Il compromesso elettorale guelfo-liberista. Se il bruco Sinistra diventasse farfalla

Sinistra il bruco e la farfalla

Giacomo Schettini

Liberazione 29 marzo 2008

Queste elezioni possono diventare la costituente di un forte compromesso sociale, politico e ideologico di marca guelfo-liberista. Dico “guelfo” perché siamo il paese a cui “toccarono le Parrocchie quando altrove si costituivano gli Stati nazionali” e a cui, in particolare al Sud, ritoccarono feudi e baronie quando altrove il capitalismo penetrava nelle campagne. Le parrocchie - stupido negarlo - hanno svolto un ruolo importante di conforto e sussidio, che, però, svolgendosi in un ambiente povero di cultura dei diritti civili, dell’autonomia, della responsabilità, ha forse alimentato un senso comune segnato dal virus dell’“accattonaggio”.

Molti di noi si sono formati nel vivo delle battaglie contro il “meridionalismo accattone”. Ma le cosiddette prima e seconda Repubblica non sono forse sopravvissute e decadute in gran parte a causa di uno scambio tra accattoni, spesso di lusso, ma accattoni? Tu mi fai abusare del lavoro, del territorio, dell’evasione fiscale, addirittura della vita dei lavoratori e io ti do consenso e mance: sono tornati feudi e baronie ad altissimo contenuto tecnologico e con relazioni planetarie, il denaro può fare 80 volte il giro del mondo in un giorno (si legga l’ultimo rapporto Eurispes). Ma questa “irrazionale” composizione sociale non può essere rappresentata come arretratezza o soltanto come tale, dal momento che integra un modello di sviluppo, in cui persino la politica è stata convertita in fattore di una sorta di accumulazione primitiva.

Il compromesso guelfo-liberista forse rappresenta il tentativo, velleitario e sbagliato, di passare a forme più “razionali” di organizzazione capitalistica per forzare la transizione verso l’omologazione e l’integrazione “americana”. Un’altra tappa della rivoluzione passiva a egemonia conservatrice. “Quando le nazioni e gli uomini si somiglieranno tutti - diceva Leopardi - non dico che bellezza resterà nel mondo, ma che utile ne viene?”. Se questo esito non si è verificato prima, è perché in questo paese ha operato la cosiddetta anomalia italiana. Cioè l’esistenza e la resistenza di una sinistra critica, che ha offerto, con le sue intenzioni se non sempre con le sue pratiche di cambiamento, un ancoraggio politico ai movimenti, ai conflitti sociali.

Anche in America agiscono molti movimenti, forse più che da noi, ma essi restano separati e non si collocano in un orizzonte di trasformazione proprio perché manca una politica di sinistra. In queste elezioni si vorrebbe procedere alla liquidazione di quell’anomalia. Sullo sfondo di tendenze recessive, reparti del capitalismo italiano ed europeo, negli ultimi decenni in aperta competizione anche politica - dividendosi tra Berlusconi-Lega e Prodi-Pd - sembrano stringere un compromesso per gestire politiche che probabilmente peseranno sullo stato sociale e sul lavoro. La Chiesa cattolica, a quanto sembra, si sta preparando a svolgere un ruolo, non solo ideologico ma sociale, di supplenza nell’eventuale politica volta a riportare nell’ambito privato il peso della cura e dell’assistenza, che lo Stato sociale non sarà messo in condizione di erogare.

Un’onda controriformista sembra minacciare un sistema di diritti civili e una combinazione di ideologie caritative e di convenienze economiche rischia di travolgere la costruzione di un sistema sempre più adeguato di diritti sociali. Perciò per la sinistra, una sinistra protagonista e influente, queste elezioni hanno un valore decisivo, un significato di autaut: la storia forte, in alcuni momenti tragica, della Sinistra italiana potrebbe ridursi a presenza patetica. Questa campagna elettorale presenta i caratteri di una rappresentazione drammatica, ma anche frustrante, della crisi della Sinistra. Frustrante per il deficit di consapevolezza, drammatica perché rischio e occasione sono interfacce costanti dell’agire, perché nel qui ed ora vi è già il dopo e l’altrove. Ecco perché queste elezioni dovrebbero essere pensate e praticate anche come un momento costituente del soggetto politico unitario della sinistra.

In questa fase costituente elettorale dobbiamo investire la nostra capacità innovativa e la nostra identità. Sapendo che questa non è un dono delle stelle o del destino ma un prodotto della storia e quindi una costruzione permanente, che non tollera pigrizie soprattutto quelle mascherate da difesa o protezione. L’identità deve diventare momento essenziale di una funzione egemonica che sappia raccogliere, attraverso la persuasione e la conquista di menti e sentimenti, la sinistra diffusa intorno a un programma di trasformazione. Un programma in cui sia data rappresentanza centrale al lavoro e alla sua valorizzazione, sia perseguito il superamento di gerarchie che mortificano la democrazia, la libertà, la laicità, la qualità delle relazioni: che libertà, che democrazia, che laicità, che rapporto col mondo sarebbero se permanessero la gerarchie di genere, di razza, di religione, della guerra sulla pace, della produzione sulla natura, della tecnica sulla vita?

Massimo D’Alema, in una conversazione con Riotta il 7 marzo, rispondendo a una domanda sul voto utile, senza nascondere un certo fastidio verso gli “argomenti ricattatori”, ha usato un argomento meno rozzo ma molto capzioso. Ha detto: i valori della Sinistra Arcobaleno, pace, difesa dell’ambiente, giustizia sociale sono tutti nel nostro programma. La differenza sta nel fatto che noi vogliamo agirli dal governo e loro vogliono testimoniarli. E no! Sarebbe troppo perfetto per essere vero. La verità è che quei valori vengono agiti dal Pd dentro un sistema di relazioni complessivo dominato da un processo di mercificazione onnipervasivo che coinvolge anche quei valori. E nell’orizzonte programmatico del Pd non si trova neppure l’intenzione di superare quel processo e i suoi caratteri disumani.

La Sinistra Arcobaleno, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, resta l’unico e più probabile soggetto politico, ecco la necessità che viva e si rafforzi, che, contribuendo a dare forma e risultati ai movimenti e ai conflitti sociali, possa fare avanzare politiche di trasformazione, quanto mai necessarie e attuali al cospetto di aspettative recessive. Il confronto politico ed elettorale fa registrare, anche a sinistra, un grave vuoto intorno ai problemi della tecnica, della scienza e del loro uso. Una carenza tanto più grave dal momento che scienza e tecnica hanno fatto della vita e del corpo, soprattutto della donna, laboratori del capitalismo. Si deve, quindi, istituire (Cini) un nuovo rapporto tra etica, scienza e politica, che assume un valore di frontiera, di varco verso un’altra qualità sociale.

La talpa della riforma intellettuale e morale ha ben scavato. Aldo Schiamone ha scritto, nel suo bel libro “Storia e destino” che la tecnica e la scienza stanno portando a far coincidere il tempo dell’evoluzione biologica e quello dell’evoluzione dell’intelligenza, separati in ere lontane da miliardi di anni, e che dobbiamo prepararci a un salto nel vuoto abbagliante. Il bruco diventa farfalla. Tutto questo è avvincente, ma se la tecnica, la scienza e il loro uso non saranno beni comuni, anche la farfalla volerà per conto terzi.

 

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