I veltrones scaricano la colpa su Rutelli. Ma il segretario perde due volte: da ex sindaco e da leader Pd. Finita la pax elettorale. Bersani: «Non scambiamo la vocazione maggioritaria per autosufficienza»

Doppia batosta al loft Walter: sconfitta grave

Daniela Preziosi

il manifesto 29 aprile 2008

Erano pochi, ieri pomeriggio, i giornalisti sul sagrato di Sant'Anastasia, fuori dalla sede dei Ds. Pochi e insofferenti. La nuova stagione non è arrivata, forse la nuova stagione veltroniana è già finita Al loft è arrivato il generale Inverno. Dalla chiusura delle urne Walter Veltroni si chiude dentro con i suoi. Il gruppo è sceltissimo: Dario Franceschini, Beppe Fioroni, Antonello Soro, Giulio Santagata. Il flusso delle notizie arriva direttamente dal Comune, la marea nera monta, nel sagrato sale il silenzio. Alle cinque, quando la sconfitta ormai è inequivocabile, arriva Fassino con la faccia giusta per l'occasione . Se ne va poco dopo senza parlare. Alle sette, dopo aver lasciato la prima parola a Rutelli, Veltroni, segretario Pd ma anche sindaco uscente di Roma, manda la sua dichiarazione alle agenzie. Dai giornalisti, quei pochi restanti, a parlare, ci va Dario Franceschini, con l'ordine di scuderia di non dire niente. La sconfitta, dice Veltroni, è «molto grave, molto pesante, che io non posso non sentire con particolare acutezza e amarezza personale e politica». L’ultima declinazione del modello Roma è quella veltroniana, ed ora è andata in pezzi. Walter ringrazia Rutelli, «per il suo lavoro generoso», si complimenta con Zingaretti, segnala che il dato dei ballottaggi conferma «i problemi emersi nel voto politico nazionale» e cioè «investire sul Pd» e «aggiungere e aprire un vero dialogo con quella parte della società italiana che è rimasta ancora lontana». Nella sconfitta ha pesato, dice, «il vento politico che spira nel paese, in particolare sul tema della sicurezza». Ma - e qui si sente il sibilo del colpo - «serve un'analisi seria e approfondita a cui tutti parteciperemo, ragionando anche sulla differenza tra i dati politici e quelli amministrativi della capitale».

La voglia di addossare la sconfitta al candidato Rutelli è fortissima. In molti, fra i veltroniani, puntano il dito su una campagna elettorale rinunciataria, più in tv che in città e nelle periferie, che si sono rivoltate contro. Ma mica solo quelle. I dati, quelli su cui Veltroni vuole ragionare sono impressionanti. Nella Capitale, il candidato alla provincia Zingaretti ha superato Rutelli di 54.691 voti. C'è gente in città - molta - che ha votato per Zingaretti e poi al comune per Alemanno. Veltroni allontana da sé lo spettro della responsabilità nel voto romano, e insiste sulla differenza fra il voto politico e quello amministrativo. Ancora nella capitale, al comune, al primo turno - Rutelli candidato - le liste Pd-Idv hanno preso 522mila voti. Alla Camera - Veltroni candidato - i voti sono 772mila, duecentocinquanta mila netti in più.

Rutelli non si è fatto votare? O Veltroni ha abbandonato precipitosamente una città in crisi di senso e consensi? Goffredo Bettini, regista di quindici anni di amministrazioni di centrosinistra, l'aggiusta un po', ma la dice: «Rutelli, indimenticabile sindaco che ha aperto il ciclo riformista a Roma, non ha avuto il tempo nella campagna elettorale di far emergere il suo profilo civico rispetto al suo ruolo nazionale di dirigente di partito». Tempi stretti, se non candidatura sbagliata. Ora si deve ripartire dal Pd che, sottolinea, «anche nella nostra città ha suscitato tante speranze».

Ma il crollo di Roma manda in crisi tutta l'architettura del Pd. I veltroniani tentano di allontanare la sconfitta del Walter sindaco da quella del Walter segretario. Ma la «nuova stagione» si è risolta in un doppio insuccesso. Nella mattinata di ieri, prima del diluvio romano, Veltroni ha riunito il 'caminetto' e poi, a Palazzo Marini, i nuovi gruppi parlamentari per discutere della riconferma dei presidenti dei gruppi di camera e senato. Sullo sfondo, la guerra fredda dei dalemiani per l'attribuzione delle cariche. Veltroni ha invitato tutti a esprimersi sulla eventualità di affidare il gruppo di Montecitorio a Bersani, l'unico che si è apertamente autocandidato. Ma ha fatto pesare la sua proposta: riconferma del tandem Soro-Finocchiaro. Bersani ha parlato, ma con argomenti che vanno molto al di là di un posto al sole a Montecitorio: il radicamento, la selezione dei gruppi dirigenti e la libertà dei territori, le alleanze, invitando Walter a «non scambiare la vocazione maggioritaria del Pd con l'autoreferenzialità». Soprattutto «a non far finta che si poteva perdere peggio». Obiezioni di chi non rinuncia a lanciare la sfida alla segreteria. D'Alema non ha aperto bocca, ma Bersani, assicurano i suoi, sa di non essere solo nel partito. Nelle ore della batosta nessuno alza la voce, ma è chiaro, la pax veltroniana, quella della campagna elettorale, è finita. Ora, nel gioco delle caselle libere, Rutelli dovrebbe andare alla vicepresidenza del Senato. L'ultrasconfitto per Paola Binetti, teodem in preda a un eccesso di entusiasmo, è «una risorsa» che, all'interno del Pd «darà un contributo più completo, porterà i valori dei coraggiosi per la sfida delle riforme». Ma la sconfitta al Campidoglio ha dimensioni troppo pesanti. E per molti, non solo per Rutelli, ora tutto torna in gioco.

 

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