Candidando...candidando

Jacopo Matano

Aprile online 27 marzo 2008

Verso il voto di aprile/4 Continua il tour virtuale nelle liste dei candidati che andranno a formare la prossima squadra di onorevoli, o il prossimo bollettino di trombati. Tra nuove conoscenze, fedine (ri)pulite, nomi altisonanti e piccoli potentati locali, sono quasi tutti pronti al fotofinish per la corsa a Montecitorio. La quarta puntata: il Veneto

Non c'è bisogno di cercarla molto lontano, la tanto richiesta "magagna" del Pd. E' lì, lontano dai salotti romani, nel grande nord-est che lavora, tra villette blindate, problema immigrazione, piccola-media-e-grande imprenditoria e Lega Nord. Si chiama Massimo Calearo, ed è capolista alla Camera 1.

FALCO DEMOCRATICO - Avevamo lasciato a Colaninno jr. l'immagine dell'imprenditore postmoderno, giovane, leggero ma intenso. E ritroviamo il padrone. Calearo è presidente nazionale di Federmeccanica, capo dell'assoindustriali di Vicenza, e presidente, nell'ordine, del Comitato locale Unicredit di Vicenza, della Società italiana finanziaria immobiliare, della casa editrice Neri Pozza e naturalmente del Gruppo Calearo, antenne e accessori per auto. Ma Calearo, le antenne, non le produce solo. Le ha: è consigliere d'amministrazione un po' ovunque, nelle banche venete che contano e nell'editoria padana. La sua candidatura scuote il Pd, ed il perché è facile intuirlo. Calearo è potente, e viaggia da solo: inviso a destra (Galan gli diede del "tecnocrate mafioso") e a sinistra (per Bertinotti resta un "falco") ancora quest'estate, quando ancora il suo nome in lista non era ancora pensabile, strizzava l'occhio allo sciopero fiscale di Bossi. Poi le sempiterne proposte di revisione dello Statuto dei lavoratori, i commenti sul contratto nazionale, l'ostilità verso Visco, "Per carità di Dio, spero non lo ricandidino". E la santificazione di Mastella, che ha fatto bene al Paese "perché ha fermato il governo e adesso c'è un partito come il Pd che ha un programma moderno". Forse non basta stringere la mano a Nerozzi, candidato al quinto posto nella seconda circoscrizione, né spiegare le ragioni della propria candidatura al Corriere della Sera di oggi, né lanciare le proposte di salario minimo di 1300 per i contratti a progetto (su cui Epifani ha dato il benestare). Il dottor Calearo resta, negli umori, il patron di Vicenza. E, un domani, di Montecitorio.

Sotto di lui il Partito Democratico mette una rete di rinforzo: giovani dirigenti, tutti sotto i 40, quadri aggressivi esperti di campagne elettorali e pronti ad attutire il colpo. Naccarato, trentanove anni, bolognese, è in Parlamento dalla scorsa elezione. Anche nel 2006 si presentava in Veneto. New Entry invece è Margherita Miotto, ex responsabile politiche sociali della Margherita. E il suo quasi corrispettivo diessino Federica Mogherini, vice responsabile del dipartimento Esteri della Quercia, oggi responsabile istituzioni del Pd nell'esecutivo nazionale. La Mogherini, trentasei anni, rappresentanza scolastica in un liceo pariolino Roma e prima generazione Erasmus, è un idealtipo: "Dopo la maturità ha vissuto 5 mesi a Londra, lavorando da Mac Donald's e studiando l'inglese", si legge sulle sue biografie. Europa, esperienza di precariato formativa, "carriera" nella Giovanile: una valida veltroni-girl post dalemiana. Nelle nebbie venete ci passa solo per tornare a Roma.

Più "local" le candidature della seconda circoscrizione: oltre alla capolista Rosi Bindi, compaiono infatti il portogruarese Andrea Martella, la senatrice trevigiana Simonetta Ruminato, il deputato "dem dem" Rodolfo Viola, di Ceggia, stretto del ministro Fioroni, ed il veneziano Baretta, sindacalista cattolico di lungo corso, che è stato segretario generale aggiunto della Cisl insieme a Bonanni. Partita aperta al Senato, dove il dirigentissimo ex piccino e poi colonna portante della costruzione del Pd Enrico Morando capeggia la lista per riconfermarsi a Palazzo Madama. Seguito da un altro "anziano": il segretario regionale democratico Paolo Giaretta, sindaco di Padova nei roaring 90's, una dozzina di anni di Palazzo Madama più breve e recente esperienza di sottosegretario al fianco di Bersani. Terza, Maria Pia Garavaglia, esperta vicesindaco di Veltroni. Ed il rispettato Felice Casson, che prima di finire a Palazzo Madama con Prodi indagava da pm nelle nebbie di Porto Marghera e si candidava come sindaco di Venezia nella storica crociata anti-Cacciari.

Dulcis in fundo c'è Paolo Nerozzi, di cui molto si è parlato sui giornali. E su questo, in particolare, per ovvi motivi. Bolognese, una vita nel sindacalismo, alla funzione pubblica nel '94 e segretario confederale dal 2000, negli ultimi due anni membro del comitato editoriale del mensile Aprile. Poi l'avvicinamento a Sinistra Democratica, e l'abbandono del movimento di Mussi per passare al Pd. L'undici marzo 2008 la storica, contestata, applaudita, sicura, imbarazzata, sicuramente commentata stretta di mano con Calearo. E il giorno dopo l'addio formale alla Cgil.

SINISTRA ALLA PANNA - La Sinistra Arcobaleno apre la sua formazione veneta alla Camera 1 con il ministro Paolo Ferrero. Lo segue Luana Zanella, veneziana doc, ex assessore alla cultura e poi capogruppo dei Verdi alla Camera dov'è subentrata in un secondo tempo dopo le dimissioni di Gianfranco Bettin. Ma la vera risposta a Calearo dal fuoco di fila della sinistra è Pier Luigi Bedenda, metalmeccanico della Bassano Grimeca, trentasei anni, in quota Pdci, uno della squadra dei sei operai lanciati dai Comunisti Italiani contro la candidatura dell'industriale. Rifondazione si prende il capolista anche nella Camera 2, dov'è paracadutato Gino Sperandio, anch'egli entrato in sostituzione nel primo tempo della legislatura Prodi (al posto di Patrizia Sentinelli, che oggi è in ticket con Rutelli su Roma). Nel Veneto, Sperandio è il segretario generale del Prc. Ma per i rifondaroli sono tempi duri. Sperandio detiene infatti un altro curioso primato: è il parlamentare più povero, con 75.142 euro dichiarati nel 2006. Chissà che non si rifaccia nel secondo mandato.

Nulla però fa discutere le anime arcobaleno della sinistra più della seconda posizione della lista nella Camera 2. Il candidato rosso di punta è infatti Francesco Caruso, del quale molto si è parlato nella scorsa legislatura. E molto si parla, dato che per questa invasione di campo in casa Casarini (che ha commentato: "una provocazione nei miei confronti"), Rifondazione si è beccata le critiche di mezzo movimento veneto ed ha acuito ancora di più la frattura tra le anime che fanno capo ai due ex colleghi di disobbedienza. Ma a Venezia non volano soltanto le accuse: volano anche i gelati, come quello lanciato addosso a Caruso da un ignoto attentatore Casariniano venerdì scorso, mentre il deputato napoletano era a cena in una trattoria con lo storico Nicola Tranfaglia, capolista al Senato. Sembra che la coppetta alla panna,  nella parabola discendente, abbia solo sfiorato di striscio il giovane disobbediente, per finire invece in faccia al povero Tranfaglia. Che stando ai testimoni se la sarebbe cavata con una leccata di baffi.

Dopo lo storico alla panna, e prima dell'urbanista Luisa Debiasio (non proprio una new-entry, visto che c'è già nel '96 con i Ds), in lista a Palazzo Madama troviamo Anna Donati, cinquantenne, dei Verdi. La Donati è già al Senato. E da Ravenna dov'è nata, alla Sicilia dove in qualità di presidente della Commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama si è battuta per la chiusura della società Stretto di Messina S.P.A., la Donati ha quasi combattuto contro sé stessa. Contrario al blocco della società, infatti, era il partito dell'Idv. Stessa coalizione, e quasi stesso cognome, visto che il capogruppo alla Camera è il semi-omonimo Donadi.


PDL A SEI ZERI- Nella Terra di Galan, che suona un po' come la Terra di Mordor di Tolkeniana memoria, il governatore è capolista al Senato, mentre Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini aprono le danze del Pdl alla Camera 1 e 2. Ma non è una novità. E non è una novità che, di qualche posizione sotto Galan, stazioni il senatore aennino Maurizio Saia, quello, per intenderci, che "la Bindi è una lesbica, e non può guidare il ministero della Famiglia" (maggio 2006, frase che gli valse un "imbecille" dal leader del partito Fini). E' rinfrancante, invece, che assieme a quello squattrinato di Sperandio di cui abbiamo detto, nelle liste venete di Montecitorio sieda anche l'avvocato d'oro di Berlusconi, il Niccolò Ghedini che alla fine dell'anno conta in tasca 1.223.463 euro e si classifica come il senatore più ricco da generazioni. Peccato che esca da Palazzo Madama: declassificato o più operativo, non è dato saperlo. Sappiamo però che sotto di lui fa capolino un altro fedelissimo del capo, il vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera Aldo Brancher. Uno di quelli che contano perchè lavorano nell'ombra. 

La storia di questo berluscones di lunga data è curiosa, e si merita di concludere la nostra rassegna sui candidati veneti. Ex prete paolino, cresce sotto l'ala di Don Emilio Mammana, colui che fece levitare, in senso più economico che spirituale, il settimanale Famiglia Cristiana fondato nel '31 da don Alberione. In Famiglia Cristiana, Don Brancher diventa responsabile del neonato settore pubblicità e gestisce la società Publiepi, grande impresa editoriale di cui, negli anni di Publitalia 80, un rampante Silvio Berlusconi acquisisce capitale, strumenti, know-how e risorse umane. Tra cui Aldo Brancher, che lascia la tonaca ed entra in Fininvest, per essere arrestato per tangenti nel giugno del '93, primo dei dirigenti del gruppo di Berlusconi a finire dentro. L'accusa: 300 milioni al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, per la pubblicità contro l'Aids assegnata dal ministero alle reti Fininvest. Ma la Cassazione si fa aspettare e la condanna va in prescrizione. Poi l'aria cambia, il capo va al governo, e Brancher diventa due volte sottosegretario. E' l'uomo di collegamento con la Lega di Bossi: Berlusconi gli deve la vittoria della coalizione nel 2001 e l'accordo sulla riforma costituzionale del 2003, poi bocciata dal referendum.

Ma anche Gianpiero Fiorani sembra dovergli parecchio. E per ringraziarlo dell'occhio accorto con cui gli avrebbe indicato i politici da finanziare ai tempi della scalata, gli fa arrivare -stando ai pm e alle ammissioni esplicite dello stesso banchiere- almeno 400 mila euro. Di cui parecchi sul conto della moglie, e il resto: "100 mila a mano nel mio ufficio e altri 100 mila consegnati a Lodi nel 2005".

 

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