Cinque anni di guerra, ma Pd e Pdl si dicono “amici della democrazia”

Marco Sferini*

Liberazione 25 marzo 2008

Ci sono anche compleanni tristi. Un lustro di guerra, un lustro di pantano dove le armi, le ferite, il sangue e il dolore si mescolano ormai indistintamente e nel quale nessuno riconosce più la gravità e il peso della politica e dell’economia che alimenta lo sterminio degli iracheni e degli afghani. Questi ultimi da ancora più tempo. Anche in questo frangente si possono vedere le differenze tra il blocco liberista Pd-Pdl e la Sinistra l’Arcobaleno che mette nel suo programma il rilancio di una politica di pace, di ritorno al rispetto senza se e senza ma dell’articolo 11 della Costituzione. Le missioni di esportazione della democrazia a stelle e strisce hanno costituito non solamente un fallimento, ma l’ipocrita copertura degli interessi imperialisti delle grandi potenze occidentali.

Passando in rassegna questi cinque anni di conflitti e di stermini di massa, si possono riconoscere tutti i segni distintivi dell’aggressività di chi ha ancora oggi la pretesa di sopravvivere ad altri popoli, di espandersi a scapito di altre nazioni e di imporre, a completamento del tutto, una morale e un codice di comportamento sociale che derivi dal presunto libertarismo americano. La guerra detta “globale” oggi è per davvero un tratto distintivo delle relazioni tra le persone, tra le borse e conferma la teoria secondo cui il miglioramento di una fase recessiva dell’economia può avvenire anche grazie ad uno sforzo bellico: quando una unità di barile di petrolio passa dai 30 dollari del periodo pre-guerra ai 150 dollari di oggi, si mette a disposizione di tutti un dato che parla più di mille libri ed analisi di cavillosi economisti.

Anche la politica italiana ha sacrificato qualcosa sull’altare dell’arricchimento petrolifero e dell’accaparramento di quanto vi era di prezioso nel vecchio Iraq, nella vecchia terra dei due fiumi. Il coraggio del centrosinistra si è fermato dopo il ritiro delle truppe dal paese mesopotamico: era un impegno tra i primi messi nel programma dell’Unione e la vittoria, quella strana vittoria di misura, era così fresca che non si poteva non dare un segnale di discontinuità rispetto al governo Berlusconi.

Oggi tutto sembra invece tornato alla “normalità”: i conservatori più fermi nei loro propositi e quelli più accondiscendenti al compromesso si ritrovano sotto una unica esigenza. Un’esigenza che assume proporzioni non trascurabili: fare le riforme, fare una “legislatura costituente” e cambiare così anche la Costituzione. Rendere l’Italia moderna, dicono. Rialzati Italia, si può fare. Gli slogan si sprecano e, nel mentre il finto spettacolo della lotta a due tra democratici e berlusconiani va in onda in tutte le piazze, nelle liste elettorali hanno preso posto militari, generali che a suo tempo sono stati nel Kosovo o a Kabul. Non c’è contraddizione in tutto ciò. Fa parte del patto di una nuova unità nazionale che non esclude l’intervento armato come risoluzione delle controversie internazionali.

E quando la proposta della Sinistra l’Arcobaleno si fa avanti e annuncia l’esatto opposto, ecco che lo spirito di minimizzazione viene avanti e si costruisce l’artifizio secondo cui noi, gente di sinistra, non saremmo altro che dei sognatori aggrappati ad un impianto anacronistico, quasi irreale. In fondo, Veltroni e Berlusconi, come Blair e Bush, si dicono amici della democrazia, della pace e della fratellanza tra i popoli. E la verità diventa un sottile foglio di cartavelina dove non è possibile però scrivere nessuna parola. Soprattutto una: “pace”.

*redattore www.esserecomunisti.it  

 

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