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Democratici |
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«Niente rassemblement di minoranza» Bindi: «Separazione, mica divorzio» |
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Daniela Preziosi |
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il manifesto 28 marzo 2008 «Mettiamola così: quella fra sinistra e Pd è una separazione consensuale. E siccome, com'è noto, io sono cattolica, so che le separazioni consensuali sono proprio quelle che non necessariamente portano al divorzio». La prodiana Rosy Bindi non vorrebbe accettare una discussione «che ammette che il Partito democratico non vinca le elezioni. Le pare? Siamo a un passo». Ma se proprio deve - in fondo le si chiede solo di seguire il ragionamento di Walter Veltroni che ieri al manifesto diceva no a qualsiasi possibilità di accordo comune con la sinistra arcobaleno, «neanche in caso di sconfitta» - in questo caso frena, lei che è stata unionista sfegatata, l'ultima a rassegnarsi al 'correre soli'. Aggiungendo come scaramanzia, però, che «del dopo voto faremmo meglio a parlare dopo il voto». Bindi è una delle poche che accettano di parlare sul tema delle alleanze prossime venture. La pax elettorale convince i più, nel Pd, a non aprire crepe con il candidato leader. Ma non è l'unica, a non essere d'accordo con Veltroni. Vincenzo Vita, uno dei leader della sinistra del Pd, la pensa come lei. «Non metterei la parola fine al dialogo con la sinistra. Anzi», dice. «E' vero, come dice Walter, che fra noi e l'arcobaleno ci sono molte differenze di programma. E' altrettanto vero che ci sono molte contiguità. Dal lavoro, alla pace, alle grandi questioni culturali, abbiamo già praticato e intrecciato riflessioni comuni. Non c'è motivo di interromperle ora, e ancor meno dopo il voto. «A cominciare dalla riforma elettorale - dice Vita -, il terreno su cui si Pd e un pezzo della sinistra dialogavano fino a un giorno prima dalla caduta del governo di Romano Prodi». «Sulla riforma elettorale il dialogo dev'essere con tutti, senza escludere nessuna delle le grandi forze», aggiusta il dalemiano Nicola Latorre. «Ma è chiaro che fra le grandi forze senz'altro annovero la sinistra arcobaleno». Eppure fra Pd e un pezzo della sinistra (Rifondazione comunista, per la precisione) il dialogo sulla legge elettorale si basava sull'idea condivisa di una riforma alla tedesca. Oggi, invece, Veltroni rilancia il sistema 'francese'. Il problema, soprattutto, è tutto racchiuso nell'uso di certi termini. E' capire cosa intende il candidato premier del Pd quando al manifesto dice «nessun accordo all'opposizione», insieme però non escludendo «temi sui quali potremo lavorare comunemente». «A me le parole di Walter sembrano persino ovvie», continua Latorre. «Il Pd e la sinistra si sono presentati con programmi diversi, oltreché con candidati diversi. Per questo ora sarebbe bizzarro immaginare, nel caso non auspicabile di opposizione, mettere insieme un grande rassemblement di minoranza. E' vero che abbiamo alcune sensibilità comuni, ma è anche più vero che abbiamo profonde divergenze». «Faccio un esempio. Sinistra e Pd sono d'accordo sulla necessità di introdurre elementi di giustizia sociale. Però, a differenza della sinistra, noi del Pd pensiamo che qualsiasi intervento sia inscindibile dal sostegno alla crescita del paese». Questo però «non esclude che ci sono i margini per sostenere la stessa idea per chiudere finalmente con il conflitto di interessi, o di sostenere un'iniziativa comune sui salari o sulle pensioni. Ma di qui a ipotizzare un'alleanza organica...». Niente alleanza organica dunque. Ma tante battaglie comuni, nel caso, si possono fare.
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