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Il Prc riparta da dove ha fallito |
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Giuliano Garavini |
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Aprileonline 23 aprile 2008 Occorre muovere dalle sfide perse dei primi anni di Rifondazione, nata per superare il socialismo reale e conservare gli aspetti attuali del comunismo, lasciando perdere il tema della falcemartello per ripensare la forma del Partito. Essenziale, poi, far rinascere un movimento di sinistra dal territorio. E' l'unico modo per non ridurre la storia comunista, fatta anche di conquiste democratiche, a qualcosa di decorativo Nel 1993 Rifondazione aveva appena ottenuto nelle amministrative il miglior risultato elettorale che mai avrebbe ottenuto nella sua storia. A Torino e Milano, in quel Nord che oggi sembra attratto da altri lidi, aveva ottenuto più voti del Pds, attestandosi intorno al 15 per cento dei consensi. Forte di questo risultato il Segretario di allora Sergio Garavini si presentò al Comitato politico nazionale delineando una nuova strategia. La creazione di una Convenzione per l'alternativa cui avrebbero dovuto partecipare anche altre forze politiche e sociali fuori da Rifondazione con lo scopo di aprirsi ai settori più avanzati della società. Per le spietate logiche che spesso toccano agli innovatori, e per la cultura stalinista che governava parte del Partito e che resta dura a morire, il Segretario venne accusato di "leaderismo", di "carattere ombroso", e di voler "liquidare Rifondazione" (quest'ultima accusa non del tutto peregrina per il vero). Andò in minoranza, e si dimise. Quindici anni dopo la stessa strategia di superamento del Prc è stata tentata da Fausto Bertinotti - dopo anni di governo scarsamente collegiale - ma con molti elementi di debolezza in più. Il partito, che per anni si era rinchiuso in una nicchia di subalternità tanto da farlo sembrare a tratti un'espressione politica dei centri sociali, in cui fino ad un anno fa il solo ipotizzare progetti federativi o di unità poteva costare caro a un dirigente, ha scoperto tutto insieme un irresistibile desiderio di unità a sinistra. L'Arcobaleno, fusione di partiti che si erano dimostrati sostanzialmente imbelli durante il governo Prodi, pur rappresentando un terzo della maggioranza parlamentare, non è nato per combattere, per capire e per aprirsi, ma come recitavano slogan elettorali per "fare una scelta di parte", chiedendo la grazie agli elettori di "non far scomparire la sinistra". L'Arcobaleno, progetto nato all'ultimo e dopo continue sconfitte politiche, ha chiesto una specie di adesione sentimentale alla Sinistra, quando chi vota a Sinistra lo fa per il pane, per la lotta, per la dignità, nonché per adesione ad un razionale progetto economico. Ma la sostanza del problema rimane. Rifondazione (il nome non e casuale) non è nata con lo scopo di ripresentare un segno grafico, la falce e martello, ma con lo scopo di superare il dramma del fallimento del socialismo reale e di valorizzare quegli aspetti dell'analisi comunista che potevano risultare attuali nell'analisi e nella pratica del mondo contemporaneo. Fatto, ancor più importante, Rifondazione è nata come movimento perché uno dei primi fenomeni che la dirigenza si era impegnata a combattere era il culto della personalità e del leader, la burocratizzazione della forma partito che allargando i corridoi di palazzo perde contatto con i militanti e simpatizzanti. In qualche modo occorre ripartire proprio dalle sfide fallite dei primi anni di Rifondazione, lasciar perdere il tema della falce e del martello, ripensare la forma del Partito. Già vi era stata un'intuizione nel rapporto con il Movimento altermondista che però non ha generato, se non una breve, stagione di apertura. Oggi sono innumerevoli le sedi di un pensiero di sinistra e tutte tendenzialmente più avanzate e innovative, diciamolo chiaramente, di Rifondazione come partito: Attac, la Campagna per ripubblicizzare l'acqua, gli economisti di Rive Gauche, Gruppi di acquisto popolare, pezzi di sindacato, il Forum sociale, la campagna Sbilanciamoci, il gruppo d Firenze intorno a Ginsborg, i comitati "no Dal Molin", associazioni culturali, fino a Sinistra democratica che è ancora un movimento, e chi più ne ha più ne metta. Per tenere in vita una sinistra sociale non c'è altro modo che organizzare a livello di città e di regioni tutte queste realtà e creare progressivamente fra di loro coordinamenti in grado di fare sinergia e prendere decisioni, con buona dose di autonomia. Le sedi degli odierni partiti devono diventare luoghi utili ai cittadini, oltre che di dibattito politico, dove formare gruppi di acquisto per risparmiare sulla spesa, organizzare pulizia dei quartieri, fornire informazioni sui servizi del quartiere, fare corsi per preparare alla raccolta differenziata o di storia del locale, discutere senza timori e partecipare alle scelte. Tutto questo dovrebbe dar vita ad un Movimento di sinistra molto più radicale nei fatti della sinistra che finora ha seduto in Parlamento, che miri a modificare la forma liberista che oggi ha assunto l'integrazione europea, che si batta attivamente contro il precariato, che rilanci sia a livello pratico che culturale il pubblico e la cooperazione. La risposta identitaria della falce e martello è irrimediabilmente legata anche al fallito progetto statalista dell'Unione Sovietica. Solo da un'analisi più seria di quanto sia stata fatta sinora delle ragioni di quel fallimento si può ripartire. Si fa un gran parlare dei crimini di Stalin, come fosse l'unica cosa da ripudiare del Socialismo reale. Ma quello che dovrebbe interessarci è soprattutto perché un modello economico si è putrefatto, perché ha mandato alla malora fiumi e periferie urbane, ha scontentato i lavoratori in fila per il pane e senza possibilità di cambiare lavoro, preparando di conseguenza l'Europa dell'Est ad un'infatuazione (per fortuna già oggi esauritasi) per il peggiore Mercato. Questo non vuol dire rinnegare la storia comunista, storia di conquiste democratiche e vittorie sull'oppressione nazista, questo vuol dire dar un senso vitale e non puramente decorativo a ciò che il comunismo ha rappresentato in passato.
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