Nella città da sempre di sinistra, ora lo straniero è sotto tiro e gli straordinari contano più dei precari

Brescia la tollerante è leghista in fabbrica è “mors tua vita mea”

Maurizio Pagliassotti

Liberazione 26 aprile 2008

Brescia

«Ne hanno presa una e l’hanno picchiata per strada!»; lei: «Almeno l’avessero presa tra le loro donne, ce ne sarebbe una in meno!»; l’altro: «Si dovrebbe prenderli tutti e buttarli nell’inceneritore, così almeno recuperiamo un po’ di energia da quell’immondizia...»; l’altra: «Non se ne può più...» Brescia, corso Garibaldi, due eleganti signore e due giovanotti Rayban-dotati commentano in maniera colorita le ultimi vicissitudini degli immigrati in città. Sono seduti in un bel bar del centro, il discorso dura ancora a lungo tra espressioni schifate e sorsi di cappuccino. Chiusi dentro i loro Cayenne i bresciani che lavorano forse da lunedì scorso si sentono più sicuri: in Italia e in città ha trionfato la Lega e finalmente verrà posto un argine al dilagare della delinquenza. Perché da queste parti il problema è la sicurezza, i negri, gli arabi, i rumeni e tutta la restante «immondizia che deve finire sull’inceneritore» è molto sentito.

Discorsi da bottegai si dirà, anche perché i dati della Questura riguardo la microcriminalità cittadina evidenziano il miglioramento della situazione. Ma questa è analisi dei numeri, roba da comunisti, in fondo in questa bella città facce colorate ce ne sono davvero molte in giro e questo è più che sufficiente. Ci sono anche molti trans che passeggiano nel pomeriggio nel centro città. Ai bresciani con il grano nel portafoglio certi immigrati danno evidentemente molto meno fastidio. E poco importa che fino adesso questa città sia sempre stata di sinistra.

Stabilimento Iveco, appena ai bordi della città, ore due del pomeriggio. Le parole di Corso Garibaldi si ripetono più o meno uguali tra gli operai che aspettano il cambio turno, ma fuori da questi cancelli a pronunciarle sono soprattutto giovani meridionali: ragazzi con gli occhialoni D&G, capelli impomatati, in città da cinque o sei anni, fieramente di destra, con una idea della politica tipo Beppe Grillo: fanno tutti schifo, non voto più, voto AN perché sì, mi piace Berlusconi perché mi piace così cambia le cose, Prodi e i comunisti hanno messo le tasse... Più tutto l’armamentario leghista sulla sicurezza. Gli operai autoctoni di sinistra sono come le trote fario dei torrenti che scorrono nelle vicine valli: presenti ma difficili da scovare.

L’Iveco di Brescia è una fabbrica tipo Fiat Mirafiori, qui esiste ancora l’operaio massa: avanti quindi in catena a montare pezzi con uno stipendio intorno ai mille e cento euro. La Fiom domina con il 45% degli iscritti, segue Fismic, Uil e Cisl. Alla fine il sindacato padano non se lo fila nessuno anche se nell’urna la croce sulla Lega l’hanno messa in molti. Voto di protesta dicono i commentatori. Troppo semplice, perché dietro il qualunquismo della destra che sfonda esistono anche delle richieste precise soddisfatte dall’offerta leghista. Se la sinistra volesse recuperare voti seguendo i desideri di questi lavoratori dovrebbe: bloccare i flussi migratori, colpevoli di portare manodopera a prezzo stracciato sul mercato del lavoro e rompere le scatole con le moschee etc; usare il pugno di ferro per abbattere la microcriminalità; abbassare le tasse a tutti; non far andare al sud gli introiti fiscali e con questi costruire un po’ di servizi (asili, piscine, più carabinieri e polizia). Il federalismo fiscale leghista è visto come la panacea di ogni male, la vera manna dal cielo che «i comunisti boicottano perché pensano solo agli immigrati».

Solo su esplicita richiesta gli operai si ricordano che magari i padroni dovrebbero cacciare qualche soldo in più in busta. Per molti comunque è il governo, o Prodi, o Berlusconi, o chissà chi a dover far crescere le il salario. E, cosa più importante di tutte, la sinistra dovrebbe far detassare gli straordinari. Proprio così, i tesserati Fiom che votano Pd, Lega, Rifondazione etc, a sentire le parole degli operai Iveco, pretendono la stessa cosa di Confindustria. Più ore dentro lo stabilimento, meno assunzioni (soprattutto di interinali): chi è fuori alla ricerca di un posto si arrangi, la torta è piccola di questi tempi. Ubi major, minor cessat.

Alcune voci: «Ho chiesto al mio caporeparto di poter lavorare il 25 aprile ma non è possibile purtroppo...»; «Certo che si devono detassare gli straordinari! La vita costa sempre di più, l’unica soluzione è guadagnare (lavorare, ndr) di più»; «Io lavorerei tutti i sabati se potessi»; «Non faccio gli straordinari per scelta ma dentro la fabbrica tutti vorrebbero farne molti di più». Confindustria chiama tutto questo “aumento della produttività”, gli operai Iveco invece «non arriviamo a fine mese». Dietro al fenomeno della doppia tessera (Fiom-Lega) esiste anche questa realtà. Tornano in mente le parole di un militante del Pci di Busto Arsizio: «Il partito negli anni cinquanta e sessanta aveva le scuole dentro le fabbriche, si dovrebbe ripartire dalla formazione perché l’informazione da sola non serve più a nulla, i linguaggi delle nostre proposte sono incomprensibili». Parole riprese da un funzionario della Fiom di Brescia: «La Sinistra Arcobaleno alla fine paga la sua coerenza, il tentativo di tenere insieme solidarietà, lavoro, il ragionamento che necessita fatica. Dopo trenta anni di immigrazione queste zone sono ancora impreparate a gestire questo fenomeno e il sindacato non può far altro che prendere atto della situazione e tentare di salvare il salvabile». Continua il funzionario: «E’ brutto da ammettere ma ci troviamo a discutere con una generazione di lavoratori egoisti. Dopo di me il deserto, basta. Un pensiero formatosi grazie alle televisioni locali, alla grezza propaganda da gazebo a Berlusconi... Un pensiero con cui fare i conti». 

 

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