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Una sana e consapevole politica partecipata |
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Giovanni Cesareo |
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il manifesto 24 aprile 2008 Adesso che il paese è sistemato (!) possiamo tornare a discutere dei grandi temi. E torna immediatamente sul tavolo quella «crisi della democrazia» che molti hanno indicato nel corso degli scorsi mesi come tema di grande e urgente rilevanza. A questo proposito la prima cosa della quale varrebbe la pena di discutere a fondo, a me sembra, è la «politica». Ma non come si fa di solito nelle stanze dei diversi poteri, sui giornali, in tv. E' necessario più che opportuno, invece, cominciare dal significato stesso che oggi si dà alla parola «politica». Ormai - e dico ormai perché non è sempre stato così - quando si dice «politica» ci si riferisce alle istituzioni governative, ai parlamentari, ai partiti e ai loro dirigenti, e a tutto ciò che avviene a questi livelli. Si contrappone la «politica» alla «società civile» e, per quanto riguarda i cittadini comuni si lascia intendere che la «politica» attiene soltanto alle elezioni: si «fa politica» nella cabina elettorale e tanto basti. I cittadini stessi - non tutti, per fortuna - sembrano pensarla sostanzialmente allo stesso modo. Ora, il voto è indubbiamente un momento fondamentale di partecipazione alla vita della società e, in una certa misura, alla sua gestione. Ma non dovrebbe essere il solo e comunque non dovrebbe affatto essere limitato alle periodiche elezioni degli organismi parlamentari e amministrativi locali (ci sono anche i referendum, è vero, ma non basta ugualmente). Soprattutto, ripeto, il voto non dovrebbe riassumere in sé il rapporto dei cittadini con la «politica». Proviamo, invece, a considerare la «politica» come l'azione pratica per mettere a frutto nello spazio pubblico l'esperienza di vita che ciascuno quotidianamente accumula. L'azione pratica per mettere a frutto la «cultura del quotidiano» secondo la quale ciascuno - più o meno consciamente - regola la propria esistenza. L'azione pratica per cercare di trasmettere agli altri e quindi diffondere pazientemente sul territorio una cultura che aiuti a rivivere criticamente, nelle nuove condizioni di oggi, il rapporto tra lavoro e capitale, tra individuo e comunità, tra cittadino e istituzioni. Tuttora, certo e per fortuna, conosciamo molti italiani «di base» che danno questo significato alla «politica»: ma purtroppo sono ben pochi rispetto ai milioni che pensano alla «politica» nei termini che ho accennato sopra o addirittura si schierano per l'«antipolitica». La quale - guarda, guarda! - è poi anch'essa una forma della «politica», e come! Non per caso, per esempio, la Lega - che fino a prova contraria è una formazione politica - assorbe in sé tanta «antipolitica». La «politica» dovrebbe appunto essere l'azione pratica e determinata attraverso la quale cercare di influire sulla società, sulla organizzazione sociale, sulla vita sociale quotidiana in rapporto alla propria concezione del mondo, in rapporto ai propri ideali e, infine, in rapporto alla propria esperienza. Ci sono stati periodi nella nostra storia del Novecento nei quali questo modo di concepire la «politica» era diffuso a livello di massa e centinaia di migliaia lo attuavano, militando. Del resto, tuttora, come dicevo, ci sono movimenti e occasioni nei quali la «politica» è questo. Basti pensare al modo nel quale concepisce e pratica la «politica» il femminismo della differenza, ad esempio. Ma a livello del sistema dell'informazione e del sistema partitico e di governo, invece, da parecchio tempo si dà ormai per scontato che la «politica» sia da concepire come dicevo all'inizio. Magari sostenendo che «il mondo è cambiato» e che, dunque, non si può più ragionare «come si faceva un tempo». Ma, in realtà, proprio perché il mondo è cambiato si fa più necessario e urgente il rapporto di ciascuno con la pratica politica quotidiana. Per non subire semplicemente i cambiamenti che intervengono giorno dopo giorno: si può influire sul cambiamento, si può addirittura... cambiare il cambiato, o no? C'è da chiedersi se il disastro che la Sinistra Arcobaleno ha subito non sia da attribuire anche, se non principalmente, al fatto che anche qui abbia attecchito in qualche modo la concezione della «politica» come attributo delle istituzioni dirigenti e di governo e solo come una tantum per i comuni cittadini. Ho letto proprio in questi giorni che qualcuno in questa sinistra si è chiesto «come si potrà comunicare con i cittadini essendo fuori dal Parlamento». Io credo che bisognerebbe chiedersi, all'opposto, come si può andare in Parlamento se non si comunica con i cittadini, anzi se non si lavora quotidianamente con loro nel sociale. Si parla anche molto di «ascoltare» i cittadini e ci si autocritica per non averlo fatto abbastanza: ma l'ascolto, pur necessario ovviamente, non basta affatto - l'ascolto è fecondo se avviene nel corso di un quotidiano lavoro comune, perché dopo l'ascolto vengono le risposte e queste sono valide soltanto se vengono elaborate insieme sul territorio e in rapporto a un intenso scambio anche di valori. A questo punto va assolutamente precisato, però, che «far politica» insieme con i cittadini, quotidianamente, e quindi muovere la società nel profondo per cambiarla - se la si vuole effettivamente cambiare, ovviamente! - non è per nulla facile. Sarebbe un gravissimo errore dare per scontato che la «partecipazione» sia un'aspirazione permanente dei cittadini comuni. Forse in teoria, ma spesso è retorica. Paulo Freire, grande esperto dei movimenti «di base» in tutto il mondo, ha detto e scritto più volte che la partecipazione va «insegnata, stimolata, sperimentata permanentemente». E, inoltre, richiede un contesto che ne faciliti lo svolgimento. Per esempio, un contesto nel quale si tenga conto del fatto che la partecipazione alle decisioni - qualsiasi siano e a qualsiasi livello si presentino - non può avvenire con piena consapevolezza se non si dispone di tutte le informazioni utili e se queste informazioni non sono anche «di processo», se non danno modo, cioè, di conoscere e di conoscere in tempo tutti gli elementi che precedono il momento della scelta decisionale. A sinistra oggi, dopo il disastro, le polemiche infuriano e si dice e si ripete che si tratta di analizzare i propri errori e in primo luogo di «radicarsi sul territorio». Bene, giusto. Ma a che livello avvengono queste analisi e queste discussioni? E' troppo chiedere che, proprio in rapporto a questo, si ricominci a dare alla parola «politica» un significato e un'attuazione pratica profondamente nuovi rispetto al recente - e anche non tanto recente - passato?
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