Serve un grande gesto di responsabilità di tutto il gruppo dirigente. E nessuno può dire «io vorrei ma sono gli altri che non ci stanno»

Marilde Provera

Liberazione 23 aprile 2008

Questa lettera è un appello a tutte le compagne e i compagni della segreteria nazionale uscente, è anche rivolto a tutti coloro che nelle vicende interne di direzione del nostro Partito hanno un peso, o comunque un ruolo. E’ un accorato appello a guardare nel profondo del vortice nel quale da tempo siamo trascinati verso il fondo della perdita di contatto proprio con le persone (quelle in carne ed ossa, non quelle evocate nei nostri discorsi) a cui diciamo di volere fare riferimento; amaramente gli esiti delle ultime elezioni registrano e sanciscono questa lontananza fisica e culturale.

Care compagne e cari compagni, noi abbiamo la necessità di un grande gesto di responsabilità di tutto il gruppo dirigente, perché questo non è più il tempo del “verbo” indiscutibile portato alle folle, delle certezze su cui fare schierare i reduci da quest’ultima avventura di questo nostro Partito. E’ tempo di interrogarsi. È il tempo della ricerca da farsi assieme a partire dai territori e da quei luoghi di lavoro così tanto evocati e oramai sconosciuti nella loro realtà. Credo di interpretare il sentimento di molti iscritti quando affermo che non c’è più spazio per schierarsi nuovamente su proposte che così come si stano profilando hanno caratteri molto simili. Fidandosi sempre dell’onestà intellettuale di chi li avanza quale differenza profonda c’è se i principali pensieri presenti avanzano entrambi la centralità del Partito come soggetto indispensabile in un dibattito e nella costruzione di iniziative, di azioni con tutti quelli che si ritengono (pur nelle loro differenze di esperienza) di sinistra?

Sicuramente c’è differenza di pensiero su un domani. Ma chi oggi, di fronte ad una situazione così devastata nelle organizzazioni della sinistra e nel pensiero culturale del “nostro” popolo che è scivolato per i più vari motivi verso il centro e la destra, può onestamente indicarlo? Chiunque lo faccia imprime una accelerazione irresponsabilmente casuale ad un percorso che ripeto deve essere di ricerca, di rimessa in comune perfino dei termini e delle categorie di analisi.

Sarebbe (ed è stato) come avere un treno che corre in modo sempre più veloce verso una meta che i passeggeri non sono certi sia la loro per cui non solo non ne salgono altri, ma chi era sul treno scende ed in più si perdono i vagoni. Compagni, rimane solo più la locomotiva che va avanti da sola finché ha ancora un po’ di energia e poi o si ferma o peggio si schianta. Fuor di metafora, continuando così ci sarà sicuramente chi vince e chi perde nel percorso congressuale, ma alla fine sarà gruppo dirigente di un macilento “zombi”.

Siccome sono abituata a non tirarmi fuori e a segnalare solo le difficoltà cerco di dirvi anche di cosa sento (sentiamo?) bisogno. Avremmo la necessità che il prossimo congresso indichi la strada di una prima fase di riaggregazione di tutto il corpo del partito (non di un suo schierarsi per qualcuno) attorno alla verifica della veridicità dell’analisi del voto e dell’attuale momento sociale, particolarmente con riferimento al nostro (ex) insediamento di riferimento. Analisi e ricerca per rimettere in comune i termini stessi di lettura della società, verificandoli nella pratica a partire dai nostri compagni e compagne che, anch’essi, in questa società vivono. Deve partire da lì il congresso, ma immediatamente o almeno contemporaneamente va messa in comune con assemblee in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori con tutti coloro che hanno fatto con noi il percorso elettorale e comunque con tutti coloro che intendono riferirsi alla sinistra. Va espletata questa prima fase se si vuole metter in campo una seconda fase nella quale potere ridare un senso del dove si intende andare e come, del che cosa sia un partito e di quale sia il senso e l’utilità di un partito di sinistra e di che cosa significhi almeno per grandi categorie valoriali e di sostanza il termine di “sinistra”.

Care compagne e cari compagni se ne è perso il senso anche nella nostra organizzazione forse qualcuno pensa di averlo ancora ma sappia che non è più elemento maturo nell’insieme della nostra organizzazione. Forse è meglio che ce ne si accorga. Sapete che parliamo di precari e dei loro problemi in modo del tutto astratto da come loro vivono la loro condizione? E in fatti sono in grado di sopravvivere a quella situazione continuando a sorridere (come tutti i giovani dell’Atesia intervistati da Ascanio Celestini nel filmato che ha realizzato) perché per loro come per la maggior parte dei loro coetanei quel lavoro discontinuo (per altri fisso) è visto solo come un “di cui” mentre si attendono migliori fortune, forse. Ma forse io mi sbaglio ed è meglio andare a vedere con loro, ad indagare questa come altre nostre affermazioni sul campo e …smetterla di pontificare e spiegare agli altri come loro stanno male, lo sanno da soli.

Mai come oggi un processo di ricostruzione non si può fare separando, contrapponendo la discussione a difesa di tesi definite differenti nelle loro fondamenta. Abbiamo già visto e abbiamo già dato in abbondanza nel nostro recente passato. Ciò, come l’esperienza dovrebbe insegnare, non aiuta a condividere termini ed analisi e non è vero che fa chiarezza, come si è visto. Così come mai come oggi si può pensare che la soluzione sia possibile solo oltre noi nel mondo dell’intellettualità dei movimenti di una indistinta e (come già detto) imprecisata ed imprecisabile “sinistra” anch’essi in crisi di lettura della società.

Ho cercato in queste tante righe (ma sono in realtà poche e sintetiche righe di una domanda e di un malessere profondo che so non solo mio) non solo di chiedervi un rassicurante congresso unitario (che sarebbe comunque molto apprezzato come corroborante) ho cercato di spiegarvi che tesi forti e contrapposte rafforzeranno solo l’“io” di gruppi dirigenti centrali e periferici consentendo di nascondere anche le proprie inefficienze e la propria inefficacia nell’intruppamento con gli uni di uno schieramento piuttosto che con gli altri di quelli contrapposti.

Sto cercando di chiedervi un congresso vero che riparta da noi qui ed ora per consentirci un franco e costruttivo percorso comune con altri che oggi ci stanno guardano esterrefatti allontanandosi almeno un po’ e (giustamente) profondamente preoccupati. Sperando di non avere fatto una inutile fatica come purtroppo altre volte vi saluto tutti e tutte, in ogni caso, cordialmente.

 

P.S.:

gradirei che non si usasse neppure più la categoria dell’“io vorrei” ma sono gli altri che non ci stanno. Quando si vuole almeno queste cose si possono fare, con tanta pazienza ma si può, se si è veramente gruppo dirigente.

 

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