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Dijana Pavlovic giovane attrice serba di origine rom, candidata alla Camera dei deputati nelle liste della Sinistra L’Arcobaleno a Milano |
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«Se sarò eletta farò valere i diritti dei Rom altrimenti... lo farò lo stesso» |
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Maurizio Pagliassotti |
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Liberazione 22 marzo 2008 Milano Se fosse un animale sarebbe una gattona: elegante e a suo agio tra l’immondizia dei campi nomadi ma anche tra i velluti dei foyer teatrali. Dijana Pavlovic è una giovane donna serba, di origine rom, che forse verrà eletta parlamentare alle prossime elezioni politiche. Se così fosse sarebbe la prima volta che una zingara entra alla Camera dei deputati. La destra riguardo a tale accadimento già trema e spara in maniera scomposta che «dopo la pornostar Cicciolina, il transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara». Lei ride, alla fine dopo molti anni di Italia ha capito che questo paese è pieno di gente strampalata. Come quelli che ad esempio si ostina a incontrare durante le improbabili trasmissioni- corride televisive dove degli invasati anti rom le vomitano addosso bassa intolleranza pre homo sapiens. Dice che incontrare tali personaggi le serve per capire e per tentare di spiegare. Perché una speranza c’è sempre. Indubbiamente la ragazza non manca di ottimismo. Trentadue anni, attrice affermata del teatro milanese, fervente fan e allieva di Dario Fo. Ultimamente però i palcoscenici che calca sono meno ovattati... Il Comune di Milano in piena bagarre elettorale vuole sgomberare il campo nomadi della Bovisa, un immondezzaio abusivo creato da generazioni di milanesi dove hanno trovato rifugio qualche centinaio di rom. Un girone infernale. Talvolta arrivano le ruspe scortate da Digos e Vigili urbani. Lei sta lì ferma davanti all’ingresso e blocca il passaggio insieme ad altri volontari. Polizia e company si incazzano di brutto, volano parole grosse, lei non si sposta: «non possono mica passarmi sopra! Da qua io non mi sposto di sicuro, dove andrebbe questa povera gente se venisse sgomberata? Non è certo questo il modo di agire». Che il campo nomadi-discarica abusiva sia il suo vero luogo di lavoro adesso è evidente quando cammina tra le viuzze che lo attraversano: miriadi di bambini, e frotte di donne le vanno incontro per salutarla. Le tirano un pallone mezzo sgonfio e lei fa due palleggi: «ho giocato nella squadra femminile della Vercellese, quando sono arrivata in Italia. Il calcio mi piace molto. È il mio sport preferito anche perché mi dà la possibilità di entrare subito in confidenza, con i bambini» Dijana ultimamente lavora come animatrice nelle scuole, un’esperienza non facile: «è difficile coinvolgere tutti, per me sarebbe meglio progettare dei laboratori teatrali ma è ancora presto». Dopo le donne e i bambini è la volta degli uomini che le sgranano sorrisi tutti d’oro. Lei li rincuora senza però nascondere che il futuro è nebuloso: «torneranno dopo Pasqua e ci riproveranno...». I rom di questo campo la conoscono bene e da lungo tempo, segno che il suo impegno non è certo una improvvisazione pre elettorale. Il suo impegno è di lungo corso e infatti non sono pochi quelli che non hanno dimenticato il suo sciopero della fame nel 2007, per l’apertura, ottenuta, di un tavolo di confronto istituzionale con i rom. Un testardaggine tutta slava la sua, che rivendica con orgoglio: «mi piacerebbe che la cocciutaggine della mia cultura diventasse anche un po’ italiana, chissà cosa verrebbe fuori». Dijana nasce nel 1976 a Vrnjacka Banja, un comune di 200mila abitanti nel centro della Serbia a 200 chilometri da Belgrado, da genitori Rom ormai affrancati dalla cultura tradizionale. Ma per Dijana basta guardare le mani del nonno per riconoscere le sue origini: mani callose da maniscalco, un mestiere tradizionale dei rom. La prima parte della sua vita la trascorre in Jugoslavia durante gli ultimi anni della presidenza di Tito, un periodo in cui il comunismo protegge la cultura rom. Gli anni successivi sono quelli del disastro jugoslavo. Come molti scappa dal suo paese distrutto durante i bombardamenti “umanitari” in Serbia, a casa rimane tutta la famiglia compreso il padre che si trova direttamente coinvolto nel conflitto. Tutti si salvano, la guerra finisce e lei sente sulle spalle due problemi, uno figlio dell’altro: il razzismo strisciante degli italiani verso i nuovi nemici serbi e la difficoltà a trovare un lavoro. «Mi sono arrangiata ma i primi tempi sono stati molto duri. Quando sento parlare di precariato nei call center so di cosa si tratta. Ho lavorato attaccata alla cornetta con contratti a termine per molto tempo, guadagnavo quattro euro e mezzo all’ora, con un capo cane rabbioso che mi controllava sempre come uno schiavista». Passa il tempo e la situazione migliora, arriva anche l’amore che si corona con il matrimonio con Gianni, un attore anche lui. Gli studi che aveva fatto all’Accademia d’arte drammatica di Belgrado iniziano a dare frutti. Dopo poco tempo anche la dizione italiana migliora e così comincia a impegnarsi in rappresentazioni sempre più complesse. «Adesso sto facendo Titania in “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare. La mia piece preferita è però “Le serve” di Genet, perché c’è un continuo ribaltamento tra l’apparenza e la realtà, tra il fisico ed il metafisico». Nel 2006 è coautrice e protagonista di “Porrajmos”, azione scenica con testi e musiche sullo stermino dei Rom; e coautrice-protagonista anche di “Rom Cabaret”, spettacolo costruito con testi della poesia popolare rom che rappresenta in diverse realtà. Infine, in occasione della giornata della memoria, organizza con la Casa della cultura di Milano un’iniziativa con testimonianze sullo sterminio di ebrei e zingari nel lager nazisti. Domanda secca: se verrai eletta dovrai abbandonare, almeno per un po’, la tua carriera di attrice. «Ci ho pensato e posso dirti che ne varrebbe la pena. Potrei dedicarmi a tempo pieno a far valere i diritti dei rom che sono abbandonati a se stessi. E poi guadagnerei molti soldi... tolti quelli per vivere potrei creare progetti di sviluppo molto importanti». Per raggiungere il campo nomadi della Bovisa è necessario un lungo giro per Milano, lei sembra conoscere il prezzo degli affitti casa per casa. «L’affitto di un monolocale in zona Lodi non scende sotto i settecento euro, una follia. La gestione Moratti, ma anche quelle precedenti, hanno creato una situazione per cui chi non è straricco non riesce a vivere in città» Mentre cammina nel “suo” campo nomadi della Bovisa racconta il suo rapporto con l’Italia che, giocoforza passa anche attraverso il cibo. «E’ come se la mia integrazione fosse passata attraverso i pranzi e le cene in questo paese: all’inizio non mi piaceva molto il cibo italiano, troppa poca carne! Ora apprezzo tutto, specialmente i risotti e le paste. Però quando torno in Serbia, almeno due volte all’anno, mi rimpinzo di piatti tradizionali che qua non trovo». Che abbia mangiato molta carne fin da quando era bambina forse ha contribuito alla sua crescita: oggi è una pertica che non finisce più. Il cellulare suona in continuazione, da quando è candidata i giornalisti non la mollano un minuto. L’ultima domanda riguarda il futuro. Da buona zingara dovrebbe saper leggere i tarocchi e quindi sapere se andrà al parlamento o meno. «Non sono capace a leggere le carte, ma so interpretare i fondi del caffè», risponde divertita. E cosa dicono? «Dicono che difficilmente verrò eletta e che rimarrò vicino ai miei amici rom dei campi milanesi. Poco male c’è molto da fare anche qua».
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