Intervista. Il disobbediente Luca Casarini non risparmia il governo Prodi

«Veltroni e Amato non credibili, la sinistra ha peccato di ignavia»

Orsola Casagrande

il manifesto 23 marzo 2008

Venezia

Dopo sette anni e con un sospetto tempismo da campagna elettorale, si riapre (sollecitato anche da un articolo di Marco Revelli sul manifesto) il dibattito sul G8. Ne discutiamo con Luca Casarini, all'epoca portavoce dei centri sociali del nord-est.

Veltroni e Amato hanno ammesso le torture di Bolzaneto. Un po' tardivamente ma l'hanno fatto.

Veltroni dice che vanno accertate la responsabilità politiche sulle torture di Genova ma non è credibile. L'intero sistema politico istituzionale non lo è quando si tratta di fare i conti con Genova. Prova ne è quello che è accaduto durante il governo Prodi. I torturatori sono stati promossi, con l'assorbimento del loro capo De Gennaro addirittura tra le fila dell'esecutivo. Che i processi alla polizia per le inaudite violenze della Diaz e di Bolzaneto si sarebbero risolti con la prescrizione lo sapevano anche i sassi. Ma credo che questa sorta di amnistia unilaterale, riservata solo alle forze dell'ordine, e garantita da un sostegno bipartisan, riveli qualcosa di più che l'ignavia.

In che senso?

Si tratta di un'ignavia che forse va ascritta al comportamento vergognoso, complice di fatto, di quella sinistra che fu a Genova e dopo al governo. Ma in questo caso, appunto, di misera cosa e di miseri calcoli si tratta. I giochi pesanti li fanno quelli che contano, non coloro che per contare gli stanno attorno come mosche cocchiere. Gli ignavi, appunto, manco all'inferno li vogliono. Le torture di Bolzaneto, a chi vuole vedere, rivelano ciò che da sempre sappiamo: a Genova non furono in azione «sparuti gruppi o individui che abusarono del loro potere di poliziotti carabinieri e quant'altro, infierendo sui manifestanti o i prigionieri». Il numero dei casi di tortura accertati, il modo di infliggerla, l'estensione e il coinvolgimento a vari corpi armati dello stato, la partecipazione di medici, e non ultima l'agghiacciante metodicità, rivelano che quello fu un dispositivo di guerra, e non un caso. Stessa cosa per la Diaz, dove fu decisa un'azione punitiva e spettacolare insieme, unendo l'utile al dilettevole: le molotov finte, attribuite ai manifestanti e invece portate lì da poliziotti, dovevano garantire la legittimazione postuma.

Di un atto di guerra?

Sì, di una «macelleria messicana», un atto di rappresaglia indiscriminato e bestiale, tipico appunto della guerra. Genova è stato questo e tanto altro. L'esercito, o meglio, le sue regole d'ingaggio, si è fatto polizia, e la polizia, con il suo compito di tutelare l'ordine pubblico, esercito. E questo rimbalzare tra esercito e polizia, tra guerra e conflitto, è avvenuto continuamente. L'ordine si è separato dal pubblico, ed è divenuto ordine sul pubblico. E' per questo che per far luce sulle responsabilità politiche, come dice Walter in uno dei tanti spot, bisognerebbe anche noi, separare il pubblico dall'ordine, compiendo l'inverso di loro. Certo, c'era Fini nelle sale operative. Ma aggiungo anche l'on. Ascierto, che ha legami con l'Arma perché è un carabiniere in aspettativa, che girava per le caserme mesi prima. Benissimo. Ma come la mettiamo con quello che è accaduto dopo, ad opera del governo «democratico»? Separare il pubblico dall'ordine significa che tra una giustizia che noi cerchiamo, e l'ordine costituito, non vi è alcuna possibilità di coesistenza.

Il contrario sostanzialmente di quanto ripete la commissione di inchiesta...

Certo, perché si basa sull'idea che sia quella la sede, il parlamento italiano, a contenere la possibilità della giustizia. E' un'impostazione sbagliata in primis per quello che risulta evidente a tutti, e poi anche per l'impostazione, uso una definizione di Oreste Scalzone su questo, «vittimaria», tipica della corrente cultura giuridica. L'unica cosa che avrebbe significato una reale modificazione dell'atteggiamento istituzionale su Genova, sarebbe stata l'ipotesi di amnistia per tutti i manifestanti condannati o sotto processo. Se la polizia e i carabinieri godono di fatto di questa misura, perché gli altri no? Perché chi è accusato di aver rotto una vetrina si becca 11 anni e chi di aver torturato una persona invece se ne va tranquillo? Invece Walter, e nessuno di loro, l'ha detto. Hanno tutti scelto l'ordine sul pubblico. Forse perché questo pubblico, una volta che è sganciato dal costituito, punta ad andarsene altrove, definitivamente. E forse è per questo che l'unica maniera per cercare di trattenerlo è fargli la guerra, come a Genova.

 

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