Una rete di reti, d’uguaglianza e differenza Altro che partito...

Imma Barbarossa segreteria nazionale Prc-Se

Liberazione 28 dicembre 2007

Nei giorni in cui il cosiddetto popolo di sinistra partecipava (o assisteva) all’importante evento presso la Nuova Fiera di Roma, per una crudele coincidenza a Torino si consumava un tragico evento, fortemente emblematico degli effetti più disastrosi della sconfitta della sinistra, di quella sinistra che per tutto il Novecento si era costruita essenzialmente sull’autonomia della classe operaia e sulle lotte per il lavoro.

Se guardiamo alla frantumazione del lavoro, all’atomizzazione dei soggetti, alla crisi della rappresentanza del mondo del lavoro e alla sua rappresentazione come una “variabile dipendente” dal profitto e dagli interessi dell’azienda (oggi si dice sviluppo), ci rendiamo conto dell’impresa enorme, complicata a cui dovremmo accingerci, quanti, quante pensano che il capitalismo – ce l’ha insegnato Marx – non è l’ordine naturale del mondo e che un altro mondo possibile non è solo uno slogan. Ma c’è un altro ordine, che è apparso per secoli naturale, ben più naturale del capitalismo, ed è l’ordine patriarcale.

Anche Rossanda ne riconosce (o quasi) la priorità, perché è precapitalistico, perché addirittura può prescindere dal capitalismo, perché si basa su un nesso davvero originale, il nesso tra riconoscimento e conflitto. Il riconoscimento tra soggetti che possono essere accomunati dall’eros, dalla passione, dalla sessualità e il conflitto che le donne hanno imparato a dover praticare, per darsi parola autonoma e libertà; è questo il grande portato di questi ultimi trent’anni, la pratica di una lotta politica esterna e interna. Esterna nei confronti degli “orchi” violentatori (che abitano, come sappiamo, prevalentemente le mura domestiche) e “interna” nei confronti di un maschile che punta a cooptarci, ad avvolgerci di paternalistici omaggi, e in sostanza ad omologarci. Si aggiunge il Vaticano che pretende di convincerci che la complementarità (e di fatto la sudditanza e/o l’automoderazione) delle donne deriva dal diritto naturale e perciò vale erga omnes, non essendo un semplice oggetto di fede.

Dunque, quando usiamo la parola ricostruzione della Sinistra non intendiamo rifacimento della sinistra così com’era (sotto qualsiasi forma e qualsiasi cosa ciascuno/a intende per sinistra), ma invece ri-costruzione (col trattino) di uno spazio di autosoggettivazione in cui uguaglianza differenza e libertà siano le tre virtù teologali. Ecco allora che diventano comprensibili le parole con cui le “femministe autoconvocate” hanno voluto stigmatizzare la due giorni della Nuova Fiera. E in questo percorso di soggettivazione le femministe hanno “incontrato” i soggetti glbtq, non per allungare la lista delle rivendicazioni, ma per mettere al centro i corpi sessuati e la loro tensione alla libertà.

Tutto bene dunque? No certo. Intanto, perché è ancora difficile per noi farci capire e quindi dispiegare efficacia in assise così vaste, distratte da sirene di retorica tendenti a vellicare attese mediatiche e messianiche, e in secondo luogo – ma questo vale soprattutto per noi compagne del Forum delle donne – perché c’è una strada stretta, una specie di imbuto. Giacché, insieme e ciascuna per conto suo, abbiamo fatto la scelta, certo eccentrica, di stare in un partito comunista, erede – nonostante gli innegabili cambiamenti – delle forme del comunismo novecentesco (organizzazioni e pratiche), ovverossia di una forma di patriarcato teorico e politico. Anzi talvolta qualcuna di noi si è addirittura cimentata nell’intrecciare il femminismo con il marxismo attraverso, ad esempio, la critica degli assoluti di Marx, la definizione di libertà di Luxemburg e la trasformazione molecolare di Gramsci: sarà che ci piace confliggere con il pensiero forte piuttosto che con le teorie del post-moderno.

E’ ovvio che in questo conflitto il primo gradino che incontriamo è la questione delle gerarchie ed è vero che se pensiamo (semplificando) alla Sinistra unitaria e plurale come a una federazione di 4 partiti, ha ragione Sansonetti, perché 3 partiti più 1 (il nostro) uniti dovrebbero essere migliori, più “democratici”, meno gerarchici di un soggetto che si presenti come un partito con-fuso? Il ragionare è in astratto, ovviamente, perché 2 dei 4 partiti (Pdci e Verdi) non hanno intenzione di con-fondersi, gli uni per un più o meno comprensibile attaccamento all’identità comunista, gli altri perché non si sentono né di sinistra né “vicini ai comunisti”.

Ma non è questo il punto e l’interrogativo che ci pone il direttore di Liberazione. Non è solo, però, questione di gerarchia nelle forme storiche dei partiti comunisti, e nemmeno di oppressione maschile sulle donne. La forma dei partiti comunisti – lo diciamo come Forum delle donne da più di dieci anni – è totalmente inadeguata a rappresentare le soggettività sociali critiche per tanti motivi, innanzitutto perché è pensata per una politica maschile, di riconoscimento sociale e simbolico tra uomini, una sorta di fratriarcato in cui gli uomini si combattono e competono (ma si danno valore) fra loro in una sorta di recinto autoreferenziale che chiamano spazio pubblico, costruendo di fatto uno spazio in cui la differenza femminile è derubricata a rivendicazione, richiesta di spazi o di posti nelle istituzioni. Gli spazi sono occupati, si apre qualche varco per le quote, le donne vengono giudicate e misurate su capacità (politiche e di direzione) pesate su parametri maschili. Non vale la politica delle relazioni, non vale la messa in atto di modalità di direzione alternative.

E’ evidente che con questi parametri le donne con percorsi e pratiche femministe o vengono escluse o si autoescludono, o perché si ritengono inadeguate alla forma partito o perché – e più probabile – ritengono la forma partito (e purtroppo la politica) inadeguata a rappresentare la differenza politica femminile e la relazione tra i generi come fondativa della polis. Ma allora perché alcune di noi non pensano che il superamento del proprio partito in una forma liquida (che sarebbe la somma dei 4) non costituirebbe il superamento dei vizi della forma partito? La risposta è semplice: in primo luogo perché il superamento salvifico non esiste, l’uno avrebbe i difetti dei 4, poi perché in Rifondazione abbiamo, con altre, agito una pratica del conflitto abbastanza singolare, non ridotta alla richiesta di posti nella polis maschile, ma volta alla decostruzione del nesso tra maschile e potere, tra maschile e violenza, tra forza e violenza, tra comunità e stato, tra comunismi e nazionalismi.

Per questo penso alla Sinistra come una rete di reti, sull’esempio della Sinistra Europea italiana, da rafforzare ed estendere, ossia ad una sorta di rete di reti fondata sul nesso uguaglianza e differenza, dove l’autosoggettivazione sia la pratica ricorrente. Ecco perché penso al soggetto unico come a una forma davvero gerarchica e autoritaria nella sua apparente liquidità.

 

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