Intervento di Alberto Burgio all'assemblea della sinistra unitaria e plurale a Firenze

Attenti alle sintesi affrettate

Alberto Burgio

esserecomunisti 19 aprile 2008

Care compagne, cari compagni,

comincio con una premessa. Io credo che sul tema dell’unità della sinistra una sola cosa sia sicuramente sbagliata e fuorviante: parlare di una contrapposizione tra favorevoli e contrari all’unità. Non credo che ci sia nessuno contrario, nessuno che non ne riconosca la necessità e l’urgenza. Ma proprio per questo nessuno è monopolista della questione. Nessuno può pretendere di avere l’esclusiva di che cosa significa e di come va impostato il percorso unitario. Occorrerebbe quindi evitare di rappresentare le posizioni altrui in modo caricaturale, come spesso accade, per esempio, dentro Rifondazione, quando si parla con supponenza di «nicchie identitarie» o di «arroccamenti». Tanto più che nel Prc capita una cosa bizzarra: gli odierni fondamentalisti dell’unità a sinistra sono quelli che ancora nel 2005, come negli anni precedenti, si opponevano in modo deciso all’unità della sinistra di alternativa, considerata un residuo «alleantista» o «campista». E siccome dirigevano il Partito, lo tennero fuori da tutti i tentativi di promuovere esperienze unitarie, dalla Costituente di Pintor all’iniziativa promossa tre anni fa dal manifesto, passando per la Camera di consultazione di Asor Rosa.

Fatta questa premessa e chiarito che tutti vediamo l’importanza e l’urgenza del tema, il problema qual è? Penso che il disastro elettorale ci aiuti a rispondere, perché discende da cause – cause immediate e di lungo periodo – che variamente incrociano il tema dell’unità della sinistra.

Le cause immediate riguardano come si è stati nella campagna elettorale, come si sono presentate all’elettorato la lista unitaria e le sue prospettive. Mi pare difficile negare che si sono state delle forzature: sul simbolo, sul senso dell’esperienza unitaria e sul suo sviluppo (i simboli come «fatti del cuore»; il tema dell’irreversibilità; quello del partito unico; quello del comunismo come tendenza culturale ecc.). Badate: di fronte a queste forzature il problema non è come ciascuno giudica le opzioni di volta in volta prospettate – se le condivide o meno. L’insegnamento che dovremmo trarre è che le forzature in quanto tali sono inaccettabili perché sono l’esatto contrario di un percorso unitario. Sono percepite (a ragione) come imposizioni e prevaricazioni, mentre l’unità si costruisce, per definizione, per partecipazione. Altrimenti non è. L’unità imposta non esiste. Credo che la percezione della prepotenza abbia prodotto conseguenze nefaste in questa vicenda elettorale. E credo che non comprenderlo e volere perseverare in questa modalità sarebbe diabolico e controproducente.

Il primo insegnamento impartito dalle cause immediate di questo disastro è dunque che un vero processo unitario deve astenersi da forzature di qualsiasi genere. Poi ci sono le cause di più lungo periodo del tracollo della sinistra. E anche queste coinvolgono la questione dell’unità della sinistra. Credo che il tracollo elettorale della sinistra nasca dallo scollamento drammatico tra la sinistra politica e i settori sociali che dovrebbero essere il suo riferimento – primo fra tutti il mondo del lavoro dipendente a cominciare dall’industria, dal lavoro operaio. Mi ha colpito molto la diagnosi delle cause di questo disastro fatta da Patrizia Sentinelli. Sono poche parole, condivisibili e devastanti. Ve le leggo: «Alla base della nostra sconfitta alle politiche c’è stata l’incapacità di intercettare i bisogni delle fasce popolari. Non siamo riusciti a prospettare il futuro. Non abbiamo colto le vere contraddizioni della società». Non credo che si potrebbe tracciare in breve una diagnosi più impietosa e brutale. Addirittura distruttiva. Ma la questione è: perché? Perché questo deficit di comprensione dei bisogni della nostra gente? Credo che la risposta sia semplice, benché sgradevole. Non siamo stati più da anni tra la nostra gente. Ne abbiamo parlato tra di noi – in modo tanto suggestivo quanto approssimativo – ma non abbiamo più fatto la fatica di vivere giorno per giorno a contatto con chi lavora, e di condividerne i problemi reali. Per questo semplice motivo siamo stati avverti anche noi come un ceto separato, interessato solo ai fatti propri. Anzi peggio: come un ceto che specula sul lavoro per lucrare privilegi e rendite politiche.

Questo tema (che certo meriterebbe di essere approfondito) porta con sé implicazioni che concernono la questione dell’unità della sinistra. La prima implicazione riguarda le culture politiche. Tra di noi non c’è identità di vedute sulle contraddizioni, sui conflitti, sulla diversa incidenza dei conflitti e su molte altre questioni (processo di formazione delle soggettività; rapporto tra spontaneità e direzione; ruolo delle organizzazioni ecc.). Per fare solo un esempio: non tutti pensiamo che il conflitto sociale e in particolare il conflitto di lavoro sia ancora il terreno sovraordinatore. Non tutti pensiamo che sia corretto ritenere ancora che esista un terreno sovraordinatore. Io lo penso. Ma so che molti, anche dentro Rifondazione, non lo pensano o non lo pensano più. Io penso anche che la perdita di contatto con la nostra gente sia precisamente la conseguenza del fatto che si è teorizzato che il lavoro non è più decisivo per capire la società, i suoi cambiamenti e i margini di un possibile intervento trasformatore. Ma so che questa convinzione non è affatto unanime nel mio partito e nella sinistra. Se questo è vero, allora c’è un problema di pluralità di culture politiche che sarebbe sbagliatissimo rimuovere. Ricadremmo nell’errore delle forzature di cui sopra. Nella sinistra italiana vivono culture politiche diverse, altrimenti non ci spiegheremmo la molteplicità dei percorsi dopo l’89. Queste culture vanno prese sul serio, senza dare per scontato che possano convivere in un’unica organizzazione. Queste differenze vanno prese sul serio, evitando gesti volontaristici o autoritari, che genererebbero soltanto nuove lacerazioni. Vanno riconosciute e fatte vivere dentro il percorso unitario, che perciò deve essere un vero percorso, un percorso aperto.

Credo che la perdita di contatto con il mondo del lavoro abbia una seconda implicazione che riguarda la questione dell’unità perché concerne direttamente il tema dell’organizzazione. Anche su questo tema ci sono posizioni diverse a sinistra. C’è chi privilegia le organizzazioni informali, i movimenti, e chi quelle più strutturate, a cominciare dai partiti e dai sindacati. C’è chi ritiene cruciale – o più congeniale – il terreno delle battaglie istituzionali, chi invece l’ambito della mobilitazione sociale. E anche a questo riguardo le differenze sono di ordine politico e culturale. Anche queste differenze vanno considerate. Ma c’è di più. Chi pensa che un partito sia ancora uno strumento fondamentale del radicamento sociale (e della costruzione di relazioni con il lavoro) considera decisiva la costruzione del partito sul territorio, il suo insediamento territoriale, la costruzione di quel partito di massa, “pesante”, che altri invece ritengono inadeguato e superato. Non per caso l’esperienza del Prc da anni – se non vogliamo nasconderci la verità – è quella dello smantellamento dell’organizzazione. E della trasformazione del Partito in un partito d’opinione e in comitato elettorale con tratti plebiscitari. Questa idea dell’inadeguatezza del partito di massa aiuta a comprendere perché alcuni tra noi siano propensi a sciogliere i partiti esistenti (anche se registro qualche ripensamento, mi auguro sincero, dell’ultim’ora). Ma altri non la pensano affatto così, e ritengono invece che i partiti esistenti non siano ostacoli ma risorse preziose da tutelare e consolidare: patrimoni per una sinistra veramente unitaria e plurale. E per questo avvertono tutto il pericolo della dispersione delle strutture organizzate esistenti. Smantellate le quali, ci sarebbe solo un disorientamento generale. Non si tratta affatto di «arroccamenti», come va di moda dire. Ma della fondata convinzione che ciò che ancora resta in piedi è una base indispensabile per ripartire, anche nel percorso unitario.

Mi fermo qui. Per dire un’ultima cosa che rappresenta la sintesi del pensiero mio e – credo – di molti altri compagni e compagne: chi ha veramente a cuore la costruzione di esperienze di unità a sinistra deve diffidare di qualsiasi richiesta di soppressione e dispersione delle soggettività esistenti. Non uso a questo riguardo l’argomento polemico che richieste di questo genere provengono proprio da chi ha diretto in prima persona l’impresa fallimentare della Sinistra Arcobaleno in queste elezioni. E che la consapevolezza della portata del disastro prodotto dovrebbe suggerire, non dico modestia (quella è un po’ come il coraggio per Manzoni: chi non ce l’ha, non può darselo da solo), ma almeno cautela, senso della misura. Non mi interessa la polemica, anche se avverto il dovere di dire che considero irricevibile e anche un po’ indecorosa la teoria della «responsabilità collettiva» che oggi viene invocata da parte di gruppi dirigenti che, peraltro, hanno operato in modo autoritario, verticistico ed escludente. Dirigere implica assumersi la responsabilità delle proprie scelte e delle loro conseguenze. Dire oggi che siamo tutti responsabili significa teorizzare l’irresponsabilità dei gruppi dirigenti. Questo è davvero inaccettabile e un po’ vergognoso. Ma di questo immagino si avrà modo di discutere in altre sedi. Qui, oggi, interessa sottolineare che ulteriori forzature e prepotenze – benché operate in nome dell’unità – sarebbero devastanti. Ieri Gabriele Polo ha scritto che sarebbe sbagliato e inutile pensare subito a una «sintesi generale» ignorando il terremoto avvenuto. Credo abbia pienamente ragione e perciò ho voluto riprendere qui in chiusura le sue parole, come un monito: un’esortazione, se non alla modesta, almeno al realismo e alla prudenza.

 

  back