movimenti

«Ripartiamo dai territori e dal G8» Global meeting contro Bertinotti

Orsola Casagrande

il manifesto 22 aprile 2008

Venezia

Ripartire dai territori e dallo «spirito di Genova», ma non dall'assemblea di Firenze. E tantomeno dal Prc o dalla Sinistra arcobaleno. Il Global meeting network, ex «disobbedienti», ex centri sociali del nord-est e non solo, ex «tute bianche», riscende in campo dopo lo tsunami elettorale. E lo fa dando appuntamento per il prossimo 4 maggio al centro sociale Rivolta di Marghera.

Il tentativo è quello di continuare il discorso spezzato dalla violenza di Genova 2001 e di provare a declinare in altro modo un fare politica che ha il territorio come punto di osservazione e azione. Ieri dal Global meeting network è partito un appello rivolto a quanti avranno voglia di ritrovarsi a dialogare, pensare, progettare. «Il bipartitismo, e tra breve il presidenzialismo - si legge - saranno le caratteristiche fondamentali della repubblica post-novecentesca. I nodi della crisi, ovvero il rapporto tra governati e governanti, tra parlamento e società, tra protagonismo e delega, oggi sono cristallizzati, resi strutturalmente evidenti attraverso un cambio del sistema. Cadono tutte le mistificazioni con cui destra e sinistra hanno sempre cercato di far coincidere il sistema dei partiti, il parlamentarismo, con la democrazia. Quale miglior conferma dell'enorme necessità di movimenti in autonomia, se non questa evidente dimostrazione di limitatezza da parte del potere costituito?»

Ma se i liberisti più accaniti oggi parlano di nazionalizzazione, gli statalisti storici fanno i conti con l'esigenza di decentralizzazione. «Questa crisi globale - si legge ancora nell'appello - i movimenti l'hanno, come sempre, anticipata con uno straordinario ciclo di lotte. Chi ha difeso in questi ultimi anni l'autonomia dei movimenti, non lo ha fatto per ideologia o perché schiavo dell'identità: al contrario. Nel momento in cui essi sono stati sovrapposti ad un tratto identitario e ideologico, la "sinistra", come a Firenze, sono morti».

Se questo è il contesto allora l'ultima questione riguarda Bertinotti che «si è scontrato con l'autonomia dei movimenti, ha tentato di ridurne l'ampiezza culturale prima che sociale (vi ricordate violenza-non violenza?), ha tentato di inventarsi uno stratagemma come il rapporto "virtuoso" tra costituente e costituito, e ha perso. La sua sinistra oggi discute solo di se stessa, dei suoi simboli e delle sue identità ammuffite, mentre c'è da leggere una nuova composizione sociale che nelle fabbriche e nei quartieri, si esprime fregandosene del politically correct. Lo fa a partire da grandi contraddizioni, da bisogni, da tensioni che i professionisti della sinistra non sanno neanche cosa sono». La conseguenza è «che chi crede nei "movimenti che trasformano lo stato di cose" non può volere la "rinascita della sinistra". Non significa niente, se non che la distanza "materiale" tra l'azione politica e la società, è abissale». Bisogna riflettere dunque su dati «interessanti, primo fra tutti il conflitto che esiste tra territorio e stato. E come non leggere in questo senso anche ciò che succede da Vicenza a Napoli, dalla Val di Susa alle miriadi di esperienze che si battono per la difesa dei beni comuni?»

 

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