Studenti e ricercatori ci mostrano il senso della nostra politica

Fabio de Nardis Dip. Università e Ricerca Prc-Se

Liberazione 27 marzo 2008

Sono settimane che giriamo l’Italia come trottole per iniziative legate alla campagna elettorale. Studenti, ricercatori precari, docenti. Stiamo cercando di dialogare con tutte le componenti del mondo dell’Università e della ricerca per discutere il nostro programma. Le campagne elettorali potranno pure appassionare qualcuno, noi non le amiamo. La discussione rischia di impoverirsi piegata a interessi di marketing politico. Non chiediamo semplicemente il voto ma piuttosto di costruire reti di mobilitazione che coinvolgano tutte e tutti a prescindere dalla sensibilità politica.

Recentemente ho partecipato a una discussione con i ricercatori che si riconoscono nel network della Rete Nazionale dei Ricercatori Precari. Ho chiesto loro di essere schietti, aggressivi. E così è stato. Hanno cercato risposte concrete attaccandoci sovente per quello che avremmo potuto fare in due anni di legislatura. Il dibattito è stato intenso e costruttivo. Nel Forum aperto abbiamo ricevuto centinaia di commenti, perlopiù da parte di precari incazzati. Alcuni hanno cercato di avere maggiori informazioni sul merito dei provvedimenti o di alcune proposte, altri hanno mostrato apprezzamento per il nostro operato e le nostre idee, altri si sono limitati ad attaccare. Ma alla fine ciò che è emerso è disincanto, rabbia, delusione. E come dar loro torto.

Per molti rappresentavo il capro espiatorio per dare sfogo a una rabbia sociale indotta da una politica spesso inconcludente. Per altri ero il nemico semplicemente perché docente strutturato e non precario. Allora giù attacchi pesanti sulle raccomandazioni, sui canali privilegiati di accesso ai concorsi, sul nepotismo, e così via. Attacchi comprensibili per chi si sente escluso dall’insopportabile torre d’avorio che è diventata l’Università italiana. Altri mi hanno criticato in quanto “dirigente politico”. Strana parola, così lontana dalla nostra idea di politica e di cittadinanza. Quanto al modo con cui si diventa professori o ricercatori in Italia, lo conosciamo tutti. Non ne andiamo fieri. Per questo però non sono sufficienti leggi e provvedimenti formali, ma occorre portare avanti una grande battaglia di egemonia culturale e di civiltà.

Al momento per vincere un posto occorre essere inseriti in cordate che controllano un sistema di reclutamento di fatto cooptativo. Mi chiedo quanti di quei precari che oggi si sentono vittime di un sopruso si sarebbero tirati indietro se in sede concorsuale fossero stati loro i “prescelti”. Qui sta il punto. Il vero problema oggi è quello di portare avanti una battaglia politica che veda coinvolti tutti i ricercatori, i dottorandi e gli assegnasti mobilitati non per quella che sovente si configura come una sorta di invidia di classe, ma perché si crede veramente nella possibilità di costruire una università diversa. Non è sufficiente criticare chi, pur nei limiti, decide di buttarsi nella mischia cercando di incidere su processi e asimmetrie di potere che a volte sembrano impermeabili alle istanze sociali.

Dove erano tutti questi giovani incazzati quando si chiedeva loro di mobilitarsi durante le discussioni per le due passate leggi finanziarie? Forse stavano all’Università a fare esami per paura di essere additati dal barone di turno a cui offrono dedizione e servitù nella speranza di una futura “cooptazione” concorsuale. La politica non si delega in attesa che qualcuno ci risolva i problemi. Ognuno dovrebbe mettersi in gioco e fare la sua parte.

È con questo spirito conflittuale e partecipativo che il prossimo 3 aprile, a Roma, presso la Sala delle Carte Geografiche, a via Napoli, abbiamo promosso una iniziativa incentrata sulla questione degli studenti e dei ricercatori precari. I rappresentati dell’Udu, della Rete Precari, dell’Associazione Dottorandi, incontreranno i responsabili di settore della Sinistra, l’Arcobaleno. Ci descriveranno le loro proposte. Ci racconteranno la condizione corrosiva della precarietà che uccide la possibilità di studiare e fare ricerca con serenità. E noi ci impegneremo a costruire progetti di riforma con loro, da tradurre immediatamente in disegni di legge e in conflitto e mobilitazione. Il prossimo autunno non è poi così lontano.

 

  back