Sulla legge elettorale interviene il ministro dell’Interno, che sogna due grandi partiti con il 40%. Critici Sd, Pdci, Verdi e Idv ma anche l’Udc

Riforme, Amato fa arrabbiare i “piccoli”

Frida Nacinovich

Liberazione 30 dicembre 2007

Urgente, necessaria, da fare a tutti i costi. I partiti politici sembrano d’accordo, le tre più alte cariche istituzionali del paese la chiedono ufficialmente. La riforma elettorale è un argomento sempreverde, come gli aghi dell’albero di Natale. Tutti la cercano, tutti la vogliono, nemmeno fosse il barbiere di Siviglia. Ma fra il dire e il fare c’è di mezzo un metaforico mare, per qualcuno - ad esempio il leader dell’Udc Pierferdinando Casini - un assai meno metaforico governo istituzionale. Ma Giuliano Amato avverte: «Se cade Prodi ci sono le elezioni». Solo le elezioni.

Una curiosità, Gianfranco Rotondi della Nuova Dc pensava al dottor sottile come al presidente del Consiglio ideale di un governo istituzionale. Nel mentre, Silvio Berlusconi continua a considerarsi l’unico, indiscusso leader dell’opposizione. E forse non ha torto. Il Cavaliere di Arcore si è seduto al tavolo ristretto della riforma elettorale con davanti un solo interlocutore sia pur d’eccezione. Walter Veltroni. Il leader del Pd e quello del Ppl. Avversari politici di sempre, alleati politici in un momento topico. Quello della riforma elettorale. Due passi avanti e due passi indietro, come in un balletto.

Arriva la “bozza Bianco”, non piace e corre il rischio di non diventare mai un disegno di legge vero e proprio. Ma il tempo stringe, dicono in tanti. Perché la corte costituzionale deciderà a gennaio sull’ammissibilità del referendum ipermaggioritario Segni-Guzzetta, che rischierebbe di scompaginare ancor di più le forze in campo. Un bipartitismo mascherato, che tanto piace a Gianfranco Fini: «Se la legislatura dura - dice il leader di Alleanza nazionale - la legge elettorale può arrivare per via referendaria». Quelli di An restano i più grandi sostenitori del maggioritario, non gli unici, visto che anche dalle parti del piddì c’è chi spera di arrivarci al referendum. Non Veltroni, che ha scelto un’altra strada.

Ma torniamo a Giuliano Amato, è lui l’uomo del giorno sul fronte della riforma elettorale. La legge elettorale non è una bacchetta magica con cui ridurre la frammentazione politica: Amato sogna due grandi partiti. La ricetta del ministro dell’Interno per curare il sistema politico italiano non piace ai “piccoli”, né a quelli di centrosinistra né a quelli di centrodestra. «Se vogliamo adottare il modello tedesco, spagnolo o francese dobbiamo avere il coraggio di riconoscerci in un partito di centrosinistra e di centrodestra che arrivino ciascuno verso il 40%, con uno spazio minore per le diversità sui due lati», dice il ministro al “Corriere della sera”. «Se noi italiani - osserva Amato - non riusciamo a produrre due partiti di queste dimensioni a vocazione maggioritaria, è inutile che andiamo alla ricerca di artifizi nelle leggi elettorali». L’ex premier spiega così di guardare con favore al processo avviato da Silvio Berlusconi.

«Non amo lo stile da mimo» del Cavaliere, precisa, ma con il Popolo della libertà «ha capito, come noi, che si deve puntare al 40% e che non è la legge elettorale a creare il bipolarismo, ma la politica». Ecco perché il sistema spagnolo o quello tedesco non rappresentano un pericolo per il bipolarismo. Un ragionamento che nella maggioranza trova pochi difensori e molti critici. Fra i primi a sparare ad alzo zero sul ministro dell’Interno, il Verde Angelo Bonelli. «Un sistema basato su due partiti sarebbe gradito solo dal potere economico e non farebbe bene alla nostra democrazia», osserva il capogruppo alla Camera. «Voglio mettere in guardia Amato dall’illusione geometrica del bipartitismo», aggiunge il leader della Sinistra democratica Fabio Mussi. Per Roberto Villetti «chi batte la strada del colpo di forza parlamentare per imporre la propria visione istituzionale, imbocca, se non ci riesce, un vicolo cieco. O peggio, se ci riesce - dice ancora il capogruppo di socialisti e radicali - scivola in una deriva autoritaria».

Dello stesso tenore la replica di Massimo Donadi, dell’Italia dei Valori. «Questa visione non solo non è condivisibile, ma è quella che più di ogni altro problema rischia di mettere in difficoltà la maggioranza e di rendere difficoltoso il cammino del governo». Critiche su Amato piovono anche dall’opposizione. «La medicina al fallimento di questa stagione politica non può essere nel bipartitismo invocato da Amato», spiega Mario Baccini dell’Udc. Anche il suo collega di partito Luca Volontè sostiene che il modello statunitense non è applicabile e, a proposito della proposta Amato, parla di «americanata fuori luogo» da parte di un «omino politico». Intanto, sempre a proposito di riforma del sistema di voto, l’azzurro Fabrizio Cicchitto vede nella difesa del premier Romano Prodi dei piccoli partiti un «colpo durissimo» al tentativo di riforma portato avanti da Walter Veltroni. Interviene anche Savino Pezzotta. L’ex leader della Cisl chiede che il pluralismo venga semplificato, ma non compresso. Tutti parlano, tutti intervengono, la discussione continua. E non finirà certo con i botti di capodanno.

 

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