L'onda dalle periferie che premia Alemanno

Sandro Medici

il manifesto 29 aprile 2008

E' stato un voto popolare. Alemanno sarà il prossimo sindaco di Roma grazie al consenso raccolto nei quartieri fuori dal centro storico, nei poderosi caseggiati della cintura esterna, nelle grandi e piccole periferie, in quelle pieghe urbane del territorio ai bordi del confine comunale. In quell'insieme metropolitano, tra zone consolidate e aree frammentate, insomma in quel disordine edilizio dove vive la gran parte dei cittadini romani. E la ragione principale, secca e nitida, sembra essere quel bisogno di sicurezza che nevroticamente attraversa la città più esposta. L'insofferenza verso zingari, romeni, migranti vari, si unisce alla moltiplicazione di ambulanti e bancarelle in ogni dove, ai piccoli degradi sparsi qua e là: in un'unica, insostenibile massa critica individuata come la fonte del proprio malessere, del proprio disagio. Ed è qui che la destra ha sfondato: su questo sentimento popolare, tanto diffuso quanto ostile, ormai ai confini dell'odio sociale, del razzismo.

Salvo qualche eccezione nei Municipi orientali e meridionali, la città più popolosa si è dunque rivolta a chi ha promesso sgomberi e deportazioni e si è decisamente opposta al ritorno in Campidoglio di Francesco Rutelli. Una candidatura che, con un'evidenza quasi sfacciata, non ha convinto al primo turno e ancor meno al ballottaggio. Sarebbe ingeneroso addossargli la responsabilità della sconfitta, ma è quanto ci consegna il riscontro delle urne. Un esito desolante, crudelmente confermato dal voto parallelo per il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti, che invece transita positivamente laddove il mancato sindaco perde consensi: tra i due, all'incirca, una differenza di quattro-cinque punti percentuali.

Com'è stato possibile tutto ciò? A Roma quindici giorni fa il centrosinistra aveva ottenuto la maggioranza dei voti: non un risultato squillante, ma tuttavia prevalente. Passano due settimane e quel voto si conferma solo per uno dei due candidati. Succede insomma che parte dell'elettorato democratico non esita a votare a destra. Succede inoltre che le appartenenze politiche sono in via di definitiva evaporazione: così come qualche giorno fa l'operaio del nord ha votato per Bossi o l'intellettuale di sinistra per Di Pietro.

Siamo nel pieno di un terremoto politico. La sconfitta di Roma rende ancora più drammatica la nostra crisi, quella di una sinistra variamente collocata che è riuscita a disperdere una delle poche esperienze positive che l'avevano vista protagonista. Travolta bruscamente da un pronunciamento sociale, prim'ancora che politico, in una città che lungamente aveva amministrato con generosità e intelligenza. Com'è successo al Quadraro, il leggendario quartiere dove facevano base le bande partigiane e che proprio per questo subì un feroce rastrellamento da parte delle Ss di Kappler: un migliaio di uomini tra i sedici e i sessant'anni deportati nei lager del centro Europa, da cui solo pochissimi riuscirono a tornare. Ebbene, nelle venti sezioni elettorali del Quadraro si è votato per un fascista ripulito come Gianni Alemanno.

E si è votato a destra al Quadraro, come a Primavalle, come al Trullo. Per raccontarci una storia politica che ormai sembra faccia del tutto a meno di ogni e qualsiasi riferimento ideologico. S'era già capito quindici giorni fa e forse ancor prima. Non c'è più rendita identitaria: l'elettorato si compone e si scompone sulla sua immediatezza, su ciò che avverte come priorità istantanea, su un senso comune a volte malinteso. E che spesso reagisce ai cambiamenti del reale senza la consapevolezza necessaria, ma piuttosto con impulsi tanto regressivi quanto sbrigativi.

 

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