Sconfitta a tutto campo

Valentino Parlato

il manifesto 29 aprile 2008

Speravo che, come nel 2001, dopo la sconfitta alle elezioni nazionali, ci sarebbe stata una reazione positiva alle amministrative di Roma. Speranza del tutto infondata: siamo di fronte a un voto popolare (sottolineo popolare) di destra, al punto che in Campidoglio va per la prima volta dopo la Liberazione un fascista. Già (alle 18,30 di ieri) è stata mandata in pezzi una lapide per i martiri delle Fosse Ardeatine - per fortuna, se così si può dire, per ora solo un cippo commemorativo all'estrema periferia di Ostia. Amici tedeschi, venuti a trovarci, ci hanno ricordato la parabola della Repubblica di Weimar.

È una sconfitta senza attenuanti, l'autobiografia di una nazione ci ricorda qualcuno. Questo siamo diventati nel 60° della Costituzione che la nuova maggioranza già si appresta a demolire. È, sul terreno più immediatamente politico, la sconfitta radicale dell'invenzione del Partito democratico. Cioè, ma non solo, della cancellazione del comunismo, ma anche del socialismo e persino della socialdemocrazia. Insomma, della sinistra.

Dopo la sconfitta alle elezioni politiche, dopo la scomparsa parlamentare dell'Arcobaleno, anche la riconsegna di Roma a un podestà. È troppo per non interrogarsi sul perché e sul che fare.

Il perché si concentra nella disattenzione ai cambiamenti della società e dei modi di sfruttamento. Si concentra nella rinunzia a cambiare il mondo, nell'affogamento degli ideali nella palude del politicismo e dell'opportunismo. Se molti operai hanno votato Lega e quartieri popolari di Roma hanno votato Alemanno, significa che le forze del centro sinistra sono diventate repellenti. Questa è la morale del voto di Roma.

Che fare? È un interrogativo che quasi ci fa traballare. Bisogna cominciare - scusate se sto al mio passato - con l'autocritica (l'esame di coscienza dicono i cristiani). Bisogna saper che i giustificazionismi servono solo a precipitare ancora più in basso. Cominciamo col dire, seriamente, a che cosa siamo contro e, quindi, trovare i terreni sui quali contrastare l'avversario vincente. Sforziamo di ridarci una identità non castale.

Dobbiamo sapere - lo dicono tutti - che siamo a una crisi economica mondiale, tipo 1929, e che questa crisi rafforzerà le spinte a destra, a una destra autoritaria, della quale le elezioni italiane di questo mese sono solo un'anticipazione e un avviso.

Sforziamoci di rispondere oggi, subito. Evitiamo il saggio storicismo che dice «ai posteri l'ardua sentenza». Il rischio è che - se va a questo modo - i posteri convalideranno la vittoria dei nemici, nostri e dell'Italia.

 

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