Diritti. Ciò che la politica guarda troppo poco

Stefano Rodotà

il manifesto 31 marzo 2008

Fino a che punto la politica riesce a rispecchiarsi nei diritti, a vedere in essi un fattore che struttura la democrazia, un'opportunità da cogliere in ogni momento, e non un vincolo, un impaccio dal quale liberarsi sfruttando ogni pretesto? Il nudo esercizio del potere soffre le limitazioni che i diritti, storicamente, gli impongono. E i tempi sembrano davvero propizi alle imprese dei realisti, che trovano disponibili sapienza e strumenti approntati da scienziati politici e giuristi per offrire argomenti e copertura alla riduzione dei diritti. Così la tortura viene presentata come strumento necessario per la salvezza dello Stato e il veto di Bush alla legge che voleva limitarne l'impiego ha trovato la strada spianata dalle teorizzazioni di Alan Dershowitz.

Il professore di Harvard, già combattente per i diritti civili, segue lo spirito del tempo e indica le forme della tortura «legale», legittimando la domanda se i giuristi siano «senza cuore». Le stesse teorie della giustizia restringono il loro raggio d'azione: si parla di società decente, e non più di società giusta, nel senso che le istituzioni dovrebbero limitarsi a evitare che le persone siano umiliate, che siano colpite dalla crudeltà. I diritti come presidio della sola e nuda biologia? Questa tendenza, già presente prima dell'11 settembre, dopo quell'avvenimento ha avuto forti accelerazioni, come mostrano la legittimazione della violenza sul corpo e il diffondersi di una letteratura preoccupata o rassegnata che si interroga intorno ai «diritti fondamentali e la guerra», dove la guerra è ormai una condizione permanente, che determina una decisiva virata verso società del controllo.

Ma vi è una diversa diffidenza verso i diritti fondamentali, che vede in essi una pericolosa ideologia, una grammatica incapace di comprendere la vita, uno strumento «insaziabile» che vuole sostituirsi alla politica e negare la stessa sovranità popolare, come accadrebbe quando si afferma che il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali individua materie che divengono «indicidibili» per lo stesso legislatore. A questo si aggiunge la constatazione di una nuova dimensione del mondo, dove il cadere dei confini e la crisi della sovranità nazionale rendono impraticabile il vecchio sistema delle garanzie di fronte all'illimitato potere dei soggetti economici protagonisti nello spazio globale. La fine del «territorio giacobino», chiuso nei suoi confini e governato da un unico centro, non è stata seguita dalla ricostruzione di un altro soggetto capace di essere il garante dei diritti.

Il mondo, tuttavia, continua a essere percorso da incessanti lotte per i diritti, che non sono solo il segno d'una non rassegnata coscienza individuale e collettiva, ma pure la sottolineatura continua d'una incapacità della rappresentanza d'essere luogo «generale», dove le tensioni verso i diritti riescono a trovare ascolto e composizione. Assistiamo così a una dislocazione dei conflitti, e a un mutamento della logica istituzionale. Le lotte per i diritti si distendono in una sfera ormai globale e divengono occasione di autorappresentazione, di emersione di nuove figure di garanzia. Indebolita o scomparsa la funzione unificante delle storiche istituzioni rappresentative, parlamenti e partiti, si guarda ai diritti come strumenti per far emergere soggettività separate, per rivendicare identità: che è cosa assai diversa della storica esperienza dei movimenti one issue, votati al raggiungimento d'un unico obiettivo, che tuttavia presuppongono proprio l'esistenza di forme operanti di rappresentanza generale. In questo contesto la funzione sostanziale e formale di garanzia si sposta progressivamente verso i giudici, come dimostra anche la responsabilità crescente delle Corti costituzionali.

Si può cogliere qui la ragione profonda della permanenza dei diritti fondamentali come riferimento forte. Nel mondo senza confini, dove il potere normativo è sostanzialmente nelle mani dei soggetti economici transnazionali, il riferimento alla variegata mappa dei documenti riguardanti i diritti costituisce spesso l'unico appiglio che consente rivendicazioni individuali e collettive e iniziative dei giudici, unici soggetti dotati di qualche potere d'intervento e che vanno progressivamente emergendo come una global community of courts. Ma questo esige una nuova idea della persona e della sua cittadinanza, non più determinata dal luogo di nascita o dalla discendenza, ma caratterizzata da un fascio di diritti inalienabili, da rivendicare in qualsiasi luogo del mondo. E questo implica un'affermazione della indivisibilità dei diritti, non più riportati alle tradizionali classificazioni - civili, politici, sociali; vecchi e nuovi - che sono poi la premessa di diverse forme di garanzia, e dunque anche di discriminazioni.

E' proprio questa indivisibilità ad apparire faticosa, oggetto di riserve e ripulse non solo in troppa parte della nostra campagna elettorale. Continua a manifestarsi l'antica abitudine a selezionare i diritti, a graduarne in due tre quattro tempi l'attuazione, fino a farne scomparire qualcuno. Per restare in Europa, il caso della Gran Bretagna è esemplare. Massima espansione alla logica della proprietà e dell'impresa; massima compressione dei diritti civili con l'argomento della sicurezza; massimo riconoscimento dell'autonomia individuale nella materia delle relazioni personali e delle nuove possibilità di governo della vita e del corpo derivanti dall'innovazione scientifica. Uno scambio ineguale, una riduzione della cittadinanza, una calcolata schizofrenia istituzionale, che ha avuto la sua manifestazione più evidente nella sottoscrizione del Trattato di Lisbona, ma nel rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue.

L'attitudine riduttiva e selettiva è ben presente nei programmi dei nostri maggiori partiti. Anche l'enfasi su alcuni diritti sociali (una più giusta retribuzione, la casa) finisce con l'apparire inadeguata o insincera quando è separata dal grande tema che sta dietro tutto questo, quello dell'eguaglianza e della responsabilità pubblica. E v'è un non detto fin troppo evidente, che riguarda la rinuncia all'incivilimento sociale attraverso i diritti riguardanti il governo della propria vita e il libero sviluppo della personalità. Qui si coglie non solo la debolezza nei confronti delle indicazioni e delle pressioni delle gerarchie vaticane, ma la ben più grave rinuncia a ricordare che la pretesa di far prevalere questa o quella tavola di valori contrasta con il fatto che l'unica tavola di valori democraticamente legittimata è la Costituzione italiana.

La questione dei diritti, allora, mantiene una sua radicale essenzialità proprio se si ha come obiettivo la ricostruzione di forme democratiche anche là dove sembrano perdute o inaccessibili. Certo, serve una cultura politica capace di liberarsi da vecchi schemi, e una politica senza aggettivi che assuma questo come un compito al quale è legata quasi la sua sopravvivenza. In questa difficile direzione un buon viatico può essere proprio la Carta dei diritti fondamentali, che diverrà giuridicamente vincolante all'inizio dell'anno prossimo. So bene che in una parte della sinistra europea v'è la convinzione che in quel testo altro non vi sia che santificazione del liberismo. Sbaglia. Pur non essendo ancora giuridicamente vincolante, quella Carta dal 2001 a oggi è stata adoperata dai giudici europei quasi esclusivamente per difendere diritti civili e sociali. Una politica dei diritti deve sostenere questa linea interpretativa e applicativa. Non sono molti gli strumenti disponibili, e non possiamo permetterci il lusso di trascurare quelli che abbiamo.

 

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