|
|
|
“Partito politico” o “partito sociale”? L’organizzazione del movimento operaio dal Novecento ai giorni nostri |
|
Paolo Cacciari |
|
Liberazione 22 aprile 2008 Da dove trae linfa vitale (consenso) un partito politico? Dal marketing, se puoi contare su cospicui finanziamenti (ogni voto – in teoria - vale uno, ma costa diversamente). Dal carisma del capo, se sei ben piazzato nel palcoscenico della rappresentazione che la politica da di sé. Dal collante identitario, se ha un’idea olistica di società, in grado di dare una spiegazione al mondo e pensa di avere preconfezionata una risposta ad ogni cosa. Viceversa una forza politica che persegua l’obiettivo della trasformazione della società non può che trarre la propria forza dai soggetti vitali che confliggono per trasformare la società. Un gioco di parole, tautologico che ci permette però di capire la lunga parabola dei tradizionali partiti politici di massa della sinistra, ma anche la possibile via di uscita. Come descrive benissimo Pino Ferraris nel suo saggio “Politica e società nel movimento operaio” nell’ultimo numero di Alternative per il socialismo, la forma partito che il movimento operaio si è storicamente dato, non è sempre stata quella che conosciamo e che abbiamo continuato a praticare. Essa prevale con Kausky, Turati e Lenin e deriva da una idea di partito come strumento di conquista del potere statale, “organizzazione di combattimento” centralizzata, gerarchica, sovraordinata alle organizzazioni di massa (sindacati, associazionismo). Ai partiti operai nel corso del novecento vengono affidati i compiti di “mobilitazione controllata” delle masse, dalla partecipazione alla prima guerra mondiale alla mobilitazione nazionale per la ricostruzione industriale del “patto fordista” in una simbiosi sempre più stretta tra partiti e stato, con o senza la loro partecipazione diretta ai governi. Ferraris cita Katz a proposito della crisi dei partiti politici: “Associazioni di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali”. I partiti diventano i “partiti delle cariche pubbliche” e si allentano i legami con i ceti e i raggruppamenti sociali di riferimento. Avrebbe potuto andare diversamente. Altri modelli di partiti operai erano in campo, ispirati all’esperienza comunalista e federalista della Comune di Parigi. Libere associazioni volontarie, solidali, orizzontali, mutualistiche, portatrici di una politicizzazione pervasiva delle masse e di una cultura dai forti contenuti etici. Federazioni di raggruppamenti economici e sociali, leghe di resistenza e cooperative che oggi potremmo chiamare di altra-economia. Dice sempre Ferraris: un modello di “partito sociale” che operava concretamente per realizzare elementi di “altra società” dentro la società. Al contrario del “partito politico” che si strutturava come uno “stato nello stato”. Tutto questo ha qualche cosa da dirci ancora oggi? Siamo ad un tornante stretto della storia della democrazia. Sono riusciti a chiudere le porte dei parlamenti alle rappresentanze portatrici di idee di società alternative e di pratiche antagoniste. In Italia non ci hanno lasciato nemmeno il “diritto di tribuna”! Hanno bisogno di stabilità assoluta, di governance. Le assemblee elettive non sono più praticabili dai movimenti di massa per il cambiamento. Un’ipotesi di trasformazione della società non può che passare attraverso «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse» (Ferraris, p.55). L’azione dei comunisti deve quindi ricentrarsi, rovesciarsi nelle pratiche sociali, nel fare società, nell’autogestione dal basso, nella pratica dell’obiettivo, nella costituzione di elementi di un’altra società possibile. Questa rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa devono trovare il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche. Servono forme e contenuti delle politica radicalmente nuovi «che siano in grado di far convergere, nel rispetto delle diversità, uno spettro arcobaleno di pratiche e culture sociali; forme che permettano di governare la tensione tra globale e locale con reti territoriali di cooperanti autonomie» (Ferraris, p.60). Un “partito sociale”, forse. Sicuramente non più un partito separato dai movimenti e dalla società civile.
|