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Il falso protagonismo sociale del partito democratico |
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Marco Sferini |
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Lanternerosse 31 marzo 2008 La pretesa che Veltroni avanza di rappresentare il mondo del lavoro, di essere il suo il partito dei lavoratori è smentita non solo dal programma politico del Partito democratico ma, ancor prima, dalla composizione delle liste che sono state presentate per l'elezione del Parlamento. Si suppone che una forza politica abbia in sé tutte persone che sottoscrivono un comune intento, che si inseriscono su un preciso tracciato di elaborazione sociale e che cercano la soluzione alle problematiche dei singoli e della collettività attraverso il filtro dei valori che vogliono portare avanti e che decidono così anche il tasso di coerenza che mantiene quella data forza rispetto al patto che viene a stringere con gli elettori. Il programma politico difficilmente può essere scisso dalla rappresentanza politica: non si può mandare in Parlamento un nutrito o meno gruppo di deputati e senatori e pensare che le differenze che vi sono tra loro siano così rilevanti da rendere superficiale la presenza programmatica, da farla venire meno quale cartilagine, quale tela di congiungimento delle diverse impostazioni culturali, sociali. In tutta la storia della politica italiana, dal dopoguerra ad oggi, la funzione dei partiti - previsti peraltro dalla nostra Costituzione - è sempre stata questa: mettere a frutto proprio le diverse sensibilità culturali e costruire su queste l'asse portante per un cambiamento del Paese. E così i comunisti hanno dato vita ad un partito che, tra quelli europei, era il più forte, il più organizzato e quello che ha saputo più di altri generare una egemonia culturale gramscianamente intesa, infondendo in enormi masse di proletari la coscienza dei loro diritti, proponendo loro una saldatura sociale così energica da impedire alle forze politiche legate ai "poteri oscuri" di prevalere sopra i princìpi costituzionali, sovverchiando la libertà scolpita nelle parole della Carta del 1948. La differenza politica era una specificità reclamata e orgogliosamente difesa. Ed anche quando si era giunti a capire che i più diversi degli altri e dagli altri erano proprio i comunisti, perchè a differenza degli altri partiti non accettavano l'orizzonte del mercato come ultima prospettiva di sviluppo sociale dell'umanità, anche quando questo era avvenuto, nessuno avrebbe mai pensato di unire in un unico calderone il liberalismo del PLI con il repubblicanesimo di Spadolini, oppure la vena socialdemocratica saragattiana con il socialismo craxiano. Gli unici partiti che si potevano fregiare di una propensione interclassista e, quindi, capaci di attraversare interessi diversi con proposte specifiche uniche e definite, erano per l'appunto il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana. Dell'interclassismo di questi due colossi della politica post-bellica italiana oggi resta una varietà disomogenea di culture, una dispersione inconcludente che ora si cementa e ora si crepa e cede sotto il peso delle leggi elettorali e delle indicazioni e dei suggerimenti che alla politica vengono da Confindustria o dal Vaticano. E la presunzione che in particolare ha il Partito democratico di rappresentare tutte le classi sociali di questo Paese è non soltanto la sintomatologia di una deriva politica che ha nella pace sociale l'espressione massima della disposizione dei dirigenti del Pd verso i padroni e i padroncini, siano o non siano del Nord-Est, ma è anche lo schermo difensivo ipocrita che viene edificato per proteggersi dall'accusa o di essere solamente un rimbellimento modernista del vecchio asse Ds-Margherita o uno scendiletto per i comodi piedi di Confindustria. Da queste accuse Veltroni è chiamato a difendersi. E siccome sono vere entrambe e sono la prima funzionale alla seconda, la linea difensiva dell'ex sindaco di Roma non può che essere quella che si fonda sull'affermare l'unità dei "produttori", la piena consonanza tra interessi sino ad oggi ritenuti antitetici, contrapposti e in nessun caso sinergici o simbiotici. Ma nel Pd questa sinergia e questa simbiosi hanno finalmente la loro logica e naturale collocazione. Ed ecco che il colpo di bacchetta magica è dato e l'illusione è creata. Dire che il Partito democratico è il partito dei lavoratori, e magari un giorno sentirlo dire da chi, come Calearo, ha ostacolato sino all'ultimo l'accordo per i meccanici, è quanto di più parossistico possa esistere in questo momento sulla scena politica italiana. Supera persino il motivetto "Meno male che Silvio c'è" nella classifica delle banalità. Eppure sono proprio le quisquiglie che tengono banco in questo momento e che catalizzano l'attenzione della gente. Berlusconi e Veltroni sanno che devono confrontarsi con un vasto sentimento popolare fatto di disillusione e di lontananza dalle promesse, ed allora cosa c'è di meglio se non la creazione di un clima di fratellanza universale, di collaborazione generalizzata tra tutti per farli sentire un poco meno soli, un poco più uniti e collaborativi sul piano del lavoro (ammesso che uno il lavoro l'abbia...), della cura dell'ambiente (ammesso che uno possa dire di vivere in situazioni dove il recupero ambientale è possibile...) e del volontariato (ammesso che qualcuno possa dire di non aver già bisogno del preziosissimo lavoro di tanti cittadini che volontariamente prestano quei servizi che lo Stato dovrebbe garantire e che invece incontrano su questo fronte enormi lacune organizzative e finanziarie). In questo modo si crea un bel protagonismo sia del Partito democratico che del Popolo della Libertà: tutti insieme, con passione, perchè "si può fare" e "meno male che Silvio c'è". E allora, lo slogan "fai una scelta di parte" della Sinistra l'Arcobaleno? Ha un qualche diritto di cittadinanza in mezzo a questa canea di banalismo a buon mercato e di retorica rindondante? Ce l'ha grazie all'impegno di quello che viene dipinto come un popolino residuale, nostalgico e ostinatamente cocciuto. Eppure la sinistra, i comunisti ci sono ancora. Ci sono e non c'è ragione perchè, dopo il 14 aprile, non debbano essere più. Davanti allo spettacolo offerto da Veltroni (quello di Berlusconi lo avevamo già visto...), non possono che essere prese in considerazione due azioni entrambe importanti e non rimandabili: la ricostruzione della sinistra in Italia e la riaffermazione del ruolo che un Partito comunista di massa può avere in questa fase di debolezza strutturale del progressismo e del libertarismo. Chi pensa, ha pensato e continua a pensare che la sinistra vera, quella moderna debba cancellare dal suo vocabolario gli aggettivi che sino ad oggi l'hanno contraddistinta (comunista, socialista, ecologista, ecc.) commette un errore di strategia ma anche di tattica. Commette l'errore di chi vuole riunire tanta gente, tanti lavoratori e lavoratrici attorno ad un progetto che nel non avere una aggettivazione non potrà di conseguenza esprimere un programma definito, ma resterà sempre sul vago, sull'indefinito e sull'indeterminato. Dare forza alla Sinistra l'Arcobaleno oggi non vuol dire sponsorizzare lo scioglimento di Rifondazione Comunista o dei Comunisti Italiani domani. E' l'esatto opposto. Almeno per noi. Non c'è la Sinistra l'Arcobaleno senza i comunisti. Ed è bene che coloro che vorrebbero dare una accelerata al processo unicista della sinistra se ne rendano conto. In questi pochi giorni che ci separano dalla fine della campagna elettorale, diamo un messaggio di unità concreta e di autonomia delle singole forze: oggi siamo uniti per essere più forti nell'autonomia domani. E la nostra autonomia di soggetti politici comunisti è propedeutica e necessaria per quel consolidamento delle idee e per quella sintesi delle proposte che altrimenti non troverebbe spazio nel falso protagonismo sociale del Partito democratico, con alle spalle il fantasma del berlusconismo che ha rialzato la testa... E non grazie alla sinistra, ma a chi oggi lo vuole sconfiggere per poi fare la "legislatura costituente" subito dopo. Parafrasando... "La Sinistra si può fare... Meno male che i comunisti ci sono!".
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