|
Il ballottaggio per il comune di Roma è importante oltre che per sé anche dal punto di vista politico e simbolico. E il Campidoglio può essere la prima tappa del percorso possibile della sinistra |
|
Cinque (più una) buone ragioni per votare Rutelli sindaco |
|
Rina Gagliardi |
|
Liberazione 26 aprile 2008 Un bel 25 aprile, pieno di sole e di manifestazioni, che ci riporta alle nostre radici autentiche – l’antifascismo, la resistenza partigiana, la Liberazione – e all’attualità politica di quella grande battaglia, nella società dove crescono le pulsioni neo-autoritarie, a-democratiche, razziste. Un 25 aprile che il Cavaliere, premier tra qualche giorno e recentissimo trionfatore elettorale, ha celebrato ricevendo il “Ciarra”, il fascistissimo editore e businessman fiore all’occhiello delle liste Pdl. No, non c’è nulla di rituale in questo anniversario, ora che il revisionismo storico (sotto la forma della più ipocrita delle “equidistanze” tra fascisti e antifascisti, tra combattenti per la libertà e oppressori, tra partigiani e repubblichini) si accinge a diventare religione di Stato – e ahimé senso comune. Viene alla mente quel 25 aprile del 1994: quando a Milano, sotto l’acqua che cadeva a rovesci, sfilarono trecentomila persone, richiamate dall’appello del “manifesto” e dall’appassionato credo di Luigi Pintor. Era la prima grande prova “neoresistenziale” dell’Italia sotto choc per l’imprevisto, primo trionfo di Silvio Berlusconi – una speranza che si riaccendeva. Quattordici anni dopo, siamo ritornati allo stesso punto, come nel più macabro dei giochi dell’oca. Il Cavaliere, per la terza volta, è a Palazzo Chigi e, per di più, la sinistra è stata sbattuta fuori dal Parlamento, umiliata, fatta (per ora) a brandelli – due cose che si tengono a perfezione tra di loro, in un intreccio organico e in un mutuo rapporto di causa-effetto che troppi analisti non hanno visto. Ora, alla chiusura (o alla non chiusura) del cerchio manca solo l’ultima tappa: il voto di domani a Roma. Importantissimo in sé e per sé, diventa decisivo anche dal punto di vista più generale, politico e simbolico: se, due giorni dopo il sessantatreesimo anniversario della Liberazione, Roma sceglierà come suo sindaco Gianni Alemanno, il brillante “fascista ripulito” (secondo la definizione di Sandro Medici) che vuole trasformare la capitale in un fortino militarizzato, vorrà dire che un ciclo della democrazia italiana - e della memoria - si è davvero concluso. In queste ore, circola nelle nostre fila (e nelle fila democratiche) un diffuso pessimismo. Ma forse (così dicono tutti i sondaggi, nei quali abbiamo per altro cessato ogni fiducia) la partita tra Rutelli e Alemanno si deciderà sul filo di lana, o magari per un pugno di voti: una ragione in più per andare a votare, per non disperdere neppure un voto. Quante sono le ragioni per scegliere, domani, l’ex-premier del governo Prodi ed ex-ministro dei Beni Culturali? Almeno altre cinque, oltre a quella – essenziale – di battere Alemanno, l’uomo che non si toglie dal collo la croce celtica, l’ex-capo, insieme a Francesco Storace, della “Destra sociale” , l’amico dei forestali, assunti a mazzi ai tempi (non poi lontani) in cui faceva il ministro dell’agricoltura. (Suo suocero, Pino Rauti, oggi a capo del piccolo Mis, nel preconizzare la conquista alemanniana del Campidoglio, dichiarava ieri che per lui “il 25 aprile è un giorno di dolore e di rabbia e spiegava che tra i fascisti non riciclati e quelli riciclati, come suo genero, “corre ancora un sottile filo spirituale”). Le elenchiamo, non necessariamente in ordine di importanza. Intanto, la necessità di spezzare l’“omogeneizzazione” organica tra il governo nazionale e quello di Roma. Oltre all’Italia, le destre hanno il potere politico in tutto il Nord e in regioni rilevanti del Sud come la Sicilia: la “conquista” di Roma suggellerebbe sinistramente il risultato del 13 e 14 aprile, trasformando la sconfitta in disfatta. All’opposto, se Roma rimane in mani democratiche (in coerenza al risultato già ottenuto in quasi tutti i municipi), non si afferma soltanto una controtendenza, ma rimane aperto uno spazio reale di possibile rinascita – e di libera sperimentazione, anche per la sinistra, di valore nazionale. Terza ragione, il modello di città. Noi, vivaddio, non siamo mai stati cultori del “modello Roma”, una formula propagandisticamente efficace ma politicamente (e socialmente) discutibile. Ma pensate che, se vincerà Alemanno, a che cosa potrà diventare la nostra capitale: la città-principe dell’inaccoglienza attiva e persecutoria. Pensate a come si sentiranno galvanizzati, da capo, i tanti gruppi squadristi che si annidano nei quartieri romani e all’università, le periferie mai davvero “defascistizzate”, i mercanti, i clericali, il “corpo nero” di Roma che da sempre mischia nostalgie mussoliniane e il più spregiudicato affarismo. Pensate all’estate romana, in mano a Luca Barbareschi. Pensate ai ragazzi dei centri sociali e alla sorte che li attende. Pensate al degrado vero, che non sta nelle strade un po’ sporche ma nella regressione culturale, politica e civile. Ragione numero quattro: la possibilità di sviluppare, con ben maggior forza che nel passato, quel “laboratorio Roma”, fatto di esperienze sociali, “effervescenza territoriale”, molteplicità culturale (come ha detto ieri sera Patrizia Sentinelli, colei che potrebbe diventare, speriamo, il pro-sindaco della città) che in questi anni nella capitale si è rivelato una risorsa preziosa – una chance di sviluppo diffuso e di protagonismo democratico. Ma anche la possibilità\necessità di ampliare e democratizzare la vita culturale, rompendo con la cultura dell’Evento e le dispendiose fanfare festivaliere. Da questo punto di vista, cioè, la partecipazione della sinistra all’alleanza con le forze del centro democratico (il Pd) non nasce soltanto da una necessità difensiva, da un dovere antifascista, ma da una possibilità che c’è (ben rintracciabile nei programmi stipulati e negli impegni assunti da Rutelli) di continuare la sfida politica e politico-culturale. Ragione numero cinque: l’urgenza di una nuova qualità della e nella vita quotidiana. Proprio ciò che è mancato negli anni trionfali del veltronismo e della sua politica d’immagine. Ciò che si può definire come “cura”, “manutenzione”, attenzione ai problemi che affliggono, giust’appunto, l’esistenza quotidiana di tre milioni di persone – dai marciapiedi rotti alle strade che si allagano ad ogni goccia di pioggia, dai quartieri senza illuminazione agli edifici diroccati, dal traffico che incombe alle mille piccole barbarie che ritmano la vita metropolitana. Una dimensione da sempre trascurata, perché non frutta voti, non è “luccicante”, non interessa né ai poteri forti né ai palazzinari, insomma chiede fatica e capacità di progettazione. E dunque un investimento che potrebbe rivelarsi molto importante, al di là della sua apparente modestia. Infine, Francesco Rutelli. Dal nostro candidato-sindaco, che del resto non è, né tale si è mai dichiarato, un uomo di sinistra, ci separano molte cose – come l’interpretazione e la pratica della laicità. E tuttavia, nella sua esperienza di sindaco (soprattutto nel secondo mandato), Rutelli ha dimostrato capacità amministrativa, concretezza, apertura. E lealtà. Sono buone basi per poter pensare, da sinistra, ad una nuova stagione democratica, dentro la quale seminare, lottare, ricostruire – e far vivere con piena legittimità il conflitto sociale maturo, la realtà dei movimenti, la forza della politica partecipata. Appunto, anche il Campidoglio è solo una tappa del percorso possibile. E vale l’antico motto: addà passà ‘a nuttata…
|