La fine del bertinottismo

Nicola Manca

Aprileonline 23 aprile 2008

Questo mese sul mensile, Aprile La lunga stagione bertinottiana (intesa come politica dentro Rifondazione comunista) si consuma con una cocente sconfitta elettorale. La perdita di milioni di voti, l'assenza di un gruppo parlamentare e l'avvio, per le componenti interne, di un confronto lacerante dagli sbocchi incerti. E' utile risalire alle origini di questa lunga stagione, per leggerne gli aspetti anche innovativi e le contraddizioni cocenti 

La lunga stagione bertinottiana - mi riferisco alla politica dentro Rifondazione comunista - si consuma con una cocente sconfitta elettorale. La perdita di milioni di voti, l'assenza di un gruppo parlamentare e l'avvio, per le componenti interne, di un confronto lacerante dagli sbocchi incerti. E' utile risalire alle origini di questa lunga stagione, per leggerne gli aspetti anche innovativi e le contraddizioni cocenti.

Bertinotti arriva alla segreteria di Rifondazione dopo la crisi della gestione Garavini nel congresso del 1994. Magri e Cossutta non trovarono una soluzione diversa e nel gennaio del '94, le componenti allora forti ed egemoni indicarono unitariamente Bertinotti al ruolo di segretario.

"Una forza comunista per una sinistra di alternativa" era il segno del congresso che collocava Rifondazione come una forza autonoma e unitaria della sinistra.

Il tessuto politico e l'insediamento del partito erano incardinati prevalentemente nella base del disciolto PCI: un robusto riferimento che dopo la fase tumultuosa e identitaria si strutturava con una visione politica più consapevole.

Il '94 è l'anno dei "progressisti", della sconfitta di Occhetto e del primo governo Berlusconi.

Bertinotti segretario cerca di uscire - a suo modo - dalla dimensione identitaria e dal condizionamento delle componenti originarie legate a Cossutta e Magri (la direzione era largamente dominata da queste componenti).

E' l'avvio di una forte cambiamento; polarizza su di sé la dimensione mediatica, l'univocità del messaggio, la presenza nei media, ma soprattutto alimenta il rapporto diretto con gli iscritti.

Bertinotti costruisce una vasta area di consenso dentro e fuori il partito. Ho un ricordo personale di quegli anni, un comizio in P.zza SS. Annunziata - allora ero segretario della Federazione di Firenze - stracolma di giovani che ci impedivano di scendere dal palco.

Il messaggio era arrivato, Bertinotti non era più un leader "cooptato", aveva dato una sua impronta al partito. In quella fase è percepito da noi - allora più giovani - come un valore aggiunto: coniugava movimenti e tradizione. E' stata forse la stagione migliore.

La crisi del governo Berlusconi (gennaio del '95) aprì una crepa nella maggioranza di Rifondazione. Quel passaggio avrebbe richiesto una scelta tattica. Si potrebbe dire di scuola Togliattiana: non sostenere il governo Dini, consentirne la formazione e nel contempo preparare in Parlamento e nel paese l'alternativa per sconfiggere le destre. Quello che poi avvenne con l'ulivo e la desistenza.

In quella circostanza Bertinotti non volle mediare, ruppe con Magri - Cossutta si adeguò - e il dissenso che si manifestò venne isolato e sconfitto.

Quella scelta strategica disvela la cultura politica di Bertinotti, poco incline al compromesso e fondata sulla netta separazione tra "società" e "politica", tra rappresentanza di istanze politico-sociali e l'articolazione di una proposta politica che tenga conto del contesto, dei rapporti di forze.

Passò quella linea e 16 parlamentari - con Crucianelli capogruppo e l'ex segretario Garavini - votarono in contrasto con quella scelta e consentirono la formazione del governo Dini.

Quegli anni non furono inutili: si costruì in quello scenario "l'ulivo" e l'alleanza che sconfisse per la prima volta nel '96 Berlusconi. Fuori da Rifondazione, Magri, con i parlamentari dissidenti, diedero vita ai comunisti unitari e dentro Rifondazione si consolidò l'asse con Cossutta e si allargò alle componenti di provenienza nuova sinistra l'area del segretario.

Cossutta e Diliberto nel 1999 si trovarono a dover affrontare un passaggio delicato che riproponeva in termini certo diversi i quesiti del '95: Bertinotti ruppe con il governo Prodi che appoggiava dall'esterno e aprì la crisi della coalizione di Centro-sinistra. Le vicende di quegli anni sono scritte nella storia recente: Cossutta e Diliberto si separarono da Rifondazione e fondarono il PDCI. Si arrivò alla scadenza elettorale del 2001 senza ricomporre l'alleanza. Rutelli è sconfitto, torna Berlusconi e "governerà" per cinque anni dal 2001 al 2006.

In quegli anni libero da condizionamenti interni, Bertinotti ritrova nella società e nella forte sintonia con i movimenti il profilo politico che più si adatta al suo partito.

La stagione "del movimento dei movimenti"; la critica alle politiche unilaterali e di guerra che vengono dall'America conservatrice di Bush. E' il terreno su cui una nuova pratica politica cresce dall'opposizione e incontra i movimenti: Porto Alegre, i Social Forum, un altro mondo visibile, possibile oltre i confini di una dimensione chiusa, eurocentrica.

Il segno Bertinottiano è forte, connotante: non-violenza, pacifismo, e l'opposizione sul terreno sociale alle destre. Si configura meglio la sfida all'altra sinistra - i democratici di sinistra - ed è lo schema delle "due sinistre" che si consolida come chiave di lettura politica e culturale. Questa sfida si spinge oltre i confini dei partiti: con il referendum sull'estensione dell'articolo 18 Bertinotti frena Cofferati che è in quella fase il leader riformista che contrasta le scelte congressuali dei DS.

C'è comunque uno sforzo vero, un tentativo di "Rifondare" la sinistra dentro processi sociali forti e connotati e allo stesso tempo far crescere una dimensione critica e partecipata.

Sono tanti e diversi gli elementi di debolezza che poi porteranno alla sconfitta e alla diaspora del dopo 13-14 aprile.

Il primo è legato all'insediamento sociale di Rifondazione: non c'è nello schema Bertinottiano l'idea del Partito di massa, con un insediamento sociale forte, necessariamente plurale nella composizione dei soggetti e nella rappresentanza di interessi e valori.

Nella polemica elettorale ripropone un dualismo operai-padroni-capitale-lavoro, incardinandolo in una visione vecchia da operaismo degli anni settanta.

Il valore aggiunto dei movimenti non trova un'articolazione di forza sociali produttive con cui costruire un blocco sociale tendenzialmente maggioritario, una dimensione progettuale, una pratica riformista.

La svolta resta incompiuta: non ha saputo coniugare radicalità e governo e cogliere fino in fondo le opportunità, la sfida.

I movimenti sono carsici, sedimentano e si spezzettano. Rifluiti i movimenti, si torna al conflitto sulle identità perdute: falce e martello - "comunisti" in opposizione a una generica "sinistra". E' la diaspora di questi giorni; chi non ha condiviso quelle scelte può e deve mantenere aperto un dialogo e tessere la ricerca di una sinistra che può vivere in forme diverse da quelle immaginate.

 

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