Permessi di soggiorno subordinati a un lavoro stabile quando la flessibilità è regola dominante. «Immigrazione. Fa più rumore l'albero che cade che la foresta che cresce», la critica alle politiche sulle migrazioni in un saggio di Paolo Ferrero per Claudiana

Una politica operosa oltre il muro del senso comune

Marco Revelli

il manifesto 29 marzo 2008

Dice cose molto concrete, Paolo Ferrero, in questo libro «parlato», colloquiale, costruito in forma di dialogo con Angela Scarparo, scrittrice e interlocutrice non «neutrale» (Immigrazione: Fa più rumore l'albero che cade che la foresta che cresce, introduzione di Luigi Ciotti, Claudiana, pp. 126, euro 9). Cose precise, pacate e documentate, razionali e anche di buon senso, con buona pace di quanti vanno sproloquiando di estremismo e di massimalismo a proposito della cosiddetta «sinistra radicale».

Dice, per esempio, che l'emigrazione non è affatto un fenomeno selvaggio e torrentizio. Che, al contrario, segue precise regole e possiede una sua intrinseca razionalità, assai simile a quella del mercato: che i suoi flussi seguono la logica della demografia e della scienza economica. E che vanno là dove il tasso di fertilità scende sotto i limiti fisiologici e la domanda di lavoro fa da magnete, attira selettivamente ciò che serve, come nel nostro nord, dove si concentrano i più intensi flussi migratori (e dove, appunto, il tasso di fertilità è sceso al di sotto di ogni soglia fisiologica capace di assicurare «l'equilibrio della popolazione»). Dice in sostanza che «gli immigrati arrivano perché vi è necessità di lavoro»: un fatto banale, se volete. Ma quasi sempre ignorato.

Lavori incerti e mobili

Dice anche che i lavori in cui si collocano i migranti non solo sono quelli che non trovano più, qui, braccia e corpi disposti a farli; ma che essi sono più simili a quelli dei nostri nonni (pre-fordisti, diciamo così, e «de-regolati») che a quelli dei nostri padri (fordisti e «regolati»): lavori collocati negli strati bassi della divisione sociale del lavoro, ultraflessibili nell'epoca della flessibilità come regola. Mobili e incerti nell'epoca della mobilità e dell'incertezza. I più mobili e i più incerti: la cura delle persone, l'edilizia, il raccolto stagionale, l'industria disseminata del nord-est. E che dunque è irragionevole, anzi è sadismo sociale, pretendere - come fa la legge Bossi-Fini, e come pensa anche tanta parte della cosiddetta «sinistra moderata» - di far dipendere il diritto di soggiorno dal possesso di un lavoro stabile. La facoltà di esistere dalla disponibilità di quel reddito la cui mancanza e la cui ricerca sta all'origine del migrare.

Dice poi che leggi e atteggiamenti come questi hanno come unico risultato quello, perverso, negativo per tutti (non solo per le vittime dirette, i migranti, ma anche per noi, buoni cittadini bennati) di far aumentare a dismisura l'area della clandestinità e dell'illegalità. Di produrre su scala allargata, e con mezzi pubblici, «statali», masse crescenti di «fuori legge». Di trasformare decine di migliaia di persone per bene, lavoratori in nero o uomini e donne in cerca di lavoro, in «delinquenti». Di fare dello Stato un nemico, un'entità ostile da cui guardarsi, e della criminalità organizzata, della malavita, un possibile «benefattore», un'«istituzione» d'ultima istanza, l'unica «disponibile» a rispondere alla disperazione, per chi è messo con le spalle al muro, e ha solo la propria vita nuda e la necessità estrema di salvarsela. Uno straordinario esempio di mondo alla rovescia. E di stupidità politica e civile.

Detto da un ministro, non è poco. E aggiunge anche, Ferrero, dati alla mano, che la maggior parte degli immigrati viene qui per restarci. O comunque, che una volta arrivato, resta. Non tutti, certo (i flussi di provenienza est-europea hanno una maggiore reversibilità o sono più fluttuanti). Ma la gran parte sì: ricordano più il caso degli italiani (milioni, più di venticinque nel corso della prima metà dello scorso secolo) che migrarono verso le americhe e vi si stabilirono, che non quelli che passarono in Francia o in Belgio.

L'ossessione della sicurezza

Ragione per cui il punto fondamentale di tutta la questione «migratoria», più che le «politiche d'ingresso» - su cui si concentra l'attenzione pressoché esclusiva dei più, nell'opinione pubblica, in politica e nei media - è quello che riguarda le «politiche sociali di inclusione» e, su questo terreno, la «capacità di sviluppare un welfare che comprenda tutta la popolazione residente in Italia».

La drammatizzazione della questione delle «politiche d'ingresso», l'ossessione del «controllo dei flussi», la riduzione della questione migratoria a questione di confini, ha, invece, come principale risultato - oltre l'inevitabile fallimento - il pagamento di un costo umano inaccettabile. Quella che Ferrero chiama una «intollerabile carneficina»: la strage degli innocenti ripetuta ormai da anni nel nostro canale di Sicilia, oggi, nel canale d'Otranto fino a ieri. Lo stillicidio quotidiano di quelli che non ce la fanno. Per i quali il viaggio finisce in mezzo al mare. I naufragi senza nome e senza traccia con cui conviviamo, e che non fanno neppure notizia. «Gli arrivi a Lampedusa - scrive Ferrero - costituiscono un drammatico problema umanitario che parla del fallimento delle politiche di immigrazione e di asilo fin qui tenute». I naufragi di chi a Lampedusa non ce l'ha fatta ad arrivare parlano, a loro volta, del prezzo feroce, intollerabile, pagato dagli altri ai nostri pregiudizi e ai nostri errori.

Basta dare un'occhiata a Fortress Europe, il sito che censisce giorno per giorno queste vittime anonime dei viaggi della speranza, seppellite in fondo al mare, o nei cimiteri senza scritte sulle lapidi che costellano la costa sud del Mediterraneo, in Libia, in Marocco, in Algeria, di cui parla quello splendido libro che è Mamadou va a morire, di Gabriele Del Grande. Il libro delle nostre colpe e della nostra colpevole rimozione: il buco nero della nostra coscienza, la destituzione di senso di ogni retorica del «Si può fare» e di ogni autrocompiacimento della nostra «normalità».

Anche questo è un pregio, non secondario, del libro: quello di mostrare il costo pesante, in termini etici, ma anche in termini pratici, economici (per chi è sensibile solo all'argomento dei numeri e al conto profitti e perdite), del pregiudizio. Degli errori di prospettiva dettati da un approccio «emotivo», superficiale e «mediatico», guidato più dall'ansia di compiacere un pubblico eccitato da pulsioni di insicurezza e da confuse e aggressive domande di protezione che non dalla razionale ricerca delle soluzioni efficaci.

Basti pensare che - come ricorda Luigi Ciotti nella sua bella e intensa introduzione - nel 2004, dei poco meno di 150 milioni di euro destinati al problema dell'immigrazione, ben 115 sono stati impiegati in attività (in buona misura inutili) di contrasto e solo 29 per progetti di integrazione (quelli che avrebbero davvero potuto lavorare in profondo sulla riduzione dei comportamenti devianti). E che nella Finanziaria del 2006, «dei 155 milioni stanziati alla voce "immigrati e profughi", 122 sono andati ai Cpt», i famigerati Centri di detenzione per immigrati, e appena un quinto per interventi «sociali». Solo col 2007 - e soprattutto per merito di Paolo Ferrero nel suo ruolo ministeriale - è stato istituito in Finanziaria (quella stessa che aveva stanziato più di un miliardo per le missioni all'estero) un fondo di 150 milioni di euro per l'inclusione degli immigrati nel triennio successivo.

Inoperosità della politica

Il che ce la dice lunga sulla «fatica della politica». O sulla sua attuale «inoperosità». Sulle difficoltà estreme, e sul volume di energie spropositato necessario a spostare di pochi metri, o centimetri, la montagna del senso comune deteriore verso soluzioni umanamente accettabili e razionalmente fondate, contendendo il terreno alle false (ma accattivanti) soluzioni. Alle retoriche illusorie. Alla pratica sempre più diffusa di assecondare i peggiori sentimenti purché paganti in termini di consenso, in un mondo - disegnato dai media e enfatizzato dagli «imprenditori della paura» - in cui «l'unico immigrato che vedi è quello che delinque», come ama ripetere, polemicamente, Ferrero. E «l'unica impresa politica che rende è quella di attaccare i clandestini» (o i mendicanti, o i lavavetri, o i rom, potremmo aggiungere). In cui appunto, come recita il titolo, «fa più rumore l'albero che cade che la foresta che cresce».

 

  back