La questione capitale Viaggio in una delle più popolose e popolari periferie di Roma, dove la destra cresce inesorabilmente malgrado la felice esperienza dei comitati di quartiere. E tra la sinistra e la popolazione c'è un tabù: la sicurezza

La paura di Tor Bella Monaca

Eleonora Martini

il manifesto 24 aprile 2008

Reportage Per la prima volta nell'VIII municipio, periferia sud-est di Roma, il presidente uscente del centrosinistra rischia al ballottaggio contro il candidato di destra. E così arriva in aiuto Veltroni, che da queste parti è più amato di Rutelli

Il sol dell'avvenire non è ancora tramontato completamente dietro la «Collina della pace» - «il cuore» della borgata Finocchio, ultimo scampolo di metropoli prima della definitiva campagna romana, nell'estremità sud-est della capitale - ma certo è appeso a un filo. Nel quartiere pensano che Veltroni si sia «montato la testa» proprio qui, quando il 17 dicembre scorso si fece vedere da queste parti «per la nona o decima volta» per inaugurare proprio quel parco - dedicato a Peppino Impastato - e «fece un vero bagno di folla». Rutelli sindaco invece non se lo ricorda quasi nessuno: «No, lui al massimo scendeva a Torpignattara». «Però adesso, giusto all'inizio di aprile, è venuto a fare campagna elettorale: gli abbiamo regalato un mazzo di rovi e ortiche per dirgli che così sono ormai diventate le periferie di Roma». Alemanno però, «quello no, qui non c'ha ancora mai messo piede».

Eppure Finocchio, come gran parte dell'VIII municipio - Tor Bella Monaca, Torre Maura, Torre Angela, Tor Vergata, Giardinetti, Lunghezza - da sinistra si sta spostando lentamente ma inesorabilmente verso destra. E domenica prossima i 205 mila abitanti del municipio «delle Torri» - uno dei più popolosi della capitale, più grande di una città media come Brescia - dovranno per la prima volta tornare alle urne per il ballottaggio, per scegliere se consegnare definitivamente alla destra questa fetta di territorio, oltre che l'intera città. Il Pd è consapevole dell'importanza di quei voti e per questo martedì scorso a Tor Bella Monaca c'era Veltroni in persona, venuto a sostenere il presidente uscente Fabrizio Scorzoni. Che però in verità per sé non dovrebbe correre grandi rischi - è al 46,22% contro il 40,71% - ma è quasi sicuro che invece non riuscirà a convincere tutti i suoi estimatori a votare anche per Rutelli (che qui si è fermato al 42,18).

In viaggio verso il nulla

Quando si entra nel territorio del municipio delle Torri, viaggiando sui vecchi trenini rinnovati solo con la plastica adesiva, che corrono - si fa per dire - lungo la via Casilina, e superano stazioni che a essere onesti fanno paura anche di giorno, ci si lascia alle spalle i quartieri più multietnici della capitale: Pigneto, Torpignattara e Centocelle, dove oramai crescono le seconde generazioni di immigrati bangladeshi, cinesi, indiani, pakistani, rumeni, russi, filippini, moldavi. Ma man mano che ci si spinge ai margini della metropoli però il panorama umano cambia, diventa sempre più monocolore, e i pochi immigrati visibili sono perlopiù giovani maschi provenienti dall'est europeo. Sono gli ultimi arrivati, i più precari, i più emarginati, sono le braccia al nero che vedi ogni mattina alle 7 in attesa del caporale, e che vivono stipati in pochi metri quadrati nelle vicinanze dei cantieri edili.

Le borgate dell'VIII municipio sono, relativamente, di recente insediamento anche se costellate dai resti delle torri del XIV secolo e con un sottosuolo tufaceo che nasconde antiche catacombe. Per secoli patrimonio agricolo della famiglia Borghese, dal dopoguerra in poi questo territorio è stato via via lottizzato dagli ex braccianti che solo dagli anni '70 hanno cominciato a trasformare le loro baracche in casette a mattoni e poi in edifici. Edilizia spontanea, senza alcuna regola e alcun piano urbanistico, e «autoprodotta» dagli immigrati di allora: abruzzesi, ciociari, molisani, campani. Gente che era costretta alla clandestinità da una legge fascista contro l'urbanesimo rimasta in vigore fino al 1961, che rendeva - come scrive Alessandro Portelli nel suo Città di parole - «praticamente impossibile all'immigrato l'iscrizione nel registro anagrafico del comune in cui si sposta, vincolandola all'avvenuta iscrizione nelle liste del Collocamento, per ottenere la quale è però necessaria la residenza nel comune stesso». Un circolo vizioso che nel 1958 aveva reso clandestino il 15% della popolazione romana. Ma proprio in virtù di queste caratteristiche qui il tessuto sociale godeva di un saldo senso di solidarietà consolidato nel tempo. Che ovviamente si è andato perdendo con l'arrivo massiccio di immigrati.

Diversa è la storia di Tor Bella Monaca, incredibilmente l'unico agglomerato urbano di tutto l'VIII municipio che assomigli un po' di più a un quartiere vero e proprio. Nata negli anni '80 su un Piano di zona interamente attuato ma che ha segnato il fallimento totale di un certo tipo di sperimentazione urbanistica, può vantare però un teatro, una biblioteca, una ludoteca, dei campi sportivi, piscine, centri musicali, oltre che consultori, e sedi municipali e sanitarie. Beni più unici che rari da queste parti. A Finocchio per esempio l'unico cinema che c'era è stato acquistato dall'immobiliarista Danilo Coppola, originario di queste parti, che prima di finire in carcere pare ne abbia cambiato la destinazione d'uso per trasformarlo nell'ennesimo centro commerciale. Eppure anche a Tor Bella Monaca la destra cresce. Certo, le uniche sedi politiche attive sull'intero territorio sembrano essere quelle di Forza Nuova, che dal suo circolo di Torre Angela organizza di tanto in tanto qualche fiaccolata anti immigrati. Mentre per il resto, tutto tace.

Modello social forum. O Lega?

Quasi tutto, perché all'ombra delle piccole torri romane c'è chi, messa da parte la stretta militanza politica, ha imbracciato piuttosto lo spirito anglosassone dei comitati di quartiere. Ce ne sono quattro, agiscono come lobby di pressione sulle istituzioni locali. Quello di Finocchio conta una cinquantina di iscritti che si riuniscono nel locale centro anziani e dall'elenco che la vicepresidente Noris Pivetta mostra, si capisce che sono efficaci: tanti i progetti approvati e già finanziati e molti altri quelli proposti. Tutti riguardanti strutture e servizi: scuole, trasporti, strade, biblioteche, illuminazione, fogne. «Se solo fossimo andati al voto tra un anno tutti si sarebbero resi conto di quanto è stato fatto con Scorzoni - dice Pivetta - Ma l'erba si sa, quando cresce non fa rumore». Il problema della sicurezza invece non è all'ordine del giorno, così almeno sembra. Pivetta, una donna energica sui 45 anni, politicamente a sinistra di Rifondazione, e che sembra piuttosto restia a scegliere tra Rutelli e Alemanno, sul tema vuole essere rassicurante: «Qui c'è molta integrazione - dice - abbiamo un sacerdote che accoglie ragazze madri immigrate e un'associazione che ogni mercoledì fornisce pasti caldi ai poveri. Nelle vicinanze ci sono un centinaio di zingari che oramai sono stanziali e vivono in casette prefabbricate, non danno alcun fastidio. Piuttosto aumentano gli scippi, ma a commetterli sono italiani drogati». Insomma, difesa degli immigrati a 360 gradi, a scapito dei «drogati». Con lei c'è Giulio Marchetti, il giovanile presidente del centro anziani, comunista doc, tanto da portare sempre al collo un ciondolo con falce e martello. Lui è deluso dalla sinistra e probabilmente, dice, non andrà a votare: «Dalla sinistra ci aspettavamo che non appoggiasse l'indulto e che invece tentasse di modificare la legge 30. Ora forse bisogna toccare il fondo per potersi rialzare». Però anche lui, come il presidente del comitato di quartiere, Luigi Di Bernardo, è entusiasta dell'esperienza di amministrazione partecipata che stanno vivendo.

L'impatto con la realtà

Tutti e tre, insieme, hanno appena finito di volantinare nelle strade del quartiere, per Scorzoni. Raccontano di quanto sia cresciuta «un'arroganza di destra, che non conosce regole né limiti», di quanti Suv nuovi si contino nel quartiere anche se, aggiungono, cresce anche un certo ceto di «immigrati dell'est arricchiti e in odor di mafia». Ma è Di Bernardo, il più anziano dei tre, alla fine, a sputare il rospo: «Oggi per la prima volta mentre volantinavamo mi sono accorto di quanto odio cova contro gli immigrati, delle donne soprattutto, contro le donne immigrate perché sottraggono i posti negli asili per i loro figli, spacciandosi magari per single - racconta -. C'è gente che conosco da una vita, amici, parenti perfino, che sono sempre stati di sinistra ma che stamattina ci hanno detto di votare per la destra. Questo odio mi fa paura, e mi fa paura che ce ne stiamo accorgendo solo adesso».

Dunque, è una questione culturale? «Ma la cultura dei centri commerciali chi l'ha promossa, io o Veltroni? Ormai mi rendo conto di essere diventata impopolare se chiedo una biblioteca», ribatte Noris Pivetta che accusa Rutelli, con il suo braccialetto elettronico, di correre dietro alla destra sulla questione della sicurezza. I tre compagni discutono tra loro, anche aspramente: non sarà un caso che sull'autobus quasi non si sente parlare d'altro, la sicurezza e gli immigrati. E alla fine tutti e tre sono d'accordo su una cosa: ci vogliono più pattuglie di polizia e più controllo del territorio. «Ci vuole una ripulita - dicono, quasi in coro - chi non sta qui per lavorare se ne deve andare».

Molto meno paludata la signora Loretta Antonucci, anche lei del comitato di quartiere, che vive a Finocchio da più di 30 anni. «Le assicuro che non è solo un allarme montato ad hoc dalla destra, la situazione negli ultimi anni è molto peggiorata e oggi non c'è un bar che non sia stato rapinato, c'è una criminalità che agisce senza più controllo. Il problema non sono gli immigrati, ma certo ci sono tanti clandestini che non lavorano, che si ubriacano e rendono le strade meno sicure. Se ci fosse più controllo ci sarebbe più integrazione».

Cominciò così anche nelle banlieues

La signora parla di quel senso di estraneamento percepito dalla popolazione che, come è ben descritto nel rapporto della Caritas sulle periferie italiane del 2007, si sente «senza punti di riferimento per la propria protezione, privata di quei simboli che favoriscono un riconoscimento e un significato condiviso in grado di offrire familiarità ai luoghi e pertanto fiducia nelle relazione e senso di protezione». Secondo un rapporto del Censis del 2005, Tor Bella Monaca è il quartiere a Roma in cima alla classifica della percezione di insicurezza. «Poi di notte mentre la Casilina si trasforma in una pista da corsa - continua Loretta Antonucci - ci sono gruppuscoli di estrema destra, sempre più di moda tra i giovani, che indisturbati organizzano raid contro i negozi degli stranieri. Purtroppo però questi atti di vandalismo vengono considerati sempre meno gravi delle aggressioni subite dalla cittadinanza. La gente non vede il razzismo di questa destra e considera le loro scorribande come uno sfogo quasi giusto. Poi ci sono tanti che come me rimangono schiacciati tra queste due realtà, tra l'incudine e il martello».

Ma non c'è caserma di polizia che tenga, secondo una seria professionista, che vive da tempo a Tor Sapienza, ma che vuole rimanere anonima. «Vivo a 500 metri da una caserma dei carabinieri - racconta - e qualche tempo fa la fidanzata di mio figlio è stata aggredita sotto casa. Li abbiamo chiamati, ma sono arrivati 40 minuti dopo. E invece sa qual è l'attività preferita dei poliziotti? Dare fastidio ai nostri figli che di sera non sapendo dove andare si incontrano per strada, nei parcheggi, vicino a un muretto. Ogni tanto li fermano, e perquisiscono le loro macchine per cercare droga, e magari trovano un pezzetto di fumo e niente altro. Non c'è alcuna prevenzione della criminalità, ma solo un'inutile repressione. Ormai in molti non si fidano più delle forze dell'ordine e se succede qualcosa nemmeno li chiamano, tanto lo sappiamo come va a finire».

 

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