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Fallita l’ipotesi di spostare al centro l’anima della sinistra. Il partito di Walter inadatto all’opposizione. Se nel Pd tornasse un po’ di socialdemocrazia, e se la sinistra ritrovasse un po’ di capacità di iniziativa... |
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Fine corsa per il veltronismo (e qualche idea per ripartire...) |
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Ritanna Armeni |
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Liberazione 30 aprile 2008 Forse Veltroni rimarrà in sella ancora per qualche tempo, ma il veltronismo è finito. Ha esaurito in poche settimane la sua spinta propulsiva, ha cancellato il suo messaggio con una velocità insospettabile. Qual era il progetto politico che Walter Veltroni ha cercato di portare avanti? Un partito democratico, a-ideologico, che superasse le distinzione fra destra e sinistra, aprisse al centro e rompesse con la sinistra radicale. E quindi anche con l’Unione di Romano Prodi che si fondava sull’alleanza fra questa, il centro e la sinistra riformista. Un partito che accettasse le regole del mercato, ma le moderasse, cercando di smussare gli angoli più duri della vita lavorativa con un minimo di solidarietà sociale. Che rendesse più “piacevole” la società, almeno per coloro che sono fuori dal bisogno, e che evitasse al bisogno di diventare una ferita sociale troppo pericolosa. Su questo progetto Walter Veltroni ha ricevuto il consenso delle primarie e ha accelerato la caduta del governo Prodi. Ma poi sono cominciati i guai. Il veltronismo non può che essere un progetto di governo. Nel suo dna non è contemplata l’opposizione, anche la più costruttiva delle opposizioni, semplicemente perché esso non comprende quel progetto diverso di società che è contenuto anche dalla più blanda proposta socialdemocratica. La prima battaglia persa è stata quella per rinviare le elezioni cercando prima la riforma elettorale che avrebbe impedito (forse) una vittoria così netta del centrodestra. La destra si è opposta e con l’aiuto, in questo caso, di Pier Ferdinando Casini, ha impedito ogni rinvio dell’appuntamento elettorale. Nella seconda battaglia, quella elettorale, è stato perso il governo. Il partito democratico spostato verso il centro ha ottenuto un obiettivo contraddittorio. Ha perso voti lì dove pensava di ottenerli ed ha bloccato l’emorragia grazie al voto utile proveniente dalla sinistra arcobaleno. Determinando, di fatto, la sua cancellazione da ogni rappresentanza parlamentare. La fase tre è stata la tragica sconfitta romana. Dopo 15 anni di governo della sinistra il Campidoglio è stato consegnato a Gianni Alemanno di Alleanza nazionale. Per il Popolo della libertà una vittoria fino a qualche settimana fa insperata, e che è la sconfitta di un’altra faccia del Veltronismo. Non è difficile prevedere nelle prossime settimane nuovi guai. Antonio Di Pietro, il più fedele alleato del pd, scalpita. Non farà parte dei gruppi parlamentari dei democratici, ha firmato i referendum di Grillo e cerca di convogliare nel suo partito le spinte antipolitiche e giustizialiste. Quanto ai radicali, che nelle liste del Pd sono entrati a malincuore, il loro smarcamento non è lontano. Ottenuto il pugno dei deputati che ritenevano importante per poter avere qualche voce in Parlamento, ora aspettano solo di farla sentire quella voce. Ma il guaio più grande sta per aprirsi all’interno del pd fra le due componenti più importanti, i Ds e la Margherita. Il voto di Roma ha dimostrato che una parte del Pd non ha votato Rutelli, mentre ha votato Zingaretti alla provincia. Una sfiducia nei confronti del candidato sindaco di cui vanno esaminati i motivi, ma che, secondo molti osservatori, proviene dalla componente ds del partito (per altri invece proviene dalla sinistra arcobaleno, ma questo non ha una grande rilevanza ai fini dell’analisi) e che provocherà sicuramente un terremoto interno. A questo punto è francamente poco interessante il quiz di molti giornali e telegiornali sull’opportunità che Veltroni rimanga o meno segretario del Pd. Il problema è la risposta che il partito democratico deve dare alla crisi del Veltronismo. E, a mio parere, non solo il pd. La crisi del veltronismo riguarda direttamente anche la sinistra sconfitta così pesantemente dalle elezioni politiche. Non occorre un grande acume politico per osservare che il progetto – anch’esso veltroniano, ma appoggiato dalla sinistra arcobaleno - di una sinistra divisa in riformisti e radicali ha perduto. E non occorre neppure una straordinaria intelligenza per notare che questa divisione ha portato ad uno stordimento che peggiora i caratteri, aumenta i settarismi, provoca ulteriori divisioni, alimenta i sospetti, fa nascere nuove guerre intestine. E soprattutto allontana ancora di più gli elettori, semina sfiducia. La sconfitta è stata grave, ma lo sarebbe ancora di più se ci impedisse di pensare, di progettare e di osare. E’ così assurdo immaginare, dopo il fallimento del veltronismo, un partito che cerchi un’altra strada e ritrovi alcune sue radici socialdemocratiche? E’ impossibile che i dirigenti di quella che è stata la sinistra arcobaleno smettano di dilaniarsi fra chi vuole conservare Rifondazione e chi vuole l’unità della sinistra, quando queste elezioni hanno distrutto entrambi? E’ impensabile che fra un partito socialdemocratico e una formazione, qualunque essa sia, con contenuti di più radicale trasformazione della società, nasca un nuovo dialogo e un nuovo interesse reciproco? Senza pregiudizi e senza reti, a cominciare dalla discussione sul problema più drammatico che oggi abbiamo di fronte: il prossimo attacco ai lavoratori, al loro contratto e al loro sindacato. Non è poca cosa confrontarsi su questo, magari con qualche nuova idea, che superi i nuovismi che mascherano i cedimenti e i meccanismi difensivi che nascondono le incapacità. E con un po’ più di rispetto e di affetto per tutti noi – davvero tutti – che da queste settimane usciamo feriti ed ammaccati.
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