaia”: che è solo una terza volta dopo il 1992 e il 1996. Così come, ancora, è stupefacente stupefarsi dello sfondamento della destra post-neo-fascista nelle periferie romane già “rosse”: già nel senso di decenni fa, prima della prima “rivelazione”, il trionfo riscosso nel 1993 nei «quartieri-dormitorio» da Fini. Ma, insomma, questi sono specchi della per nulla creativa distruzione della memoria (del contemporaneo) da parte della “nostra” cultura, quella “di sinistra”. Invece la questione di una borghesia liberale - e democratica - pur se contribuisce ai disturbi ottici che scontiamo riguardo la società italiana e le “alleanze possibili”, è tutt’altro problema: attiene ai sempre vincenti, quelli che al potere c’erano, ci sono e ci resteranno. E allora fa una certa impressione leggere il giorno dopo la “presa” del Campidoglio, cioè ieri, il giornale che d’essere voce della borghesia autodefinita liberale ha da sempre fatto il suo vanto: il Corriere della Sera. Uno legge l’editoriale, che comincia così: «Il significato storico della vittoria di un esponente della destra ex missina nella capitale d’Italia non va sottovalutato». E uno pensa: però, questi liberali, ancora capaci di allarmarsi. Poi legge le righe seguenti e scopre che è il contrario, l’esatto contrario. Scandisce l’editoriale di ieri del Corsera: «Gianni Alemanno sindaco di Roma rappresenta uno spartiacque che legittima pienamente l’arco costituzionale della Seconda Repubblica: postfascista, più che antifascista, almeno non nel senso un po’ ossificato e molto strumentale nel quale una parte della sinistra ha continuato a rappresentare e svilire un valore fondante come l’antifascismo». Cornuti, mazziati e anche un po’ presi in giro, tutt’insieme ai lettori: perché Massimo Franco non sarà uno dei «professori» del Corrierone, ma quanto a sofismi non li fa rimpiangere. Vediamo. L’antifascismo è un valore fondante e guai a “certa” sinistra che l’ha svilito strumentalizzandolo: però viva la Seconda-Terza Repubblica non più antifascista bensì postfascista. A rigor di logica non sembrerebbe funzionare. Ma funziona, al suo scopo: perché qui si tratta di costruzione di senso comune. E poggia a sua volta su un senso comune già depositato, gli dà forma politica e lo dilata al futuro. Di che si tratta, dunque? Di nient’altro che del funerale delle residue illusioni sulla Costituzione repubblicana e sulle sue basi storiche come fondamenta condivise del discorso pubblico. Si direbbe: è un gioco pericoloso, lo si è già giocato negli anni 90 e si ebbe la “scesa in campo” berlusconiana, quindi la recidiva della «Lega costola della sinistra», salvo poi affidarsi all’ipotetico argine dell’antiberlusconismo. Ecco, appunto: qui si segnala che il dato di fatto delle elezioni politiche 2008 è registrato e lo si impugna per padroneggiarlo. Ossia: l’antiberlusconismo è morto e sepolto dopo essere stato utilizzato per strappare una cambiale per niente in bianco, quella degli elettori (per 20mila voti di vantaggio) all’Unione nel 2006. E allora per normalizzare Berlusconi, adesso, niente di meglio che normalizzare anche Alemanno. E’ esattamente lo stesso ragionamento che si rileva dietro le parole dell’apparente contraltare del nuovo sindaco di Roma, il presidente della Provincia, il piddino Zingaretti. Il quale parla del trionfo di Alemanno e della disfatta del centrosinistra romano come esito «naturale» di «un ciclo politico di 15 anni»: è il mercato dell’alternanza, bellezza. Lui, però, a Palazzo Valentini ha vinto lo stesso: e quindi dice che gli è capitato perché «innovativo». Ergo, assegna la stessa patente al neo-sindaco. Sarà pure uno dei tanti calci negli stinchi - questo, a quelli di Veltroni - che vengono scambiati nel Pd reduce dalla catastrofe, appena dopo aver celebrato quella della sinistra, cui ha collaborato scientificamente. Ma c’è qualcosa di più. Perché l’incensamento dell’avversario vincitore, incidentalmente Alemanno Gianni, la compie tale e quale anche Massimo Cacciari, invece di Veltroni apologeta: quel giovane della «destra sociale», dice, a Roma rappresenta «il nuovo». Sì, c’è qualcosa di più: lo stesso che si pensa a via Solferino. Lo stesso che fa un modello bipartizan del mitico Sarkozy: quello che ha vinto dopo aver fatto guerra aperta alle banlieues. Tutto sommato, è pur bene prenderne atto: questo è in Italia - e non solo - lo stato del discorso pubblico. Che non si è riusciti a cambiare. Qui si sta, da questo ora occorre fare esodo.
|