Pensioni, la campagna del piddì assomiglia tanto a quella della destra

Una sortita ad uso e consumo delle tv in “berlusca style”

Stefano Bocconetti

Liberazione 26 marzo 2008

Piazzale Flaminio, Roma. E’ già quasi centro - il piazzale in realtà è solo un’enorme fermata di bus e metropolitana - separato da piazza del Popolo da un’antica porta. E’ vicinissimo al centro ma ancora non lo è. Nè negozi, nè insegne, solo pizzerie take-away. A piazzale Flaminio ci si passa, non ci si ferma. Lo shopping è là, appena dopo il semaforo pedonale, ma nessuno qui sembra avere nulla a che fare con quelle insegne. Facce stanche, tutto di corsa. Lavoro, o bambini, o scuola. Alle due e mezza del pomeriggio nella stazione del metrò già distribuiscono un’edizione serale della free-press. Quei giornali gratuiti che ti accompagnano negli spostamenti urbani. Ieri, uno di questi giornali titolava: «Veltroni, aumenterò subito le pensioni».

Un signore, nè malandato, nè benestante, probabilmente non ancora in pensione ma non lontanissimo, prende il giornale dalla bacheca. E dice, commentando il titolo: «Ci vorrebbe una campagna elettorale ogni sei mesi». Per lui non cambierà nulla, lo sa, si intuisce dal tono di voce che lo sa. E probabilmente per lui non è cambiato nulla neanche in questo anno e mezzo di governo Prodi. Per lui tutto resterà com’è però è bello crederci, far finta di crederci. Perché in appena tre settimane - da quando è partita l’ultima campagna elettorale - ha già «incassato» tutto quel che gli potrebbe servire: l’eliminazione dell’Ici dalla prima casa, la fine della precarietà per il figlio - o per il nipote, chissà? - l’aumento delle pensioni.

L’Ici, le pensioni e magari pure i mille euro al mese per chi fa lavori saltuari. Tutti nella stessa categoria. La prima l’ha proposta Berlusconi, la terza Veltroni. La seconda - con sfumature diverse - sia l’uno che l’altro. E poi bonus casa, bonus per i libri di testo. Tutti nella stessa categoria. Perché la sortita di Veltroni - l’ultima, questa sulle pensioni - racconta di uno stile, di uno stile politico molto, molto più di tanti discorsi, di tante analisi. Rivela - come del resto fa esplicitamente uno dei tanti quotidiani compiacenti col piddì - che lo staff dei democratici si è accorto che dopo i fuochi d’artificio d’inizio campagna, la risalita di Veltroni mostra il passo. Per la vicenda Alitalia, certo. Dove per l’ennesima volta il candidato premier ha provato a dimenticarsi di Prodi ma non ha potuto spingersi fino al punto di ignorare del tutto le posizioni dei ministri in carica, dei suoi colleghi di partito. Tutti capilista del piddì e tutti filo-francesi, nella vicenda che riguarda la compagnia di bandiera. C’è la querelle Alitalia, allora, ma non solo.

Probabilmente c’è di più: s’è affievolita l’idea secondo cui Veltroni sarebbe riuscito laddove non c’era riuscito nessun altro. Superare Berlusconi sul suo stesso terreno. Con l’immagine di chi incarna il bisogno di un paese pacificato, con l’immagine di chi ”pensa positivo“ nonostante tutto. Con l’immagine di chi sostituisce la dicotomia destra-sinistra con quella, assai più vendibile, del ”vecchio-nuovo“. Con l’immagine. In un crescendo di slogan e foto che sarebbe dovuto culminare nel confronto tv. La sede per il confronto decisivo. Ma è bastato che la sua controparte - un po’ rivale, un po’ accondiscendente -, è bastato insomma che Berlusconi si sottraesse al confronto tv per mandare in aria tutto il castello costruito dallo staff del loft. Bisognava correre ai ripari, allora. Ma anche qui non si è riusciti a pensare a qualcosa di diverso.

Ci si è fatti aiutare, insomma, di nuovo dal berlusconismo. Dal berlusconismo prima maniera. Quello di fine campagna elettorale del 2006, quando nell’unico faccia a faccia televisivo con Prodi tirò fuori dal cappello la proposta di abolizione dell’Ici. Proposta non nuovissima, che addirittura - ovviamente in modo più selettivo: riferita solo alla prima casa e con tante compensazioni ai Comuni - aveva addirittura fatto parte del bagaglio programmatico della sinistra. Ma quella volta, Berlusconi la vendette come una chicca. Tutti lo ricordano: sostenuto, ben sostenuto da Bruno Vespa, il leader della destra si fermò. Fece una pausa e aggiunse: «Sì, avete capito bene: abolizione dell’Ici». Nel suo programma non c’era nulla che lo anticipasse, non c’era nulla che spiegasse come lo avrebbe realizzato. Ma non contava. Così come oggi, per Veltroni, non conta quel che è accaduto fino a ieri. No conta che il suo piddì abbia fatto la voce grossa contro ogni tentativo di redistribuzione. Contro ogni misura a sostegno dei redditi e delle pensioni.

Non conta che il suo partito - forse è arrivato il momento di dirlo - ha scelto la via della crisi quando si è trovata di fronte la resistenza della sinistra ad approvare l’accordo sul welfare e pensioni. Quell’intesa - quella brutta intesa - che ha sostituito lo «scalone» di Marroni con gli «scalini». Meno traumatici ma sempre peggiorativi rispetto alle attese dei pensionati. Dei tanti che avevano votato l’Unione. Tutto questo non conta. Vale la frase, l’indicazione. Vale la boutade. Che anche se corredata da schede e numeri resta una boutade. Improbabile, anche se c’è il plauso della Cgil. Improbabile come si intuisce leggendo proprio il commento del segretario della Cgil. Che dice sì all’idea di Veltroni ma poi è costretto ad aggiungere che la strada dovrebbe essere quella, per far crescere non solo le pensioni ma anche i redditi da lavoro. La strada dovrebbe essere quella e non la «detassazione degli straordinari», come hanno proposto fino ad ora Veltroni, Calearo, Berlusconi, Montezemolo, Casini.

Comunque sia, Epifani è rimasto uno dei pochi ancora con la voglia di interloquire sul programma del piddì. Sul programma dei due partiti che stanno provando ad occupare tutta la scena. E’ rimasto uno dei pochi a credere che si possa cambiare il segno di quelle due campagne elettorali. Gli altri, come quel signore del metrò, sa bene che in questi anni, in questi mesi s’è affermata una cultura neocorporativa. Che accomuna i due partiti. Dove il programma - se c’è - è solo la somma delle richieste «tirate fuori» per soddisfare, per strizzare l’occhio ai propri elettori. Il «blocco sociale di riferimento», che è lo stesso per tutti e due i partiti, peserà. Ma solo dopo il voto. Oggi si mette insieme quel che serve, si mettono insieme le aspirazioni di chiunque voti. E’ il trionfo del berlusconismo. Del berlusconismo prima maniera, quello del 95 e poi del 2001.

Oggi il leader della destra sembra addirittura non averne più bisogno. E’ forte, è in sintonia con quella miriade di micro-egosimi che nessuno è stato in grado di contrastare. Vincerà, lo sa, e può permettersi di non giocare più. Il suo programma l’hanno scritto in un quarto d’ora, nessuno - nè lui, nè Fini nè le seconde fila - lo cita mai. Può permettersi il lusso di fare gaffe - quella con la precaria: «Sposa mio figlio» -, può permettersi il lusso di inventarsi cordate - che vedono sempre protagonisti i suoi figli -, può permettersi il lusso di giocare allo statista e al suo contrario. Può parlare di «tempi difficili che ci aspettano», sulla scia delle recessione americana ma può paralizzare un’intrigata trattativa fra colossi. Magari solo per far tornare sulla scena il buon, vecchio Prodi. Che messo alle strette sul caso Alitalia non trova nulla di meglio che prendersela coi sindacati. Svelando perché l’Unione era già finita tanto prima che Mastella compisse le sue scelte. Fa tutto questo Berlusconi ma non asseconda ogni richiesta. Semplicemente perché non ha bisogno di farlo. Non ha più bisogno di farlo.

Chi invece è approdato a quell’idea della politica ora è Veltroni. Chi lo conosce dice che quella è stata sempre stata la sua filosofia. Ma un conto è proporla agli amministrati di un Comune, un conto ad un intero paese. E non è finita. Perché a giorni scatterà il divieto di diffondere i dati sui sondaggi. Anche ieri due «colonnelli» - Bondi per Berlusconi, Fioroni per Veltroni - hanno fatto finta di scontrarsi sulle pensioni, accusandosi reciprocamente di aver copiato le idee degli altri. Ma poi hanno discusso solo sulle previsioni di voto. «Vinco io», «no, vinco io». Fra poco, come prevede la legge, i sondaggi spariranno dalla scena. E resteranno solo le loro boutade. Quella di chi ha massacrato i pensionati con lo «scalone», quelle di chi si è opposto all’eliminazione di quello «scalone». Facendo finta che prima non ci sia stato nulla. Un po’ come fece Schroeder all’ultima campagna elettorale in Germania. Sapendo di perdere, il leader socialdemocratico impostò una campagna come se fosse stato all’opposizione. Lui che aveva smantellato lo Stato sociale, si propose come difensore del welfare. Qualcosa racimolò ma tanto tutto era già scritto: socialdemocratici e destra avrebbero governato insieme. Lui qualcosa racimolò. Anche se c’è da dire che Schroeder non assomiglia per nulla a Berlusconi. Ma neanche a Veltroni.

 

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