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Quella testatina, l'atto di nascita del manifesto |
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Marcello Vigli |
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il manifesto 29 dicembre 2007 Non mi appassiona la discussione sulla presenza o l'eliminazione della testatina «quotidiano comunista». E' «l'atto di nascita» del manifesto; non si può cancellarlo con un tratto di penna come l'Unità non potrà mai negare di essere stata fondata da Gramsci. Potrebbe significare che chi fa il giornale si è convinto che l'ipotesi della costruzione di una società egualitaria non può essere verificata. Se è così meglio chiudere il giornale per non ingannare i lettori che continuano a considerare non esaurita la lunga marcia per condurre la «specie umana» a diventare «umanità» solidale. Che pensano, ispirandosi alla metafora del Sisifo richiamata da Parlato (il manifesto del 12 dicembre), che cinesi e indiani, sudamericani e africani non possono essere privati del diritto a risalire la china solo perché i bianchi occidentali hanno fallito. M'interessa di più la proposta di trasformare il giornale in azienda. Non ho ben capito che cosa possa significare in concreto, ma mi pare di buon augurio se è un modo per garantire al giornale lunga vita almeno finché tutti i quotidiani finiranno solo on line per esaurimento generalizzato della versione cartacea. Memore però del passaggio alla gestione cooperativa dei lettori mi chiedo se non sarà bene che si faccia una seria analisi sui motivi che hanno impedito al giornale, dopo quella svolta, di darsi una organizzazione efficiente con ruoli e funzioni meglio definite, eliminando sprechi e recuperando risorse (il manifesto del 12 dicembre). Analoga attenzione al passato sarebbe servita alla Fiera di Roma durante gli Stati generali della sinistra della settimana scorsa. Come Rossana Rossanda e Francesco Indovina sono convinto anch'io che, oggi, non ci sono alternative a quel tentativo della galassia delle sinistre di mettersi assieme (il manifesto del 12 dicembre) se non si vuole rinunciare del tutto a partecipare alla fatica di Sisifo e prendere atto che non siamo più i primi della classe. Non credo che bastasse qualche pennellata in più di rosso sullo sfondo per rendere quell'Assemblea più convincente, anche se poteva esser un buon segno, ritengo piuttosto una grave mancanza che nessuno abbia fatto memoria della stagione quando i Gruppi della cosiddetta «nuova sinistra», pur non ancora partiti, avevano già «espresso», si fa per dire, le loro piccole oligarchie di detentori della «linea» giusta. In costante concorrenza fra loro, quando erano costretti a prendere iniziative comuni, costituivano gli «intergruppi» che consentivano a tutti di sopravvivere, ciascuno con la propria identità evitando pericolose «contaminazioni» e soprattutto decisioni strategiche che mettessero in crisi le tante tattiche diverse. Non bastò allora né può bastare oggi. Parlarne sarebbe stato utile non solo per mettere in guardia i giovani che quell'esperienza non l'hanno vissuta, ma anche per dare senso all'interrogativo posto da Franco Giordano sul rischio, più che incombente, di un'operazione verticistica, fatta di stati maggiori e miniburocrazie, ci sono troppi ritardi accumulati sia nelle idee che nel rapporto di massa (il manifesto del 13 dicembre). Non avere evitato quel rischio ha impedito, ieri, di valorizzare il patrimonio di vivacità politica esplosa in occidente dalla distensione internazionale degli anni sessanta. Dimenticare quella lezione, oggi, induce a sottovalutare l'inquinamento prodotto anche nella sinistra dal professionismo politico e dal protagonismo marchiato d'egotismo che contribuisce a creare le premesse per moltiplicare i «posti» nelle pubbliche istituzioni, nutrendo una corporazione che impedisce di sciogliere quelle inutili (dalle province alle circoscrizioni, dai comitati alle agenzie), di eliminare i troppi consulenti e snellire i consigli d'amministrazione. Impedisce di avviare una seria revisione delle idee che a tal proposito la sinistra ha coltivato. Nella certezza che lo stato si sarebbe dissolto al sol dell'avvenire, molti hanno disdegnato che maturasse fra i cittadini il «senso dello stato», hanno considerato un optional il buon funzionamento della Pubblica amministrazione senza avvertire che in sua assenza restano inapplicate le buone leggi, come quelle sulla tutela del lavoro e sulla trasparenza del potere bancario, e disattesi i principi costituzionali come l'equità nel sistema fiscale e la centralità della scuola pubblica. Si è pensato che fosse sufficiente proclamare la terza e quarta generazione dei diritti senza preoccuparsi troppo di garantire le condizioni indispensabili per renderne effettivo l'esercizio: la legalità delle procedure, l'efficienza degli uffici, la competenza dei funzionari. L'assunzione di responsabilità nel promuovere, a tutti i livelli, il primato del pubblico sul privato e una sua gestione democratica può essere un'idea da aggiungere alle altre nella consapevolezza che l'accelerazione dei progressi tecnologici esige un radicale ripensamento delle iniziative e delle forme di lotta per imporre la ridistribuzione dei vantaggi che ne derivano. In quest'ottica, insieme alla necessaria lotta alla precarizzazione selvaggia del lavoro e alla sacrosanta crociata contro il neo-liberismo può servire compromettersi nell'assicurare il controllo democratico delle pubbliche istituzioni nell'ambito della Costituzione A tal proposito perché nell'Album di famiglia non c'è posto per Nilde Jotti e Giuseppe Dossetti?
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