Lavoratori senza politica

Mario Sai

il manifesto 23 aprile 2008

Dio acceca chi vuol perdere e la Sinistra è stata cieca a fronte dei cambiamenti nella condizione del lavoro. E ha perso cocentemente le elezioni. Se c'è una causa che spiega la separazione tra lavoro e politica - evidente anche nel risultato elettorale - essa va individuata nell'aver abbandonato la politica (delle istituzioni, dei partiti e dei sindacati), il compito di progettazione, promozione, regolazione dello sviluppo economico e sociale.

Dal '92 a oggi in Italia gli accordi di concertazione si sono limitati a moderare la dinamica salariale con il paradosso che quanto più si dava centralità al conflitto redistributivo tanto più il sindacato perdeva capacità di difendere i salari, che oggi sono, infatti, tra i più bassi d'Europa. Tutto ciò è avvenuto nell'epoca della diffusione globale delle nuove tecnologie dell'informazione.

In Italia i lavoratori utilizzatori di informazioni e operatori di tecnologia sono oltre 12 milioni. Di essi circa un milione sono nuove figure professionali che posseggono saperi e sanno creare o gestire flussi di informazione e conoscenza talora molto al di là del potere di controllo dell'impresa. A questa nuova centralità del sapere e della creatività dei lavoratori, le aziende hanno risposto non con un confronto sui nuovi modelli organizzativi, ma offrendo una «partecipazione» organizzata, secondo gli insegnamenti del modello Toyota, «in via gerarchica», come dimostra anche la recente ristrutturazione della Fiat a Pomigliano.

Questo contraddittorio processo di innovazione ha creato una separazione tra aree di lavoro in cui è cresciuta dipendenza e dequalificazione e aree in cui i lavoratori hanno avuto spazi di autonomia e di responsabilità . Tra di loro si è molto diffusa la trattativa individuale per inquadramento, mansioni, retribuzioni, orario. In questo quadro si è ampliato anche tra gli operai il consenso a comportamenti «collaborativi» . Nel 1980 il Cespe indicava che la condivisione della necessità di «collaborare» con l'impresa era tra i lavoratori al 42,4%, mentre aveva comportamenti autonomi e antagonisti il 26,5%. Nel 2006 l'Ires-Cgil segnalava una percentuale di comportamenti collaborativi al 50,35% e di quelli conflittuali solo all'11%.

Si tratta però di una collaborazione subalterna che non regge in contesti organizzativi gerarchici e a condizioni salariali e lavorative cattive. Una recente ricerca sul campo promossa dalla Fim-Cisl alla Fiat di Melfi, successiva al conflitto sindacale del 2004, ha segnalato una caduta verticale della condivisione del modello partecipativo contestato attraverso il «rallentamento intenzionale del lavoro» (10,4% dei lavoratori rispondenti) ; la non partecipazione alle attività di miglioramento della produzione (22,3%); l'assenteismo (49,8%) oltre che la partecipazione agli scioperi (39,6%). Questo tumultuoso e contraddittorio processo di innovazione, che ha polarizzato le condizioni professionali e disperso il lavoro nel territorio, ha subito il condizionamento della nuova dimensione globale della produzione. Paradossalmente la sinistra non ha saputo offrire ai movimenti new global e ai loro teorici proposte per quanto riguarda la produzione e l'odl come se, in loro assenza, si potesse por mano a un progetto di ristrutturazione ecologica e solidale dell'economia.

Hanno avuto più ascolto tra gli operai in Italia le sirene dei Tremonti o dei Maroni sulla tutela della propria condizione dentro alleanze territoriali tra lavoro e capitale. Basta guardare i risultati elettorali nei distretti industriali, dove operano piccole e medie imprese, della Lombardia e del Veneto, ma anche in molte aree del Centro Italia.

Il sindacato in questi sistemi territoriali (con un milione e duecentomila lavoratori, quattro volte quelli della grande impresa) svolge un ruolo di tutela delle condizioni di lavoro, ma ha forti difficoltà a intervenire sul processo produttivo e a orientare socialmente e culturalmente i lavoratori. Non è più un paradosso votare Lega nord e essere iscritto o delegato della Fiom. Il vero problema del sindacato confederale è uscire da quest'ottica di tutela e riprendere l'iniziativa per governare e orientare il cambiamento.

Per i partiti il problema non è l'inseguimento di questo modello di localismo (come ha fatto il Pd), né il compianto sul peggioramento delle condizioni sociali del lavoro (come fanno tanta parte della sinistra e del sindacato).

Occorre voltar pagina. Lo si può fare con una discussione interna agli attuali partiti della sinistra con un limitato radicamento territoriale, con una presenza nei luoghi di lavoro ridotta a qualche struttura con pochi iscritti? Non lo si può fare e sarebbe bene rendersene conto subito, coinvolgendo in modo unitario tutte le forze disponibili.

 

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