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Giuseppe De Rita presidente del Censis e sociologo di chiara fama |
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«Si è votato così presto per eliminare centro e sinistra» |
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Angela Mauro |
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Liberazione 25 aprile 2008 Rimanere alla porta del Parlamento non è una necessità storica, nemmeno per la sinistra. Il ruolo di extraparlamentari, consegnato dal voto di metà aprile a Rifondazione, Sd, Pdci e Verdi, non è un cataclisma naturale. Si poteva evitare. Come? «Bastava votare tra due o tre anni. Ma sia Berlusconi che Veltroni hanno puntato al voto subito per stroncare sul nascere due nuove formazioni politiche: quella della sinistra, appunto, e il centro». Parola di Giuseppe De Rita, presidente del Censis, sociologo di lena lunga e apprezzata, di quelle che da sempre rifuggono scorciatoie e capri espiatori. Non risparmia critiche alla sinistra, De Rita, ma riconosce che il progetto aveva bisogno di tempo. E ora? «C’è uno spazio a sinistra del Pd. Ma va occupato con dignità». Partiamo da un giudizio generale sul dato elettorale. C’è una doppia motivazione. La prima di carattere razionale, la seconda emozionale. Parto dal livello razionale. Hanno perso coloro che non si sono resi conto di tre cose. Primo: l’Italia è fatta di tante territorialità, il territorio è centrale. Io ne parlavo negli anni ’70 e mi dicevano che facevo folclore economico. Ora sembra che lo abbiano scoperto tutti, il territorio. Si parla di partiti federali, territoriali... uno strazio. Strazio perchè? Ci potevano pensare prima, invece hanno continuato a fare una politica dall’alto, dal centro, una politica da Torre Eiffel. Il secondo fattore che non è stato compreso è la “cetomedizzazione” di massa. Negli ultimi 30 anni tutti sono stati inquadrati come ceto medio, una sorta di grande invaso con emissari che entrano e non escono. Tutti: dall’idraulico con moglie parrucchiera e figlio all’università al professore di liceo che, per la mia generazione, era l’elite. Non ci si è resi conto che una cetomedizzazione di massa non dura a lungo: qualcuno “esce verso l’alto”, diventando imprenditore, entrando nell'élite finanziaria; qualcun altro esce “verso il basso”. A questi ultimi, abbiamo dato una definizione di classe: lo si fa per gli operai e si inquadrano anche i nuovi fenomeni, penso ai precari, in una definizione di classe. Il punto non è definire le cose in termini di classe, ma vedere i processi e questi nessuno li ha studiati. Terzo fattore incompreso? Il policentrismo dei poteri. Il potere non sta più nella politica dello Stato, ma dappertutto, sta anche nei comuni che con i fondi strutturali europei hanno ampi margini di manovra. Questo “incasinamento” dei poteri favorisce chi sui poteri locali sa lavorare meglio. Penso alla Lega al nord o Cuffaro in Sicilia. Sono entrambi poteri in parte clientelari e dialettali, usano una lingua della realtà locale. Quanto al livello emozionale, non si è compreso il valore dell’emozione nell’elettorato e ce ne sono di quattro tipi. La prima: la paura, quella di impoverirsi o quella per lo straniero. La seconda: l’insicurezza. La terza: il rancore, quello dell’imprenditore che deve sbrigare 70 pratiche per aprire un’azienda o quello di un sindaco che per dare il patrocinio ad una gara ciclistica deve stampare non so quante delibere. Quarta emozione: il risentimento che è lutto per quel che non è stato ed è un’emozione individuale. Penso all’impiegato risentito per non essere riuscito a fare carriera o all’operaio che avrebbe voluto una vita diversa. Emozioni diverse tra loro. Si potrebbe dire che le prime due sono state un po’ pompate da media e cattiva politica, mentre la terza ha a che fare con riforme mancate e la quarta si lega alla crisi economica? La paura di impoverirsi è stata anche pompata: quel ”non arrivi alla fine del mese” ha veicolato la paura anche in settori che non ne avrebbero motivo. L’insicurezza è stata pompata più ad arte, è più sottile, è stata giocata dalla destra già nel 2001 e adesso in maniera più visibile, in particolare dopo l’omicidio Reggiani a Roma. Su quel caso anche Veltroni ci ha messo del suo... Si, ricordo il consiglio dei ministri straordinario... Le altre due emozioni invece non sono state fomentate, vengono dal di dentro delle comunità e della singola persona. E non c’entra solo la crisi economica, ma anche quella del ceto medio risentito: aveva il sogno di diventare ricco e non ci è riuscito. Torno al territorio, centrale nella politica della sinistra negli ultimi anni: la partecipazione alle lotte dei No Tav, dei No dal Molin di Vicenza, degli anti scorie di Scanzano. Dove ha sbagliato la sinistra? Esiti territoriali di battaglie ideologiche. La sinistra non ha capito Vicenza, ad esempio, ha pensato che quella fosse una battaglia ideologica contro l’imperialismo americano, ma era una battaglia territoriale con motivazioni territoriali. La sinistra ha appiccicato alle lotte locali delle motivazioni dall’alto verso il basso e non il contrario, non ha dimostrato vera empatia con il territorio. Sta dicendo che non c’è proprio più spazio per le ideologie di sinistra? (nel senso positivo del termine) C’è una crisi dei pensieri non nutriti. In troppi si occupano di localismo senza averlo mai studiato. La logica successiva vorrebbe che si parlasse italiano e non la lingua locale, ma non è così. L’unico che l’ha saputo fare è stato Tremonti, berlusconiano vicino alla Lega, che parlando in italiano ha posto il localismo in una logica più ampia, internazionale e con critiche alla globalizzazione. E’ proprio sicuro che a sinistra non ci sia nessuno con una elaborazione simile? La critica alla globalizzazione nasce con i movimenti noglobal, a sinistra... Bertinotti l’ha fatto, onore al merito. Solo che per lui il messaggio era più difficile da costruire, è risultato appesantito da ideologie precedenti. Mentre Tremonti che parla male del mercato fa notizia, Bertinotti no. Tutta la sinistra non ha avuto una cultura di lingua nazionale da contrapporre a Tremonti. Anche Veltroni è troppo flebile. Non fosse stato così chiuso in se stesso, la persona adatta poteva essere Prodi, con la sua esperienza internazionale. No, non c’è un intellettuale di sinistra. Ci sono opinionisti che vanno per la maggiore, editorialisti della domenica... forse l’antiberlusconismo è così virale da aver spento le intelligenze... Disfatta elettorale della sinistra: necessità storica o tragedia che si poteva evitare? Si poteva evitare, bastava votare tra due o tre anni. Bisognava poter preparare i tempi per fare la sinistra e anche per fare il centro. Invece il governo è caduto a gennaio e in due mesi di campagna elettorale non fai nè la sinistra, nè il centro. C’è stato un condizionamento: sia Berlusconi che Veltroni hanno voluto votare subito per evitare che si formassero questi due poli. Sotto sotto, anche se Veltroni non lo dirà mai, il ragionamento è stato: non diamo tempo alla sinistra di riorganizzarsi e al centro di crescere e così due processi di potenziale innovazione sono stati strozzati in poco tempo. Pensi a Pezzotta: il suo progetto centrista è stroncato. E adesso? Adesso, affari vostri (ride). La sinistra dovrebbe lavorare sui tre motivi nazionali della sconfitta che citavo prima: territorio, disagio del ceto medio, architettura distribuita dei poteri. Dovrebbe imparare a parlare di emozioni. E non dovrebbe portarsi dietro zavorre. Tipo? I Verdi. Come? Avrei scommesso che si riferisse al Pdci, la falce e martello... Di zavorre ce ne sono anche dentro Rifondazione... Quanto a Diliberto, lui è così come appare, prendere o lasciare. Volevo dire che secondo me la sinistra paga anche la stanchezza dell’italiano medio per quello che i Verdi potevano essere e non sono stati. Tutti noi siamo stati un po’ verdi, anch’io li ho votati una volta, sembravano un modo nuovo per intendere il rapporto dell’Italia con l’ambiente, invece l’entusiasmo dell’ecologismo si è incastrato in un partito con tutti i vizi dei partiti. Sembrerebbe che nella sua analisi la delusione per il governo Prodi non trovi spazio. E’ così? Tutti abbiamo provato un certo disagio per il governo Prodi, ma non penso sia stato decisivo sul voto. Uno dei problemi della sinistra è non aver governato i tempi della crisi di governo, vi si è adattata ma avrebbe avuto bisogno di più tempo per organizzarsi. L’unica scivolata che addebito a Bertinotti è aver parlato male del governo Prodi a dicembre. La sinistra sta reagendo bene alla batosta? Reazione scomposta come è naturale che sia dopo una botta in testa così. La mia impressione è che comunque uno spazio a sinistra del Pd ci sia. Il punto è occuparlo bene. Se si fugge per andare altrove - nello stesso Pd - o se si pianta una bandierina di Lenin, si occupa solo una frazione di quello spazio. Ci vuole una cultura, una leadership, un Tremonti di sinistra, che poi è quello che è stato Bertinotti per 15 anni. Se prendono piede meccanismi di scissione, si manca l’obiettivo. Ma chiunque ci resti in quello spazio, fosse anche uno solo, deve farlo con dignità e non per puro spirito di sopravvivenza.
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