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Messaggio di Mussi, costretto dai medici a una lunga assenza |
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«Partiamo con la Costituente» Sinistra democratica dopo il voto |
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Stefano Bocconetti |
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Liberazione 23 aprile 2008 Dieci, cento, mille Firenze. La costituente secondo Sd I problemi della sinistra, tutti i problemi della sinistra. Moltiplicati per due. Perché nella Sinistra democratica, l’ex «correntone» diesse, non c’è neanche un partito da cui ricominciare. Qualche tempo fa hanno scelto di rinunciarvi, di non organizzarsi come le altre forze politiche. Ma di restare un «movimento». Problemi moltiplicati per due, allora, e forse anche per tre. Perché qui, oltretutto, devono fare i conti con qualcosa di «impalpabile», difficile da definire con esattezza. Una sorta di «sospetto» nei loro confronti. «Sospetto» che abbiano voglia di tornare armi e bagagli fra le fila del piddì. «Sospetto» che arriva a contagiare non solo i loro «amici» ma addirittura i cronisti. Che si avvicinano ai loro dirigenti sempre e solo con la stessa domanda: «Ma allora è vero che Tizio e Caio strizzano l’occhio alla sinistra dei democratici?». Dando per scontato che in quel partito esista una sinistra. Vivere da «sospettati», insomma, vivere da «sospettati» a sinistra. Accusati anche - in un disastro come quello del 14 aprile - di non aver dato un gran contributo alla causa delle liste comuni. L’elenco potrebbe continuare a lungo ma, insomma, s’è capito che la Sinistra democratica non vive giornate facili. Come tutti a sinistra, forse di più. Con l’aggravante, ancora, che il «movimento» da ieri è anche senza leader. Fabio Mussi, ancora per qualche giorno ministro della Ricerca, non è potuto neanche andare alla prima riunione dei suoi. Pochi giorni dopo la caduta di Prodi fu operato, un trapianto ai reni, poi invece della convalescenza, la campagna elettorale. Da qui sono derivati altri problemi che ora lo costringono ad uno stop lungo. Così ha scritto una lettera al direttivo della Sinistra democratica per dire che si fa da parte, che si assume le sue responsabilità nella sconfitta e che troverà i modi per discutere le ragioni del tracollo. Ma soprattutto dice che la sinistra, tutta la sinistra, lo troverà ancora. «Da militante», però, da semplice militante. Visto che ora è il momento di lasciare il palcoscenico ad una nuova generazione. Dovrà essere questa a ricostruire la sinistra. Anche una lettera così, letta in un’assemblea rigorosissimamente a porte chiuse - retaggio di altri partiti, di altre culture -, anche queste poche righe così lontane dalla retorica diventano motivo di «sospetto». E ai pochi dirigenti che si prendono una pausa dalla direzione, i cronisti riescono a rivolgere domande del tipo: «Ma cosa c’è dietro queste dimissioni?». Per loro, insomma, queste giornate sembrano più dure che per gli altri. Eppure sono qui. A ricominciare. Marco Fumagalli è un leader storico della sinistra diessina. Anche lui ha dovuto pagare «dazio» alle tante voci che hanno sempre accompagnato l’ex correntone. Lui da sempre molto vicino agli ambienti sindacali, si disse che avrebbe accompagnato Paolo Nerozzi. Il segretario del sindacato di Epifani che prima era uscito dai diesse seguendo Mussi, poi è tornato da Veltroni per candidarsi in coppia con Calearo. Marco Fumagalli - che ha scelto di non ricandidarsi al Parlamento - è invece qui. Ancora qui. E probabilmente ci starà sempre di più. Visto che il «movimento» sottoporrà alla prossima riunione del suo parlamentino una scelta: quella di farsi guidare da un triumvirato (Cesare Salvi, Titti Di Salvo e appunto Fumagalli) o scegliere la via di un solo «portavoce». E tutti dicono che in quel caso, sarebbe proprio Fumagalli la persona più adatta. Lui comunque è qui. E questa è la sua analisi. Simile al resto della sinistra su quello che c’è «a monte». La crisi della politica che ha scavato a fondo anche nella coscienza del blocco sociale della sinistra, la rottura dei legami della sinistra con i bisogni che pure vorrebbe rappresentare. Questa è la cornice. Dentro ci sono quei due milioni e mezzo di voti persi in due anni. Fumagalli sa che ci sono due «letture» di questo disastro. Sa che c’è chi sostiene che molto sarebbe dovuto alla scelta di incamminarsi sulla strada dell’unità. Lui è convinto del contrario: il disastro non dipende dall’aver scelto quella strada. Ma di averla «percorsa troppo poco». Troppo poco e male. Carlo Leoni fino alla fine di questa settimana è vice-presidente della Camera. E’ uno che ha sfidato Veltroni sul suo campo. Qui a Roma, all’epoca del congresso dei diesse, raccogliendo la più alta percentuale di voti al «correntone». «Per scrivere la lista degli errori che abbiamo fatto - dice - non basterebbero tutte le pagine di ”Liberazione“. Ma se ne vuoi uno, il principale, ti dico che abbiamo insistito troppo sul tasto dell’unità e poco su quello del rinnovamento. Due elementi che invece oggi non possono essere separati». E allora? Giulia Rodano è nella giunta Marrazzo, guida l’assessorato alla cultura della Regione Lazio. Anche lei vuole continuare a percorrere quella strada: «La Costituente della sinistra. Adesso, subito». Farla partire ora, attenti alla discussione che avviene nei partiti della sinistra, ma farla partire adesso. Pensa, pensano alle oltre cento case della Sinistra che sono state inaugurate in questa campagna elettorale. «Luoghi veri, con persone vere». Pensa, pensano ad assemblee come quella di sabato a Firenze. Spazi per discutere, ma spazi soprattutto per ripartire. Certo, detta così, sembra facile. Ma sanno che, fuori di qui, non tutto spinge nella stessa direzione. Qui e là, a sinistra, si riaffaccia la voglia di azzerare tutto, di tornare nei propri territori. Sanno che c’è voglia di recuperare ciascuno i propri simboli, che alzerebbero nuovi steccati. «La mia non è una posizione formale - riprende Carlo Leoni - io rispetto davvero il dibattito dentro i partiti. Proprio come la sinistra ha rispettato la discussione lacerante che investì il mio ex partito. Non posso negarti che guardo con attenzione più ad alcune posizioni che ad altre, le trovo più in sintonia coi bisogni di questo paese, ma sarebbe sbagliato ”tifare” per una tesi piuttosto che per un’altra». Ecco perché hanno deciso di partire lo stesso, di provarci con la «Costituente». Non quella di Diliberto ma neanche quella di Boselli. Sanno comunque di non essere soli. Dicono che la sinistra di cui ha bisogno questo paese può certo attingere a tutte le culture che l’hanno disegnata, formata. Ma ha soprattutto bisogno di nuovi strumenti di indagine, di nuovi strumenti per capire quel che avviene. Loro parlano di sinistra ”di governo“. Ma anche su questo vorrebbero essere capiti, senza ”sospetti“. Andrea Malpassi è un ragazzo, poco più, che s’è fatta tutta la trafila: la Fgci, lo scioglimento del Pci, il Pds, poi i diesse. E’ sceso dal treno a Firenze. «Quando diciamo governo non vuol dire vocazione ”governista“. Sappiamo che oggi ricominciamo dall’opposizione, sappiamo che le destre governeranno. Ma anche da qui, anche fuori dal Parlamento, l’obiettivo deve essere quello di intervenire nei meccanismi che determinano i processi sociali». Non arrivare alla ”stanza dei bottoni“, ma provare a riportare gli interessi del lavoro, dei precari, delle donne, degli omosessuali, l’interesse dell’ambiente alla guida del paese. Se ci si pensa esattamente quel che non si è riusciti a fare in questi anni di governo Prodi. Ma la domanda resta sullo sfondo. Ora pesano di più altri interrogativi. Portare quei bisogni al governo, come, con chi? Ed ecco il nodo del rapporto col piddì. Altro tema che suscita «sospetti». Sospetti che uno come Massimo Cervellini, che aspetta l’esito della sfida con Rutelli per sapere se sarà eletto in Campidoglio sgombera definitivamente. Anche se poi ti chiede di non usare proprio le sue stesse parole. Comunque dice che chi, come loro, conosce quel partito, lo evita. Chi, come loro, sa quanto assomigli ad un ”comitato elettorale“, peggiorato con l’arrivo della Margherita, non ha alcuna tentazione di ritornare. «Ma il problema è costringere il piddì finalmente a fare i conti con tutta l’operazione avviata con le primarie e conclusasi con la caduta di Prodi e la scomparsa della sinistra». Costringerlo a fare i conti con la rottura della coalizione, imporre la ricostruzione di una nuova alleanza. Che oggi, certo, sembra lontanissima ma prima o poi lì, occorrerà arrivare. Alleanza da ripensare nelle forme, nei modi. Ma che ha comunque una premessa: la ricostruzione di una sinistra autonoma. Già, ma loro che contributo danno? Per essere più brutali: che ”numeri“ portano a quest’impresa? Fra di loro non girano tabelle, nè grafici. Sensazioni sì, però. Sensazioni e qualche ”fatto“. I risultati di Roma, per esempio. Dove fra politiche e amministrative - non solo le comunali ma anche e soprattutto il voto per i Municipi - il piddì perde nove punti. «Tanto per far capire a chi avesse ancora dubbi, quanto ampli siano stati i disastri causati dal ”voto utile“ ai democratici», aggiunge Giulia Rodano. Bene, a Roma, dove alle amministrative l’Arcobaleno ora è al sei per cento, il secondo e il terzo delle liste arcobaleno sono risultati i candidati della Sinistra democratica. Lo stesso in Sicilia, in quasi tutti i comuni umbri, in molti di quelli toscani. «Ma che senso ha, comunque - chiude di nuovo Andrea Malpassi - dividere i voti per componenti? Sono pochi, sono stati comunque pochi. Gli altri sono rimasti alla finestra, hanno voluto mandarci un segnale. Vogliono una sinistra, moderna ma sinistra. Nuova ma sinistra. Non di apparati ma fatta di persone». Ricominciano da qui.
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