Dopo Roma ricostruiamo la solidarietà sociale

Marco Sferini

lanternerosse 29 aprile 2008

Gianni Alemanno Questa volta non è la sinistra ad essere al centro dell'attenzione come la "grande sconfitta". Lo è invece il PD. E' una magrissima consolazione. Gianni Alemanno è un fascista che non ha mai superato il suo passato di giovanissimo aderente al Movimento Sociale Italiano, di conducator dei giovani missini e, poi, di nuova icona della destra sociale che faceva il paio con Storace negli anni dei bagni termali a Fiuggi. Il fatto che sia oggi il sindaco di Roma mi ha portato alla mente una grande figura di sindaco, di intellettuale: Giulio Caro Argan. All'epoca del liceo studiai sui suoi manuali la storia dell'arte e la passione che un comunista come Argan metteva in tutte le cose che faceva si sentiva anche dalla pagine di descrizione dei quadri, degli arazzi, dei dipinti e dei capolavori monumentali dell'ingegno umano volto ad esposizione del bello, ad un estetismo utile anche alla collettività.

Ecco, Giulio Carlo Argan, che fu sindaco di Roma per il PCI, coniugò proprio questo nella sua esperienza di primo cittadino della Capitale: il bello del vivere con il bello del vedere. La bellezza dell'esistenza non è, infatti, solamente qualcosa di estasiante per l'occhio, ma è visibile come tale se una città è bella veramente, ossia se riesce a dare ai propri cittadini tutta quanta sè stessa, divenendo simbioticamente una cosa sola con chi la abita e vive ogni giorno.

I tempi di Argan sono lontani ormai. Le nostre città sono mostrate dalle televisioni come ricettacolo dei peggiori crimini da parte degli extracomunitari, gli appelli ai poteri di polizia per i sindaci sono bipartisan, un po' vengono dal PD e un po' dalle destre. Lo scenario a tinte fosche è abilmente dipinto da chi ha cercato nel terrore quotidiano delle persone l'elemento di svolta per determinare un capovolgimento delle coscienze, per penetrare a fondo nella psiche umana e mettere al posto della coscienza di classe (e quindi di un solido legame tra i lavoratori sulla base di un comune sentire in merito alla difesa dei propri interessi) la coscienza della paura, dell'insicurezza, della generalizzazione di tutte le cose, della nuova caccia alle streghe, di un futuro pieno di incertezze e che, per tutto questo, necessita della difesa fortilizia del proprio io, dell'identità come del proprio orticello.

E la paura ha giocato il suo ruolo benissimo, si è insinuata come paranoia sociale ossessiva che ha respinto ogni argomentazione razionale che cercava di analizzare in modo circostanziato e contestualizzato i fenomeni violenti che in questi ultimi tempi si sono succeduti e che non sono più numerosi di quelli a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ma che mai avevano ricevuto dai programmi televisivi una cassa di risonanza come quella che hanno avuto oggi. Pensate alle campagne di indagine fatte da Porta a Porta o, in misura un poco più lieve, da Matrix. Contate le puntate andate in onda sui casi di Meredith, di Garlasco, di Cogne, eccetera, eccetera.

Non è una cura "Ludovico" anche questa, ma fatta al contrario? Fatta per ripetere con ossessione il messaggio: "Siamo tutti in pericolo, siamo tutti possibili bersagli della violenza dei rom, dei rumeni, dei migranti.". Salvo far dimenticare che i migranti sono, nella stragrande maggioranza dei casi, persone che lavorano, che badano ai nostri anziani, che precipitano qualche volta dalle impalcature (perchè la morte sembra l'unica rimasta a non fare distinzione tra classe e classe in tema di diritti... a meno che sia considerato tale il dover morire...), che muoiono ogni tanto in mezzo alle onde del mare, nella solitudine di un freddo che li ha sempre accompagnati nella speranza di trovare una vita diversa in questo nostro disgraziato Paese.

Ha vinto dunque una destra che ripropone il tema della sicurezza poggiante sulle colonne della paura. E' un ciclo che si apre, non uno che si chiude. Si apre in tutta evidenza la stimolante lotta a tutto questo sistema di potere che fa rigurgitare contro l'autoritarismo, la claustrofobia delle norme spinte all'eccesso di sè stesse, poste come lance in resta per ostacolare le libertà di ognuno e di tutti, per tagliare un pezzetto della coperta costituzionale dei diritti in nome della sacramentale difesa dei sacramentalissimi confini, delle piccole patrie, degli egoismi reietti dei padroni del Nord Est come del Nord Ovest, come di qualunque altra parte d'Italia.

C'era uno striscione ieri a Roma, uno striscione molto grande sorretto da dei palloncini tricolorati. Ed è veramente dura dover affermare che quello striscione, in qualche modo, riassumeva veritieramente (con un tono polemico compiaciuto che non può che fare ulteriormente aumentare il tasso di indispettimento politico da parte di noi tutti) che uno dei principali responsabili di quanto è avvenuto da alcuni mesi a questa parte è Walter Veltroni con la sua politica di pacificazione nazionale, di collaborazione tra i "produttori", con la ricercata esclusione dalla scena istituzionale della sinistra comunista, socialista, ecologista. Diceva quello striscione, riferendosi al segretario del PD: "Con le primarie ha fatto cadere Prodi, con le elezioni politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento, candidando Rutelli ha perso Roma.".

Noi avremmo potuto scrivere: "Con le primarie ha messo in crisi Prodi, con le elezioni politiche ha aiutato l'esclusione dei comunisti dal Parlamento, candidando Rutelli ha fatto il possibile per perdere Roma.". Eliminiamo le aggressività gratuite, manteniamo una severa critica politica verso un protagonismo unilaterale del Partito democratico che si reputa autosufficiente per un rilancio di una modernità dell'Italia che non c'è, di cui non si percepisce neppure una qual minima diffusione tra la gente.

Regnano la disaffezione per il Parlamento, il disinteresse in preoccupante ascesa per il conoscere quanto ci accade intorno e l'affidamento a deleghe in bianco a chi, come Berlusconi, garantisce la stabilità in nome di una visione e di una pratica antisociale che, lo vedrete ben presto, tornerà ad imporre peggio di prima la repressione delle proteste dei lavoratori con la forza, la riduzione del già povero ruolo del sindacato a inerme ambasciatore delle ragioni di chi, purtroppo, anche nei settori più di sinistra come la FIOM, ha votato la Lega al nord e Berlusconi e Fini al sud.

La destrutturazione complessiva di un tessuto sociale legato ad una morale intrisa di solidarietà, ad una attenzione particolare verso l'altro da noi, è il vero risultato politico di queste tornate elettorali. Non esiste più, almeno per ora, non solamente la coscienza di classe, ma neppure una coscienza sociale che porti a sentire chi ci è intorno come ricchezza del vivere comune. Siamo ognuno nemico dell'altro in nome dell'altisonante urlo di dolore che viene dal tremare di paura, dall'alimentarsi nel vivere con l'esigenza un pò glibalizzata della necessità del nemico.

Ricostruire questa cultura della solidarietà, di un moderno "contract social", è il compito dei comunisti di oggi e di quelli di domani. E forse anche l'imperatore Marco Aurelio potrà tornare ad essere fiero della sua Roma che non è più dei filosofi, dei poeti o degli artisti. Ma chissà... qualche Pasquino spunta sempre nelle epoche più scure della storia.

 

  back