D’Alema non nasconde la sua irritazione

Perde il modello Roma E sotto accusa finisce il piddì del leader

Stefano Bocconetti

Liberazione 29 aprile 2008

Ha perso Rutelli, ma chi altri con lui? La domanda è talmente scontata che al loft del partito democratico neanche provano a negarla. Solo Veltroni la evita, rifugiandosi dietro un semplice, quasi anonimo comunicato stampa. Arrivato dopo ore di silenzio, quando ormai la vittoria della destra aveva ricevuto anche il timbro dell’«ufficialità». Il segretario del piddì ha affidato alle agenzie una breve dichiarazione, per dire che era amareggiato - «amareggiato anche sul piano personale» -, che bisognava riflettere a lungo su questo voto, e che - esattamente come aveva detto Rutelli poco prima - la colpa è da cercare nel problema della «sicurezza». Tutto qui, la «ventata di destra» per Veltroni è riassumibile in quel tema. Alla domanda, alla domanda che gira ovunque (chi altro ha perso assieme a Rutelli?), il segretario non ha risposto. Limitandosi a far smentire dai suoi le voci - che pure erano circolate - di dimissioni.

Quella domanda Veltroni aveva provato ad evitarla addirittura fin dalla mattinata. Quando, ancor prima di conoscere i dati di Roma - ma probabilmente a conoscenza di qualche sondaggio non proprio tranquillizzante - aveva riunito il vertice del «caminetto». Si chiama così quella struttura informale - che si riunisce appunto nella sala della sede di piazza Sant’Anastasia dove c’è un caminetto - che raggruppa tutti i «generali» dei democratici. Da D’Alema a Fioroni, da Rosi Bindi a Marini. All’ordine del giorno, la spinosa questione dei capigruppo alla Camera e al Senato. Questione che in realtà ne nasconde altre. La vicenda è abbastanza nota, si può riassumere in due battute. Veltroni vorrebbe la riconferma di Soro alla Camera e di Anna Finocchiaro al Senato. Persone di cui si fida, si fida anche di Anna Finocchiaro, che da qualche tempo non è più da inserire nella casella ”dalemiani“. Anche perché l’ex ministro degli Esteri - che ieri, caso rarissimo, non ha parlato alla riunione del ”caminetto“ - ha cominciato a prendere le distanze dal segretario, proponendo un’altra coppia alla guida dei gruppi: Bersani alla Camera e nientemeno che Follini, al Senato. Un’accoppiata che nelle intenzioni di D’Alema dovrebbe conquistargli le simpatie anche di Marini e dei suoi.

Veltroni, nella riunione della mattinata, ha evitato lo scontro aperto. Ed è stato lui a proporre un escamotage, una via d’uscita. Questa: nel giro di poche ore, entro stasera, si consulteranno tutti i parlamentari democratici. Una sorta di primarie, che comunque comincerà con la domanda: «Volete o no Soro e Finocchiaro come capigruppo?». Una soluzione che D’Alema non ha nè accettato, nè contrastato. Forse neanche lui si sente così sicuro da poter tentare una prova di forza fra i parlamentari, in un gruppo che s’è rinnovato per oltre la metà dei suoi componenti, con l’ingresso di quella «società civile veltroniana», su cui è stata costruita l’intera, disastrosa, campagna elettorale. Nessuno, però, tantomeno nello staff del segretario, si fa illusioni. La tregua non reggerà. Il voto di Roma, quella sorta di referendum che ha bocciato senza appello il «modello Roma» di cui il segretario faceva vanto fino a poche ore fa, è destinato a far ripartire i giochi nel partito.

L’idea, fatta circolare dalle persone più vicine a Veltroni, che la colpa sia solo di Rutelli - che non sarebbe riuscito neanche a mantenere tutti i voti del primo turno, talmente inviso da costringere diversi elettori a votare centrosinistra alla Provincia e destra al Campidoglio - non sembra la formula giusta per azzittire i «dissensi». Si sta per andare ad una stretta, insomma. Ma anche qui, bisogna stare attenti alle parole. In ballo non ci sono due diverse strategie, non ci sono linee politiche alternative. Non ancora. Tutti quelli che hanno voglia di parlare - a patto di restare rigorosamente anonimi - raccontano che per ora la sconfitta di Rutelli provocherà una «controffensiva» dalemiana, ma tutta centrata solo e soltanto sulla forma partito. La vittoria di Alemanno, insomma, sembra destinata a spazzare via quella filosofia di «partito leggero», partito d’opinione che è stato uno dei cavalli di battaglia di Veltroni. Di più: il voto sembra destinato a spazzar via quell’idea di partito costruito tutto e solo attorno al leader, che Veltroni è riuscito a costruire in appena sei mesi.

Idea di partito che naturalmente non dispiace affatto a D’Alema. Tranne nel caso che il leader sia un altro, e tanto più quando quel leader è il suo rivale storico, Veltroni. Ora il suo obiettivo è ridimensionarne il ruolo. E naturalmente ieri era tutto un fiorire di richieste di «avere maggiore collegialità» e altre frasi del genere. Che nascondono il progetto di tornare nella tolda di comando. Per fare cosa, questo ancora non è chiaro. Per capire: lo splendido isolamento dei democratici, che ha portato alla disfatta il centrosinistra a Roma e nel paese, ancora non è messa in discussione. L’obiettivo ora è «limitare» il potere di Veltroni. Così ieri sera tardi, come non accadeva da tanto tempo, tutte le componenti hanno deciso di riunirsi. Ciascuna per conto proprio, ognuna coi suoi «adepti». Veltroniani da una parte, fassiniani dall’altra, dalemiani da un’altra ancora, mariniani un po’ più in là. E via così. La politica, invece, può ancora aspettare.

 

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