Partiti come aziende

Renzo Butazzi

Aprile online 27 dicembre 2007

La politica e le sue formazioni partitiche stanno assumendo sempre più marcatamente la fisionomia e la dinamica del mercato e dei suoi protagonisti. C'è da sperare che questa "corporazione" si renda conto che il suo impegno nella cosa pubblica non è l'unico mestiere che essa è capace di fare, che non è una ciambella di salvataggio per non annegare nella realtà di tutti

Alcuni fenomeni che si stanno manifestando da tempo nel mondo politico assomigliano sempre di più a fenomeni tipici del mondo aziendale. Ma mentre nel mondo delle aziende essi appaiono naturali e sono causa ed effetto di vitalità, in politica appaiono "contro natura" e portano a degradarne l'immagine.

Ecco qualche esempio che mi sembra significativo. Quando due aziende che producono lo stesso bene e lo vendono nel medesimo mercato sono di dimensioni molto diverse, la più grande cercherà di acquistare o far fallire la più piccola, così che avrà il monopolio del mercato. A meno che la grande non decida di lasciare alla piccola un mercato "di nicchia", tanto perchè si possa dire che è salvo il principio della concorrenza.

Se invece le due aziende concorrenti hanno la stessa forza, piuttosto che consumare le loro energie nella lotta per prevalere l'una sull'altra, probabilmente cercheranno un accordo, spartendosi le aree di mercato. Avremo così un duopolio, ma per i consumatori le cose non cambieranno.

Mi sembra che la stessa cosa stia avvenendo tra i partiti in un regime bipolare, come quello che pare ancora di moda. I due partiti maggiori prima cercano di escludere dal mercato o comperare i partiti e le forze minori concorrenti dell'uno o dell'altro (ricordate la vecchia ricetta del PCI: nessun nemico a sinistra?).

Poi cercano un accordo per spartirsi il mercato politico senza farsi troppo male. Per convincere i "consumatori" che l'operazione è nel loro esclusivo interesse, cercheranno delle scuse. Per esempio cominciando dall'affermazione che bisogna assolutamente fare delle riforme e che, data la loro importanza, esse vanno fatte "insieme". Rotto il ghiaccio, seguiteranno dicendo che sarà opportuno trovare soluzioni "bipartisan" a problemi particolarmente delicati. Quali sono ce lo diranno loro, i due partiti maggiori, magari dimenticando di avere sostenuto per anni la bellezza dell'alternanza e del bipolarismo: una parte governa, l'altra fa l'opposizione, e viceversa.

Lungo questa strada maggioranza e opposizione potranno governare più o meno di comune accordo, dando vita a un regime che si potrebbe chiamare di duopolio monopolistico.

Questo parallelismo tra il mondo delle aziende e quello della politica si manifesta anche sotto altri aspetti.

Gli uomini politici inseriti nel sistema nazionale e in quelli periferici hanno imparato un buon mestiere, quello della politica, dal quale ricavano adeguati mezzi di sostentamento e prestigio (almeno negli ambienti che frequentano). Forse la maggior parte aveva cominciato a fare praticantato per motivi ideali, ma poi molti si sono resi conto che i motivi ideali non garantivano un futuro sicuro, una vita confortevole per loro e le loro famiglie. Alcuni non hanno ceduto e si sono allontanati dalla politica o sono stati emarginati.

Altri, quelli che contano, sono rimasti, convinti che il miglior mestiere imparato era quello e quello conveniva sfruttare. Come un dirigente o un funzionario di una qualunque azienda.

E così, come i dirigenti passano da un'azienda all'altra, troppi uomini politici passano da un partito all'altro, da una parte all'altra. Non solo, ma come un direttore generale può abbandonare la vecchia azienda per fondarne un'altra, o per entrare in una cordata di "scalatori", un uomo politico può accordarsi con qualche amico per farsi un partito nuovo, o per scalare quello in cui aveva una posizione di livello inferiore.

La somiglianza si estende su un'altro piano. Quando un dirigente aziendale non ha fatto bene o lealmente il suo mestiere, può darsi che lo mandino via. Ma non ne soffrirà molto, sia perchè avrà una buona liquidazione, sia perchè, molte volte, troverà un altro posto da dirigente. E, di solito, il peso dei suoi errori ricadrà sui lavoratori dell'azienda.

Nei partiti mi pare che accada lo stesso. Vi sono dirigenti e "leader" che passano dall'uno all'altro senza pagare dazio, mentre il partito e i militanti "ripudiati", lo pagano sotto molte forme: disorientamento, scoraggiamento, frustrazione, sfiducia, derisione.

Così crescono l'antipolitica, il cinismo e il qualunquismo.

Per fortuna, a differenza dei dirigenti d'azienda, che non hanno motivo di giustificarsi, può darsi che alcuni uomini politici si vergognino un pochino delle loro giravolte, o abbiano paura delle conseguenze pratiche. Infatti recitano in ogni occasione dotti proclami politici che sono soltanto spiegazioni giustificatorie delle loro azioni.

Speriamo che, per un residuo di dignità o per cercare di salvarsi, la "corporazione" si renda conto che i partiti non sono aziende e che la politica non deve essere considerata l'unico mestiere che i suoi membri siano capaci di fare. Non è una ciambella di salvataggio per non annegare nella realtà di tutti.

 

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