Sessant’anni fa De Nicola promulgava la Carta

Tanti auguri Costituzione, ci piaci così controcorrente

Danilo Zolo

Liberazione 27 dicembre 2007

Costituzione, sei la bibbia laica ma l’articolo 11 oggi è il più violato. Sessant’anni fa veniva promulgata la carta costituzionale dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Nella globalizzazione non c’è tema più cruciale del ripudio della guerra. Troppi gli strappi: Jugoslavia, Afghanistan, Iraq

La Costituzione repubblicana ha svolto per decenni un ruolo normativo di grande rilievo. C’è chi, come Carlo Azeglio Ciampi, la considera una “Bibbia civile” o chi, come Oscar Luigi Scalfaro, la esalta come un documento di perenne validità perché ha posto al centro la persona umana. E tuttavia si deve riconoscere che, a sessant’anni compiuti, la nostra Carta costituzionale mostra la sua età. Le rughe sono molte e accanto alle rughe ci sono cicatrici e piaghe profonde. La piaga più grave è senza dubbio quella dell’articolo 11.

Le riforme istituzionali, che oggi i partiti reclamano, sono importanti, ma in tempi di globalizzazione imperante e di crescente ricorso all’uso della forza internazionale non c’è tema più cruciale di quello del “ripudio della guerra”. Ci troviamo in un mondo sconvolto da guerre devastanti e nel quale il terrorismo fa strage quotidiana di vittime innocenti. La vita umana è ferocemente violata dalle armi di distruzione di massa e l’industria della morte è più che mai fiorente. La produzione e il traffico delle armi da guerra, incluse quelle nucleari, è fuori dal controllo della cosiddetta “comunità internazionale”. E l’uso delle armi dipende dalla “decisione di uccidere” che attori statali e non statali prendono secondo le proprie convenienze strategiche. La morte, la mutilazione dei corpi, la tortura, il terrore, sono ingredienti di una cerimonia letale che in Occidente non sembra più suscitare emozione.

Nello stesso tempo, l’uccidere in nome del potere pubblico è tornato ad essere un compito nobile e ambito. Sotto l’aspetto della retribuzione, del rango sociale, del riconoscimento pubblico, i carnefici e i mercenari sono degni di rispettosa considerazione. Basti pensare all’impiccagione, voluta, organizzata e finanziata dagli Stati Uniti, dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein.

A partire dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, dopo la conclusione della ”guerra fredda”, abbiamo assistito a un ricorso crescente alla forza militare, quasi esclusivamente da parte delle potenze occidentali: la guerra del Golfo del 1991, l’invasione di Haiti, gli interventi militari in Somalia e in Ruanda, le due guerre balcaniche della Bosnia e del Kosovo, l’Afghanistan, l’aggressione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna contro l’Iraq, la guerra in Libano scatenata da Israele del 2006.

In tutti questi casi le potenze occidentali – anzitutto gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati - hanno usato la forza militare ignorando il diritto internazionale e violando i diritti più elementari delle persone. Bombe a grappolo e proiettili all’uranio impoverito sono stati largamente usati sia nella guerra del Golfo del 1991, sia nelle due guerre balcaniche, dal 1993 al 1999, sia in Afghanistan, in Iraq e in Libano. Il bombardamento della televisione di Belgrado, la strage di Mazar-i-Sharif, il lager di Guantanamo, l’eccidio al fosforo bianco di Fallujah sono esempi di un uso criminale della forza che nessuna Corte penale internazionale avrà mai il potere o il coraggio di sanzionare.

Il nostro paese, per volontà sia di governi di centro-sinistra sia di governi di centrodestra, è stato corresponsabile di una larga parte di questi gravissimi illeciti internazionali. Esso ha partecipato sistematicamente, con le proprie strutture militari, le proprie armi e le proprie basi, alle aggressioni decise dalle potenze occidentali contro Stati sovrani, per lo più deboli e poveri. Nel farlo i nostri governi e i nostri rappresentanti parlamentari - spesso votando in complicità bipartisan - hanno apertamente violato la Costituzione repubblicana. L’art. 11 stabilisce che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

L’uso della forza militare è consentito dall’art. 52 della Costituzione esclusivamente per la difesa da aggressioni esterne, come del resto è previsto dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite. Queste norme non solo sono state ripetutamente violate nel corso dell’ultimo decennio, ma si è affermata in Italia una tendenza a considerarle normativamente evanescenti, come se fossero ormai desuete. È in corso, in altre parole, un’operazione di normalizzazione costituzionale della guerra che intende privare l’art. 11 della Costituzione italiana – come l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite - di ogni valore vincolante.

Oggi l’Italia è coinvolta in due operazioni illegali: la guerra in Afghanistan e la vicenda del Kosovo. In entrambi i casi si tratta di palesi violazioni della Costituzione italiana. In Afghanistan, dopo l’attacco degli Stati Uniti e l’occupazione militare del territorio afghano, la forza di intervento internazionale (Isaf) si è insediata a Kabul nel dicembre 2001 con il compito di garantire la sopravvivenza del governo di Hamid Garzai, istituito illegalmente dagli occupanti. Insediatesi sotto le vesti di una missione multinazionale, le milizie dell’Isaf, di cui fa parte anche il contingente italiano, sono passate nell’agosto 2003 alle dipendenze della Nato, è cioè di una alleanza militare che nulla ha a che fare con le Nazioni Unite e che esprime di fatto, con la complicità europea, gli interessi della superpotenza americana. Quella che era stata presentata come una “missione di pace” a sostegno del popolo afghano si è rapidamente trasformata in una vera e propria guerra di aggressione a fianco delle truppe angloamericane.

Oggi la Nato fa strage quotidiana di civili innocenti bombardando le regioni del sud dell’Afghanistan, in particolare quella di Kandahar e di Helmand, con l’illusione di sconfiggere con il terrore la resistenza del popolo Pasthun (proditoriamente identificato tout court con il movimento Taliban). Evento non meno grave è la secessione del Kosovo, guidata dagli ex-leader del movimento terroristico dell’UÇK, con in testa Hashim Thaci. Il destino del Kosovo dipende dalla volontà degli Stati Uniti, che servendosi delle milizie della Nato hanno aggredito nel 1999 la Repubblica Federale Jugoslava, sotto la copertura di false motivazioni umanitarie. L’intervento della Nato ha cancellato di fatto l’autonomia politica della Serbia e ulteriormente frammentato i territori della ex-Jugoslavia secondo una logica imperiale che risale alla “questione d’Oriente”.

Il Kosovo, provincia autonoma della Serbia, è stato sottratto con la forza delle armi alla sovranità serba, anche grazie alla costruzione da parte degli Stati Uniti di una imponente base militare, Camp Bondsteeel, nel cuore del suo territorio. A questa guerra di aggressione ha largamente partecipato anche l’Italia ed oggi il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nel sostenere la secessione del Kosovo, nonostante che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, la 1244, ne abbia confermato l’appartenenza alla Serbia. Per di più, l’Italia si appresta a partecipare all’invio in Kosovo di 1800 poliziotti, giudici e funzionari amministrativi, in violazione della sovranità dello Stato serbo e del diritto internazionale. Alla illegale partecipazione alla guerra di aggressione contro la Federazione Jugoslava del 1999 si salda dunque strettamente l’illegalità del sostegno che oggi il governo italiano assicura alla secessione del Kosovo nel segno di una conclamata violazione dell’articolo 11 della Costituzione e di una continuità atlantista della politica estera italiana. Non da oggi, il diritto internazionale e la Costituzione italiana sono subordinati al culto della forza e al delirio di onnipotenza degli Stati Uniti.

 

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