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«Sinistra light», un saggio sulle nuove forme del populismo di Ferrruccio Capelli, direttore della Casa della Cultura di Milano |
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Smarrita nell'universo mediatico in nome della leggerezza |
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Benedetto Vecchi |
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il manifesto 28 marzo 2008 Spettacolarizzazione della vita privata, ma anche di quella pubblica. Entropia dell'informazione, che alimenta le tecniche per attirare l'attenzione di un «pubblico distratto» dalla mole di sollecitazioni che la televisione, la stampa, la radio e Internet diffondono ventiquattrore su ventiquattro. È questo l'apriori da cui partono le analisi sul ruolo pervasivo dei media nelle società postmoderne. Se poi si aggiunge la crisi delle identità collettive e la «grande trasformazione» della realtà sociale che opacizza le differenze di classe, di ceto e di censo la quadratura del cerchio sulla crisi della politica è cosa fatta. A questa lettura deterministica di causa e effetto non crede Ferruccio Capelli nel suo libro Sinistra light. Populismo mediatico e silenzio delle idee (Guerini e Associati, pp. 187, euro 19). L'autore è stato per molti anni un esponente del Pci ed ha creduto anche nella necessità di una presa di congedo dalla tradizione culminata nella cosiddetta «svolta della Bolognina». Per Capelli, però, il cambiamento di nome non era sinonimo di una semplice opera semplicistica di restyling, perché doveva coincidere con una inderogabile innovazione della cultura politica. Fattori che hanno infatti caratterizzato la sua direzione della Casa della Cultura di Milano. Ciò che non poteva certo prevedere era la diffusione di una «attitudine politica» che è stata chiamata «populismo mediatico» che ha dissolto quella tensione a innovare la cultura politica della sinistra. Capelli ne da la sua versione, meglio interpretazione. La critica ai partiti di massa e alla professionalizzazione della politica è stata svolta per tutti gli anni Novanta chiedendo una maggiore partecipazione di uomini e donne alla decisioni prese in loro nome. Ma, sostiene a ragione l'autore, il suo esito è stato un surrogato della partecipazione, come i «talk show», i sondaggi e, si potrebbe aggiungere senza incontrare il consenso dell'autore di questo saggio, le primarie. Vedere esponenti politici che discutono tra loro può aver avuto anche l'effetto di una trasparenza dei loro comportamenti, ma sempre all'interno di un «ordine del discorso» predefinito, dal quale è impossibile uscire. I toni gridati e le parole al vetriolo che si scambiano talvolta il personale politico dei partiti usciti distrutti dalla fine della Prima repubblica e di quelli nati con la seconda repubblica hanno alimentato una visione dell'agire politico in cui il «leader» è l'unico rappresentante legittimo del popolo, entità di volta in volta costruita a tavolino. Il personaggio adeguato a questa situazione è ovviamente Silvio Berlusconi, che ha riversato nella discussione pubblica gli stili di enunciazione della televisione commerciale e del marketing. Così, il consenso diventa audience, mentre il sondaggio deve avere un potere performativo dei comportamenti elettorali. Di Sinistra light è interessante anche la parte che analizza le reazione della sinistra politica a tutto ciò. Dall'incapacità di usare il mezzo televisivo si è arrivati a una sorta di accettazione acritica degli stessi strumenti e stili di enunciazione dell'«avversario». Ferruccio Capelli analizza tutto ciò con passione, facendo emergere un giudizio critico su questa tendenza della sinistra, anzi del centrosinistra a fare proprie, e acriticamente, le tecniche del populismo mediatico, quasi che la sua capacità di interpretare la realtà italiana dipenda dal fatto di essere «mainstream». E invita (invito da accogliere in questa campagna elettorale che vede il populismo mediatico come caratteristica dominante della discussione pubblica) a riordinare le idee. Anzi, a cominciare a elaborarne di adeguate per un contesto dove la «mediatizzazione» della realtà la fa da padrone. Anche quando i candidati premier riempiono le piazze, comportandosi però come se fossero davanti a una telecamera.
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