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Un feeling da ricostruire |
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Marzia Bonacci |
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Aprileonline 28 marzo 2008 Bertinotti ha ammesso lo scollamento fra sinistra e mondo del lavoro. Un divorzio che ha inizio nel 1980 dopo un'intensa stagione, il '68, in cui le fabbriche si aprirono alla politica e all'esterno. Ne abbiamo discusso con esponenti della SA, del sindacato e della cultura, cercando le ragioni e le possibili soluzioni a tale frattura Non nasconde la difficoltà, ma anzi l'ammette pubblicamente, arrivando a darne anche una spiegazione. "Quando sono stato, nei giorni seguenti alla tragedia Thyssenkrupp, durante lo sciopero effettuato dai sindacati, alla manifestazione, ebbi a dire, conoscendo bene Torino e gli operai, che si erano richiusi i cancelli delle fabbriche". Per chi si erano chiusi quei cancelli Fausto Bertinotti non lo dice espressamente, ma è chiaro: per la politica e più precisamente per la sinistra. Un cambiamento rispetto al 1968 e al 1969, quando "erano stati aperti nella grande riscossa operaia e studentesca". Poi, tutto serrato negli ultimi 25 anni, con un momento di svolta a perdere nel 1980, anno in cui "è cominciata una storia drammatica per cui le politiche di impresa, le politiche liberiste hanno avuto il sopravvento sui lavoratori che, giustamente, non si sono sentiti protetti, considerati". Cosa ha determinato tutto questo nel sentire operaio, Bertinotti lo dice senza mezzi termini: "non più il noi sindacato, il noi sinistra, il noi alleanza per il cambiamento, ma noi operai dentro la fabbrica e tutto il resto è fuori". Un "isolamento", una "solitudine" che perdurano fino ad oggi, e per cui "anche il voto può prendere maggiormente la forma della protesta". Magari anche verso il segretario del Prc Franco Giordano, nei giorni scorsi accolto non troppo calorosamente dai lavoratori di Mirafiori. Ma è proprio questa la sfida della casa rossa, secondo il suo candidato premier: "la Sinistra Arcobaleno nasce per ricostruire una fiducia e la speranza", afferma da Lamezia Terme parlando con i giornalisti. Sullo scollamento fra lavoro e rappresentanza politica, onestamente si può dire fra lavoro e sinistra, si discute già da tempo. Riconquistare l'egemonia culturale nel Paese (Gramsci dixit); militanti di Pci, Pdup, Manifesto, Lotta Continua davanti alle fabbriche per intercettare gli operai, per farsi raccontare la vita in catena di montaggio ma anche per prospettare un'alternativa; giovani sessantottini che intessono un legame fra atenei e capannoni industriali: tutto sembra un ricordo sbiadito da cui pure bisogna ripartire per riannodare i fili tra i due mondi, non tralasciando l'autocritica per la stessa mancanza incontestabile che ha portato alla frattura odierna. Maurizio Zipponi, responsabile Economia e Lavoro del Prc, individua in un momento ben preciso della storia operaia italiana l'inizio del divorzio fra la sinistra e le fabbriche. "Il senso di solitudine che caratterizza il settore del lavoro è il risultato di un lungo processo che ha inizio nel 1980, dalla Fiat e da Torino. Dopo 35 giorni di presidio della fabbrica per impedire i licenziamenti, la Fiat cacciò dall'azienda migliaia di lavoratori con il criterio della discriminazione politica. Un allontanamento che avvenne con la firma delle organizzazioni sindacali", ricorda Zipponi. "I sindacati - prosegue- non riconobbero la sconfitta, tentarono di nasconderla. Forse, se si voleva ricostruire un rapporto fra lavoro e politica, le rappresentanze dell'occupazione avrebbero dovuto ammettere di aver perso". Ma la storia è andata in un'altra direzione. "Così, dal 1980 ad oggi ha prevalso il solo punto di vista dell'impresa, come testimonia la recente partita sul protocollo del 23 luglio. A dicembre del 2007 il governo Prodi mette in discussione la funzione del parlamento, il quale aveva modificato il documento sul welfare favorendo i lavoratori. Dopo una visita del presidente di Confindustria a Palazzo Chigi, l'esecutivo decide infatti di mettere la fiducia sul testo, di fatto blindandolo e di fatto azzerando il ruolo delle Camere". A tale condizione, secondo il responsabile economico del Prc, c'è un'unica risposta da dare: "bisogna riaprire seriamente il capitolo del conflitto sociale con l'obiettivo di cambiare le condizione di lavoro. Solo in questo modo si potrà rianimare la fiducia nella politica e nel sindacato". Già, conflitto sociale, lo stesso negato da Veltroni. "Pur sapendo che è Berlusconi l'avversario elettorale, non posso non sottolineare come su questo tema il Pd abbia letto troppo Walt Disney: l'equidistanza democratica tra un forte e debole infatti, vuol dire stare automaticamente dalla parte del forte. Noi non proponiamo antiche letture del passato, ma bisogna essere consapevoli di qual è la situazione reale. Bisogna contrapporre alla Confindustria una sinistra di massa e non di testimonianza, in modo da ricucire la ferita fra lavoro e politica". Ciro Argentino, che in fabbrica ha lavorato, e precisamente alla ThyssenKrupp di Torino, ci spiega cosa si aspetta venga messo in campo, da lavoratore e ora da candidato capolista del PdCi alla Camera. "All'analisi di Bertinotti non c'è niente da aggiungere perché non può che essere condivisa. A questo punto il nostro dovere come sinistra è quello di fare della difesa dei lavoratori l'asse portante di riferimento della nostra azione politica". La sua è una considerazione che scaturisce dai fatti e i fatti parlano, come dice lui stesso, "dell'esistenza, in questo Paese, di una vera e propria guerra che si chiama morti bianche". Nella prospettiva di chi si interessa dell'occupazione come studioso e analista, lo scollamento fra mondo del lavoro e politica, in particolare di sinistra, non può che avere una molteplicità di cause. Ci spiega il professor Luciano Gallino come "fattori economici, politici e culturali abbiano determinato questo allontanamento", anche se è prevalsa soprattutto una concezione che si è rivelata fatale per tale divorzio: "è l'idea della fine dell'industria, la riflessione sul cosiddetto post industriale: altri paesi producono manufatti e noi viviamo di turismo e finanze". Di fatto la scomparsa del mondo del lavoro, "tornato alla ribalta soltanto in occasione di questa atroce sequenza di incidenti mortali, che hanno dimostrato come gli operai non solo esistano ancora, ma siano anche un elemento portante dell'economica". Sugli anni '80, il professore non ha dubbi: "hanno segnato una svolta perché sono il momento dell'accelerazione della globalizzazione, un'età in cui inizia il ritorno al potere della proprietà delle impresa, l'epoca in cui si supera il compromesso costruitosi precedentemente tra capitale e lavoro, un compromesso che aveva ridotto la quota sul Pil dei profitti e delle rendite. Da allora, si è invece avuta una rivoluzione manageriale a carattere soprattutto finanziario, la quale ha portato molto indietro la quota delle retribuzioni dipendenti sul Pil". Cosa significa tutto questo? "Significa dimenticare che l'economia ‘esce' dalla fabbrica, non è solo su base finanziaria. Proprio questa concezione è ciò che oggi comincia a tracollare, si veda la crisi americana. Quando la finanzia scricchiola, ritorna in primo piano la produzione reale, base della stessa economia finanziaria. E con essa, torna alla ribalta anche il mondo del lavoro in carne e ossa". Un mondo del lavoro in carne e ossa che Dino Greco conosce bene. Come del resto la sinistra che, ci dice, "nelle sue idee fondamentali è stata sconfitta". Da questa battaglia persa è scaturita una cultura che si è diffusa a macchia d'olio e che ha reso l'impresa "il demiurgo, il soggetto ordinatore dei rapporti sociali, il motore dello sviluppo". Con la conseguenza che "la soggettività operaia passa in subordine". Un oscuramento per cui non solo il mondo ignora i lavoratori, ma questi stessi si ignorano tra loro: "l'isolamento operaio distrugge la solidarietà orizzontale e fa affermare quella verticale: rompendosi la coalizione nel mondo del lavoro, perché non si riesce a guadagnare diritti, l'operaio finisce per chiedere maggiori straordinari all'imprenditore". Muore così la lotta fianco a fianco e si tenta dunque di guadagnare qualcosa attraverso la relazione diretta con il datore di lavoro. Il che però, ammonisce Greco, "non significa un'adesione ideologica all'imprenditore". Il fenomeno è infatti più complesso: "la crisi di identità collettiva e di cultura da parte del lavoratore rende le idee dell'altra classe, quella imprenditoriale, dominanti, e perciò capaci di determinare un desiderio di imitazione". Il lavoratore non potendo mettere in discussione i rapporti esistenti, non solo ci si adegua, ma "cerca anche di essere cooptato da questa sfera che detiene il potere". "Un meccanismo che - secondo lui- spiega perché tanti operai votano Berlusconi". Sulla vicenda di Torino degli anni '80, Greco si smarca dalla lettura diffusa, perché sebbene sia una data importante, gli appare comunque "un effetto e non una causa". Quando si determinò quella sconfitta, è il senso del suo ragionamento, il processo di distacco era già in incubazione da tempo. Al contrario, se gli si chiede una data spartiacque nella storia operaia, indica senza esitazione "la fase della cosiddetta politica dell'Eur". Di questa logica fu fautore nel sindacato Luciano Lama, mentre l'amendolismo gli fu consustanziale nel Pci. "Era l'idea - spiega il sindacalista - che prima di redistribuire bisogna accumulare ricchezze, a qualsiasi prezzo, anche il dissanguamento dei lavoratori". Tale marcia forzata all'accumulazione non ha determinato, come si sperava, "una trasformazione positiva del capitalismo, ma lo ha incancrenito nell'idea che sull'altare della competitività vada immolato tutto, anche la vita, la retribuzione, il tempo dei lavoratori". Oggi la situazione è più o meno simile. "L'impresa è centrale e può fare del lavoro una merce da vendere a prezzo politico, ridotto, perché deve entrare come combustibile nel processo di accumulazione economica".
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