Noi, orgogliosi di essere comunisti e perciò contrari al partito unico

Claudio Grassi

Il Riformista 27 dicembre 2007

Gli Stati generali della sinistra, le modalità e i contenuti con cui il processo di unità si è avviato in queste settimane, chiamano a un giudizio in chiaroscuro. L'assemblea di Roma è stata senza dubbio una testimonianza importante della volontà, ormai diffusa e radicata tra la nostra gente, di trovare finalmente terreni comuni di confronto e di azione tra le forze della sinistra. La nostra componente, Essere comunisti, sostiene questa necessità da lungo tempo e lo ha fatto anche quando nel Prc una simile posizione non riscontrava obiettivamente grandi consensi.

L'urgenza di unità a sinistra esplode oggi con la nascita del Partito democratico: il rischio di una generale deriva a destra del quadro politico richiede subito un contrappeso credibile a sinistra, capace di equilibrare le forze in campo.

Ma la sua necessità affonda le radici in una annosa e drammatica incapacità della politica di dare una efficace rappresentanza a una parte grande di questo Paese - in particolare i lavoratori dipendenti - che da troppo tempo è stata dimenticata ed espulsa dall'agenda della maggior parte dei partiti di centrosinistra. Una sinistra unita e plurale può oggi avere il peso per ricominciare a dare risposte concrete alle domande inevase di un popolo che chiede equità, diritti, giustizia sociale. Per questi motivi eravamo presenti agli Stati generali e abbiamo partecipato ai lavori dell'assemblea, la quale non ha, tuttavia, spazzato dall'orizzonte pesanti perplessità e dubbi.

Innanzitutto non è ancora chiaro cosa effettivamente sarà questa sinistra, se un partito unico (come suggerisce Sinistra Democratica e una parte del Prc) o una confederazione di partiti autonomi. Non è un problema da poco, anzi. Essere Comunisti, in sintonia - crediamo - con larga parte di Rifondazione, non condivide l’eventualità di uno scioglimento del partito. Non per una ragione nostalgica. Al contrario, per una razionale disamina del contesto politico nel quale essa prenderebbe forma. Pensiamo ai Verdi che, anche recentemente e per tramite del loro segretario Pecoraro Scanio, hanno dichiarato di non essere di sinistra. E’ un dato di fatto che una parte del loro elettorato non lo sia e che sia geloso della loro peculiare identità ecologista.

Come si fa (in Italia come in Germania, del resto) ad ipotizzare di confluire con essi in un partito unico?

Oppure pensiamo al mondo del lavoro e a come ciascuno dei soggetti della Sinistra arcobaleno intende rappresentarlo e difenderlo. Non ci interessa qui discutere il merito delle scelte e delle posizioni: prendiamo soltanto atto che sostenere la concertazione o avversarla oppure difendere o osteggiare il Protocollo sul welfare non sono questioni da poco.

Oppure, infine, prendiamo in considerazione il rapporto con il Pd e con il governo che ogni giorno che passa erode sempre di più il nostro elettorato, mettendoci in conflitto con esso e con movimenti significativi (in primo luogo quello pacifista) con cui negli anni scorsi il nostro partito era riuscito ad entrare in stretta sinergia. Ma mentre per Rifondazione un distacco dal governo, seppure non auspicato, può essere posto tra le scelte possibili, per gli altri partiti della Sinistra ciò non è dato.

Da questo punto di vista si capisce la debolezza della carta d'intenti promossa dall'assemblea di Roma, evidentemente figlia di contraddizioni di contenuto assai significative. Poste queste premesse, la proposta di Essere Comunisti è la seguente: sì a una sinistra confederale, unita e plurale, ma rispettosa dell'autonomia culturale ed organizzativa dei soggetti che la compongono.

Non condividiamo invece il progetto di un indistinto partito unico.

Sarebbe poi davvero bizzarro che chi ha criticato il Pd per la sua natura bifronte in Europa (Pse e Ppe) proponesse ora un partito trifronte (Gue, Pse, Verdi): è giusto invece che ognuno, in ambito unitario, mantenga la propria autonoma collocazione politica, i propri riferimenti culturali e internazionali, i propri orizzonti di trasformazione sociale.

Come abbiamo cercato di argomentare, non sarebbe però pertinente ridurre la questione a una semplice difesa di un simbolo o di un nome: dietro di essi stanno molto concretamente comunità politiche basate su valori comuni, su bisogni concreti, su progetti di società e strategie di lungo periodo, con una storia e un’identità sedimentate nel tempo. Per noi vale ancora il progetto della Rifondazione Comunista.

D'altra parte sarebbe veramente grave se alla fine della lunga transizione italiana iniziata alla fine degli anni '80, venisse cancellata dal panorama politico italiano la presenza dei comunisti. E’ veramente incomprensibile come altre culture, quella socialista, quella democratica cristiana, vengano orgogliosamente rivendicate e, viceversa, quella comunista, che in Italia ha significato un patrimonio inestimabile di idee, lotte e conquiste - non si cerchi di rilanciarla. Noi non siamo disponibili.

 

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