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Disfatta elettorale e politica economica |
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Roberto Croce |
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Esserecomunisti 22 aprile 2008 Sarebbe un errore ravvisare le ragioni della sconfitta elettorale della "Sinistra l'Arcobaleno" nel c.d. "voto utile" indotto dalla martellante campagna mediatica del PD. In questo modo si considera "causa" quello che, in realtà, è solo un "effetto". Il "voto utile" registra, semmai, l'esistenza di una frattura con la nostra base che si era già consumata e che bisognerebbe indagare approfonditamente. Anche la tesi dello "sradicamento" dal territorio e dai luoghi di lavoro e dello scollamento dai bisogni e dalle paure della nostra gente è (parzialmente) inappagante. Ad eccezione dei temi relativi alla sicurezza (che abbiamo certamente sottovalutato), proposte come la lotta alla precarietà e alla disoccupazione, il miglioramento delle retribuzioni ecc. erano ampiamente presenti nel programma della "Sinistra l'Arcobaleno" e rispondevano a concrete e urgenti esigenze dei nostri ceti di riferimento. Il punto dolente, pertanto, non è (solo) quello dell'individuazione dei bisogni, bensì quello delle risposte concrete ai problemi. In quest'ottica, la ragioni principale e "sostanziale" della nostra sconfitta, a mio avviso, deve essere ricercata e individuata nella assoluta subalternità (sia durante l'esperienza governativa che nel corso della campagna elettorale) del nostro partito ai principi e alle linee guida di POLITICA ECONOMICA dominanti (quantomeno presso la classe dirigente del PD; per la destra, con Tremonti, il discorso è più complesso). Emblematica è la notizia apparsa a pag. 12 de "Il sole 24 Ore" di domenica 20 aprile 2008: "Prodi: lascio conti ottimi". Cosa voglia poi dire questa affermazione è spiegato nel corpo dell'articolo: "Nel 2006 solo la Germania ha fatto meglio dell'Italia. Berlino con un colpo di spugna ha azzerato il proprio deficit, che partiva dall'1,6% del PIl; Roma lo ha portato dal 3,4% all'1,9%". Ecco, a mio avviso, il punto è proprio questo. Il nostro partito è stato subalterno alle politiche di riduzione del debito e di rigida ed ortodossa osservanza dei vincoli del patto di Stabilità portate avanti dall'esecutivo con l'asse Prodi/Padoa-Schioppa. Non abbiamo mai seriamente tentato di porre al centro del dibattito e dell'azione di governo il tema (si badi bene: tutto politico) della stabilizzazione del debito pubblico (chi ricorda più l'appello degli economisti?) e della conseguente possibilità di liberare risorse economiche che avrebbero consentito maggiori interventi statali nell'economia e il rilancio industriale del nostro paese. Solo una seria e convinta iniziativa politica in tal senso ci avrebbe permesso di tradurre le istanze sociali di cui ci eravamo fatti interpreti in concreti risultati di governo. Senza tali premesse, proposte come quelle che abbiamo formulato in tema di lotta al precarietà o di aumento delle retribuzioni ecc. si sono rivelate (rectius: erano) meramente velleitarie. E come tali, infatti, sono state percepite dall'elettorato che, puntualmente, ha deciso di punirci. Di tutto ciò, ovviamente, bisognerà fare tesoro nella elaborazione della linea politica della complessa fase che ci sta di fronte.
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