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La sinistra che vorrei |
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Carlo Patrignani |
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Aprile online 30 dicembre 2007 "Ho diffidenza verso le certezze infallibili che danno origine a veri e propri clericalismi, non importa se teologici o laici, e necessitano sempre - era la tesi di Lombardi - di un corpo, un organismo, o un uomo reclamanti l’infallibilità nell'interpretare il corso ‘vero’ della storia" Crollate le due fedi dottrinali del XX° secolo, l'Urss stalinista ‘patria’ del socialismo realizzato e la Grande Crisi, il 1929, sempre dietro l'angolo come agonia finale del capitalismo mondiale, la sfida per la ‘Sinistra Arcobaleno’ è creare la nuova Utopia, l'Umanesimo Socialista del XXI° secolo, mettendolo al riparo dalle varianti degenerative e patologiche: il nazional-socialismo e il comunismo. E' un errore ritenere che l'avvento di Stalin sia stato un caso sfortunato, un incidente di percorso, che si sarebbe anche potuto non verificare o evitare. Stalin, non può esser disgiunto dal comunismo, fermo restando che si può sempre sperare nel futuro. Ed in questo sta la differenza tra comunismo e nazional-socialismo, o altrimenti nazi-fascismo: i disastri provocati da fascismo e nazismo esprimono, sono una fine, una chiusura; quelli provocati dal comunismo, certamente non minori, anzi per durata e natura maligna maggiori, possono esprimere un'apertura, un nuovo cominciamento, possono essere una promessa per l'avvenire. In attesa allora di sciogliere il dilemma se debbano cambiare prima gli individui per poi cambiare la società o viceversa, si tratta di formare una ‘massa critica’, un numero sufficiente di persone in sintonia ‘con e per’ determinare il cambiamento della società: ad innescare processi di riforma e/o di rivoluzione culturale, del resto, non sono state mai le forze al potere ma quelle oppositive, della società civile, dei movimenti, delle realtà territoriali. Spinte dal basso che, per esser indispensabili al cambiamento, vanno non solo approvate, incoraggiate, registrate ma incanalate e realizzate: almeno, per coerenza, ci si provi fino in fondo per non deludere. Voglio dire che se si è approvata la lotta contro la base militare Dal Molin manifestando con la popolazione di Vicenza, non si può, per coerenza, non votare contro l'avvio dei lavori. In ballo ci sono grandi valori insopprimibili: la pace opposta alla guerra, la non violenza alla violenza, il rispetto al sopruso, il dialogo alla prevaricazione. Poi altri, l'impatto e la sicurezza ambientali. Ancora: sette giovani sono morti per gravi ustioni nell'acciaieria Thyssenkrupp il cui ad Harald Espenhahn è indagato ora per mancato rispetto di norme riguardanti la sicurezza sul lavoro: erano alla 13esima, 14esima ora di lavoro. Che coerenza è commemorare la morte dei sei giovani, per il settimo morto proprio oggi non c'è stato tempo, e contemporaneamente approvare con il protocollo sul welfare le misure che incentivano il ricorso allo straordinario avendo abolito la sovracontribuzione sulle ore di straordinario? Che coerenza passa tra la giusta constatazione del Presidente della Camera Fausto Bertinotti che la politica si è separata, staccata dalla vita e togliere la sovracontribuzione alle ore di straordinario che in sostanza significa permettere alle imprese di ricorrere più facilmente agli straordinari per gli assunti a termine, invece di fare nuove assunzioni? Se ne ricava che le ragioni, produttività, profitto, del più forte, l'impresa, prevalgono sulle ragioni, sicurezza del e sul lavoro, per il più debole, il lavoro e i lavoratori. Se si può, allora, essere d'accordo che lo sviluppo non c'è senza il capitalismo, è vero anche che non c'è sviluppo, umano, senza l'anticapitalismo, senza cioè porre un freno alla logica delle ‘mani libere’ su tutto, anche sulla ‘vita’ delle persone. Per cui ci si deve porre nell'ottica di "cambiare i pezzi del motore senza fermare la macchina: non si può immaginare di fermare, neanche per un momento, la macchina produttiva per farne una diversa, ma dobbiamo modificarla mantenendola in vita". Non c'è da dichiarar guerra al capitalismo, ai ‘big-players’ dell'economia e della finanza, ma accrescere il controllo pubblico, che non è statalismo, ma, come si tentò negli anni '60, programmazione economica, pianificazione delle risorse, selezione delle produzioni tra beni di uso collettivo (università, scuola, ospedali) e di uso privato, come i beni di consumo (auto, telefonini, computer) che sin autoalimentano. "Essere di sinistra e socialisti significa innanzitutto essere galantuomini", diceva un inascoltato riformatore oggi tornato d’attualità. Irrefrenabile nella passione politica, alto, magro, un po' curvo, la testa incassata fra le spalle ossute, l'ingegner Riccardo Lombardi contestava "l'esistenza di una razionalità della storia, di una storia cioè eterodiretta da un elemento che le da' significato e ne assegna la finalità: sia che il suo corso sia indirizzato verso la pienezza dello stato costituzionale per gli hegeliani; verso il comunismo per i marxisti; verso il regno per i cristiani; nulla toglie alla comune radice idealistica e platonico-cristiana: tali considerazioni - notava - non sono affatto esercitazioni intellettualistiche su astrazioni, esse hanno implicazioni di grandissimo momento sulla pratica giacchè se si crede che la storia sia guidata da una sua risposta ragione verso una sua finalità considerata salvifica e se si reputa tale corso e finalità siano scientificamente fondati, siano cioè non un'ipotesi ma la certezza, ci vorrà bene qualcuno corpo, uomo, partito, chiesa, abilitato e legittimato a interpretare il corso della storia". E siccome questa, evidenziava, è la radice teorica di ogni dispotismo, la ‘Sinistra Arcobaleno’ ha un vantaggio: sa da cosa deve guardarsi per non cadere in quella trappola mortale per cui si condanna Stalin e lo stalinismo ma si salva o almeno si tenta di salvare quel comunismo. "Ho diffidenza verso le certezze infallibili che danno origine a veri e propri clericalismi, non importa se teologici o laici, e necessitano sempre - era la tesi di Lombardi - di un corpo, un organismo, o un uomo reclamanti l’infallibilità nell'interpretare il corso ‘vero’ della storia", e rivendicava "una pratica politica democratica: democratica perchè egualitaria, non elitaria, non gerarchica, e non contraddittoria con il principio autentico della scienza, cioè il processo per tentativi e per errori, una pratica non soltanto tollerante perchè riconosce ai dissenzienti il diritto all'errore, ma perchè rivendica per sè stessa il diritto di sbagliare".
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