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L'incubo della Sinistra |
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Leo Sansone |
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Aprileonline 24 aprile 2008 Si profila sempre più difficile la sfida per la poltrona capitolina. Perdere Roma sarebbe un colpo letale per Rutelli e Veltroni. E se l'Arcobaleno sta vivendo i primi giorni politici da forza extraparlamentare, anche in casa democratica si registra un'aria da resa dei conti, con gli ex popolari e i dalemiani sul piede di guerra. Sintomo di questo clima, il confronto acceso per la nomina dei capigruppo del Pd Uniti si vince, divisi si perde. L'antica massima della sinistra, fino a sei mesi fa vessillo anche di Walter Veltroni, si è dimostrata implacabilmente vera. Il segretario del Partito democratico alle elezioni politiche non ha voluto unire, ma tagliare. Ha voluto rompere l'alleanza sia con la Sinistra arcobaleno (il cartello elettorale Prc, Pdci, Verdi, Sd) e sia con il Partito socialista ed ha perso le elezioni. Il divorzio "dall'altro centrosinistra di Prodi", quello definito delle "risse", è stata una scelta fallimentare. "Ci presentiamo soli, liberi, senza alibi, senza condizionamenti", ha spiegato Veltroni nel comizio tenuto il 20 marzo a Savona. "Divertiamoci!", è stato l'incitamento. Il comizio non ha portato bene né a se stesso, né al Partito democratico, né a tutta la sinistra nelle sue molteplici anime. Il Pd è uscito sconfitto dalle elezioni politiche del 13-14 aprile; per la Sinistra arcobaleno e il Partito socialista è stata addirittura una disfatta storica: non sono riusciti a superare nemmeno la soglia di sbarramento (4% alla Camera e 8% al Senato) e scompariranno dal nuovo Parlamento. E' un caso unico in Europa. Solo l'Italia non avrà più deputato socialisti e di sinistra. Il trionfatore è stato Silvio Berlusconi e l'alleanza tra Popolo della libertà, Lega e Movimento dell'autonomia. Il Cavaliere ha unito il centrodestra ed ha vinto, anche se non è riuscito a cancellare l'Udc. Nessuno nella sinistra e nel Pd si è divertito. La sinistra radicale e il Ps hanno commesso molteplici errori, ma la corsa solitaria del Pd voluta da Veltroni, ha provocato una divisione delle forze dagli esiti letali. La scelta ha sostanzialmente isolato il Pd e non ha costruito nemmeno un forte partito riformista: l'alleanza con Antonio Di Pietro e i radicali di Pannella-Bonino ha prodotto un agglomerato con connotati populisti, più rissoso dell'Unione di Romano Prodi. Già prima dell'insediamento delle nuove Camere sono scoppiati i contrasti sulle scelte programmatiche ed organizzative (l'Italia dei valori ha chiesto, mettendo in discussione i patti, gruppi parlamentari autonomi). Nessuno si è divertito. Perché il disastro? Finora non c'è stata una vera analisi della sconfitta da parte di nessuno. "Abbiamo perso le elezioni per l'eredità negativa del governo Prodi", ha sostenuto il segretario del Pd in una intervista a ‘Repubblica'. Un pò poco. Nessun riferimento al mancato sfondamento del Pd nel fronte moderato, nessuna spiegazione dell'esodo degli elettori centristi della Margherita verso l'Udc, vaghi accenni alla vampirizzazione dei consensi della sinistra radicale e dei socialisti sotto l'appello al "voto utile" verso i due partiti maggiori. Nessuna spiegazione sul "voto utile" per contrastare Berlusconi, rivelatosi utile solo al proprietario di Mediaset. Anche Veltroni non si è divertito. E lunedì sera potrebbe scoppiare una nuova bomba politica. Domenica e lunedì ci sarà il ballottaggio a Roma per chi sarà il sindaco della capitale. Non è detto che Francesco Rutelli, numero tre del Pd (dopo Veltroni e Franceschini) e vice presidente del Consiglio del governo Prodi, riesca a spuntarla su Gianni Alemanno, An, candidato del Popolo della libertà. Non è detto che mantenga il vantaggio di 5 punti, registrato al primo turno elettorale. Una parte degli elettori della sinistra, furenti per la distruzione dei rispettivi partiti, potrebbe non andare a votare o perfino esprimersi in favore di Alemanno. Una sconfitta sarebbe un colpo durissimo non solo per Rutelli, ma per lo stesso Veltroni. Roma, infatti, coincide con il loro tandem. Il primo è stato sindaco della città già per otto anni (dal 1993 al 2001) e il secondo per sette anni (dal 2001 a poche settimane fa). Per 15 anni l'acclamato modello Roma è stato firmato dallo coppia indicata nel 2005 dall'ingegner Carlo De Benedetti, editore del gruppo Espresso-Repubblica, come i consoli predestinati; i due giovani dirigenti dei Ds e della Margherita sono stati indicati per la missione di fondere i due partiti e guidare il Pd. E, singolare coincidenza, così è stato. La tensione è rovente non solo nelle diverse anime della sinistra, sommerse dalle macerie, ma anche nel Pd. A voce bassa, con motivazioni diverse, contestano la sconfitta elettorale sia gli ex popolari della Margherita e sia i dalemiani dei Ds. Un sintomo dei contrasti ancora sommersi è spuntato nella disputa per la corsa a chi saranno i capigruppo alla Camera e al Senato. Sono interessati a candidarsi Pierluigi Bersani, Piero Fassino, Antonello Soro a Montecitorio; Anna Finocchiaro e Franco Marini al Senato. Nomi importanti. Massimo D'Alema, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri del governo Prodi, per ora non fiata e ha pedalato a Roma nella campagna elettorale per sostenere Rutelli. Poi si vedrà. Veltroni è isolato: non ha più alleati a sinistra e stanno diminuendo quelli all'interno del Pd. Rischia una dura resa dei conti. "Un buon giallo è come un incubo: se ne assapora il buono al risveglio", diceva Alfred Hitchcock. L'incubo della sinistra italiana è pauroso e chissà come sarà il risveglio.
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