Intervento dell’attivista e candidato della Sinistra arcobaleno dopo le “contestazioni”

Veneto, ciò che veramente ci divide dagli “ex cugini” dei centri sociali

Francesco Caruso

Liberazione 25 marzo 2008

Dopo due anni di esperienza parlamentare, credevo giunto il momento di chiudere questa parentesi istituzionale per certi e molti versi disdicevole, difficile e fallimentare. In televisione Fausto Bertinotti parlava della mia candidatura come di una scelta poco felice e probabilmente non aveva tutti i torti: insofferente alle mediazioni e ai compromessi, ho sempre mostrato chiari segni di ribellione nello svolgere il ruolo di parlamentare di maggioranza del governo Prodi. E invece, dentro e fuori il partito, dentro e fuori i circuiti di movimento, in tanti hanno sostenuto la necessità di una mia ricandidatura non solo e non tanto come risposta alla criminalizzazione politica e giudiziaria scatenatasi sulle mie spalle per l’impegno sociale dentro i movimenti negli ultimi anni, ma anche come riconoscimento del lavoro svolto, non certo di portavoce di strutture di movimento ma più semplicemente di amplificatore di lotte sociali.

La proposta di candidarmi in Veneto, l’ultima regione nella quale avrei pensato di poter impegnarmi in questa difficile campagna elettorale, mi ha lasciato inizialmente interdetto. La tentazione a rinunciare l’ho messa da parte non tanto per un calcolo utilitaristico - del resto non essendo capolista le mie possibilità di elezione dipendono tutt’al più dallo stato di salute del mio amico Gino Sperandio, al quale auguro però di campare altri cent’anni - ma per non mancare di rispetto nei confronti dei compagni e delle compagne che hanno fatto della mia ricandidatura un elemento di battaglia politica. Di contro alle esortazioni di coloro i quali, pur essendo fortemente radicati nelle lotte e nei movimenti del Veneto, da anni hanno intrapreso altri e differenti percorsi politici, incentrati su una forte autonomia del sociale che però va a braccetto con altrettanta e spregiudicata autonomia del politico.

Questi compagni dei centri sociali del nordest peccano di egocentrismo nel momento in cui ritengono che la scelta della sinistra arcobaleno di “paracadutarmi” in Veneto sia una sfida nei loro confronti da parte dei vertici di rifondazione e dei verdi, partito quest’ultimo nel quale militano in molti: ma hanno le loro buone ragioni nel criticare la scelta calata dall’alto di una persona che negli ultimi 10 anni ha organizzato e preso parte a centinaia di mobilitazioni nei paesi più sperduti del meridione, non certo del Veneto. E proprio l’insediamento e l’internità sociale oggi rappresentano l’unico valore aggiunto, l’elemento di scarto e di ricchezza rispetto all’aridità del quadro politico, che la sinistra deve riscoprire e rimettere in movimento se vuol vincere la drammatica partita oggi in gioco: non la vittoria di questo o quello schieramento, ma l’esistenza stessa di un’opzione di alternativa di società.

Questa prospettiva politica che personalmente perseguo, cioè della costruzione a sinistra di uno spazio autonomo e antagonista rispetto alle dinamiche neocentriste del partito democratico (posizione non certo condivisa da tutti i gruppi dirigenti dell’arcobaleno), credo sia precisamente il macigno che pesa su qualsiasi ipotesi di confronto con gli “ex-cugini” del nord-est:

Beppe Caccia, storico esponente dei centri sociali del Veneto e attuale consigliere di maggioranza della giunta Cacciari, dichiara infatti che la sinistra arcobaleno è un progetto sbagliato perchè si pone sul terreno dell’antagonismo e non dell’alleanza con il Pd. Questo credo sia il punto politico dirimente. Appunto, la configurazione possibile dello spazio politico della sinistra: stampella del partito che in Veneto candida Massimo Calearo e che persegue la sistematica distruzione degli spazi politici per la sinistra, oppure un percorso di sperimentazione autonomo che si propone di costruire meccanismi innovativi di compenetrazione tra democrazia, politica e società?

La scelta delle candidature per le elezioni politiche, risultante ultima di un compromesso affrettato tra quattro apparati politico-partitici dentro il quadro ignobile e squallido dell’attuale legge elettorale, probabilmente è stata l’ultimo atto di una sinistra che non c’è più. La scommessa ora è costruire la sinistra che non c’è ancora, uno spazio pubblico nel quale anche i tradizionali processi verticali di decisionalità politica vengono superati da dinamiche di autorganizzazione dal basso, di partecipazione reale. E’ una scommessa difficile che si scontra con resistenze degli apparati e delle burocrazie. Una sfida nella quale però diversi di noi che abbiamo in passato promosso la stagione del movimento dei movimenti, oggi riteniamo necessario spenderci e lavorare: nella speranza che coloro i quali invece se ne rivendicano l’estraneità, non si risveglino paradossalmente in occasione delle tornate elettorali per benedire o scomunicare questa o quella candidatura.

 

  back