Domenica e lunedì si torna alle urne per i ballottaggi. Nella capitale lo scontro più esemplare tra Rutelli ed Alemanno: la posta in gioco una omogenizzazione del paese e nessun argine

Roma, sconfiggiamo la destra La sinistra può ripartire da qui

Stefano Bocconetti

Liberazione 24 aprile 2008

Ripartire da zero. E’ un po’ il leit motiv di tutta la sinistra dopo quel brutto pomeriggio di due settimane fa. Quando lo spoglio delle urne sentenziò che un “pezzo” della storia di questo paese non era più rappresentata nelle istituzioni nazionali. Ma pure in questo caso, la stessa formula può significare tante cose. Ci sono, insomma, tanti modi di ricominciare. Si possono passare i prossimi cinque anni semplicemente a dover difendere quelli che una volta si chiamavano «spazi di democrazia». Luoghi dove discutere, progettare o semplicemente incontrarsi. Si può essere costretti, insomma, a passare i prossimi anni sulla «difensiva», si può essere costretti esclusivamente alle mobilitazioni antifasciste. Per riacquistare il diritto alla parola. C’è un altro modo, però, di ricominciare. Sarebbe quello di garantirsi, almeno, quegli spazi di democrazia di cui si parlava. Che, certo, andrebbero poi «riempiti» con una sinistra che dovrebbe reinventarsi tutta: dai modi di far politica, agli obiettivi fino al linguaggio.

In entrambi i casi, sarebbe un «ricominciare da zero». Ma nel secondo caso, la situazione sarebbe, forse, un po’ migliore. Almeno un po’ meno complicata. Ripartire dallo zero virgola uno, diciamo. E’ esattamente questo, nè più nè meno, il senso del ballottaggio di domenica e lunedì fra Francesco Rutelli e Gianni Alemanno. Il senso del ballottaggio visto da sinistra. Un voto che arriva nel momento più difficile. Dopo che la destra ha vinto, stravinto e non solo elettoralmente. Ma anzi, al contrario, ha fatto il pieno di voti dopo aver «scavato» in profondità, dopo aver conquistato alla propria causa, tanti ceti, tanti soggetti sociali, tante persone. Ha vinto facendo leva sulla paura - al Nord - e sull’egoismo sociale - ovunque -, che hanno sostituito altri valori, altre culture. E ora, a questa destra, manca il colpo finale: Roma. Manca quello che nella politica dei dibattiti tv si chiama «omogeneizzazione», rendere uguale tutto il paese. Da Nord a Sud passando, naturalmente, per la capitale. Città che mai, neanche nei periodi più bui del regime democristiano, è stata governata da una destra di questo tipo. Mai è stata governata da personaggi come Alemanno, «rautiano» doc, poi formalmente riconvertitosi ad una destra presentabile, prima di confluire nel rassemblement berlusconiano. Perché non dirselo, insomma?: Roma mai è stata governata da politici legati all’universo dei fascisti. Tolto, naturalmente, il ventennio, quando - forse è il caso di ricominciare a parlarne - non c’erano libere elezioni.

Ora vogliono rendere omogeneo il governo della capitale a quello del paese. Per raggiungere quest’obiettivo, ieri, il nuovo premier - non ancora insediatosi ma fa lo stesso - ha operato il primo vero, strappo della XVI° legislatura. Berlusconi, insomma, ha detto chiaro e tondo che lui col sindaco Rutelli non collaborerà mai. Poi, ha spiegato il perchè. Lo considera un «voltagabbana», prima era amico, poi nemico di Craxi, ecc. Ma soprattutto ha spiegato le ragioni vere del suo sgarbo istituzionale: quando il futuro premier ha detto che la capitale dovrà per forza avere un importante sostegno finanziario da parte del governo centrale. Come avviene in tutti i paesi europei. Soldi che la destra vuole utilizzare per disegnarsi la «sua città», le sue opere pubbliche, soldi - tanti - che serviranno a rispondere ai loro bisogni. Questo si gioca col ballottaggio. E forse anche qualcosa di più. Qualcosa di cui si è avuta una perfetta percezione l’altra sera, in tv, nel faccia a faccia fra i due candidati. Dove Alemanno non ha solo cavalcato la stessa paura dei rom che ha fatto vincere la Lega nelle regioni settentrionali. Ha fatto addirittura di più: ha rivelato una vera e propria ossessione. Quell’ossessione che fa immaginare una città militarizzata, presidiata. Una «fortezza» per pochi.

E’ anche vero che dall’altra parte, le risposte non sono state alternative alle parole di Alemanno. Anche Rutelli ha rivelato, insomma, di aver soprattutto paura di quella paura che piace ad Alemanno. Ma comunque la si veda la sua città garantirà qualche spazio in più, qualche «presidio» in meno. Garantirà la possibilità a questa sinistra di riprovarci. Poi, quello che sarà, non dipenderà più e solo dal ballottaggio di domenica e lunedì. Ma dalla capacità, dalla voglia e - perché no? - dal «coraggio» di chi vorrà mettersi in sintonia con quella parte della città, che ha pagato prezzi durissimi. Anche durante la gestione Veltroni. Oggi si parte da un dato. Niente affatto tranquillizzante. Le stesse persone che appena due anni fa permisero all’Unione di battere le destre, stavolta non si sono fidate. Visto che Rutelli ha ricevuto meno voti di quelli assegnati alle forze che lo sostengono. Un segnale. Rivolto però più alle ultime esperienze di governo - a Roma e nel paese - piuttosto che al futuro. Chi lo conosce dice infatti che Rutelli «almeno è leale». Non lo dice ma fa capire che almeno è più leale di Veltroni coi suo alleati. Ma anche questo conta poco adesso. Così come dovrebbero contare poco tutti gli errori commessi in questa campagna elettorale capitolina. Per ultimo il «braccialetto» che si vorrebbe imporre alle donne. Per la loro sicurezza. Scelte gravi, sbagliate. E se ne potrebbero citare tante altre. Ma oggi conta di più che Roma non finisca in mano alla destra, non finisca in mano a questa destra. La città - qualche volta d’accordo con le sue istituzioni, altre volte nonostante le sue istituzioni, tutte le sue istituzioni - testimonia e racconta di come possa crescere un rapporto fra culture, ambienti, credi diversi. Una città simbolo, una città già melting pot per molti versi. Una città laboratorio, una città dove il laboratorio della sinistra è stato interrotto traumaticamente per far altre scelte. Ma pur sempre la città dove sarebbe più facile ricominciare per la sinistra. No, Roma non può finire nelle mani di Alemanno.

 

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