Valore del lavoro al centro, unità senza esitazioni

Ingrao: «La fine del mio Pci e la Sinistra di domani...»

Corradino Mineo Direttore RaiNews24

Liberazione 30 dicembre 2007

Ingrao: «La fine del mio Pci, la Sinistra di domani...» Un’intervista di “RaiNews24” con l’ex-presidente della Camera e grande leader della sinistra che racconta le ragioni della fine del Pci, gli errori di Occhetto, il moderatismo del Pd di Veltroni, la necessità per i giovani e la Sinistra di mettere al centro il lavoro e di unirsi, in maniera rigorosa, senza mezze misure.

Questa intervista, gentilmente concessa dall’autore, è andata in onda venerdì 28 dicembre, su RaiNews24 nella trasmissione “Il Caffé” in onda ogni giorno, dal lunedì al venerdì, alle 7 del mattino, su satellite, digitale terrestre e su Rai3. La versione video è vedibile su www.rainews24.rai.it

Marco Revelli qualche giorno fa diceva che gli operai sono diventati invisibili e che ci accorgiamo di loro solo quando esplode un’acciaieria a Torino e muoiono cinque operai. Come mai? Cosa è successo? Perché il mondo del lavoro è diventato così poco importante?

Perché c’è stata una sconfitta. Una grande sconfitta di fine secolo del movimento operaio. Perché questo è stato, io credo, il crollo dell’Urss. In Urss il punto in cui la sconfitta è stata attiva e palese è stato l’Afghanistan è lì che la crisi che già c’era a lungo precipita e presto si arriva alla sconfitta. E’ abbastanza singolare che in Italia questo si ripercuote un po’ più avanti ed è la faccenda di Occhetto...  

Però, dalla Bolognina in poi e dalla decisione di cambiare il nome del partito e non tanto la ragione sociale, da lì comincia una strana transizione italiana. Ricordo una cosa che dicevano i dirigenti del partito comunista, non lei, a quel tempo. Dicevano che il partito era come una piramide rovesciata, la base era più lontana dal popolo italiano di quanto non fosse il vertice, questo tipo di descrizione del vertice vicino al sentire del popolo italiano che poi ha animato la svolta, non è tipico di un certo modo di essere del Pci?

La considerazione può essere valida e contiene elementi importanti, però io sto per il modo in cui vissi anche tutta la questione a una spiegazione più elementare: è troppo stretta la vicinanza tra il crollo di Mosca e contemporaneamente l’operazione che viene fatta in Italia che era forse già preparata, perché insomma dietro la mossa di Occhetto c’erano tutte una serie di relazioni che lui aveva avuto allora con il mondo diciamo di Scalfari, per fare un nome esemplificativo. Però l’origine principale era già palese, la fine era dichiarata e aveva camminato lentamente. Ad esempio in quel promemoria di Togliatti che scrisse quando stava a Yalta c’erano le premesse e non furono affrontate, si lasciò aggravare la frattura con la Cina e con tutto l’enorme mondo dell’Asia e non utilizzò nemmeno tutta la comunicazione che si era creata con il mondo occidentale.

Ingrao è stato dirigente del partito comunista e talvolta critico nei confronti dell’Unione Sovietica. Probabilmente anche Togliatti si rendeva conto degli errori e degli orrori staliniani... Ma voi eravate comunisti?

Sì. Le parole poi bisogna prenderle per quelle che sono, è stata una grande parola. Sappiamo anche l’autore, chi l’ha scritta, quel tale Carlo Marx...

Però poi nei decenni che il sistema socialista realizzato portasse con sé una profonda ingiustizia è cosa che voi vedevate, non avete tardato molto a rompere i legami?

Noi lo vedevamo ma non avevamo la forza. La strada, mi sembra, che aveva tentato e preso Togliatti con luci e ombre era quella di mantenere e marcare dentro questo legame con il grande iniziatore sovietico una autonomia e una differenza.

Come la scelta di Occhetto di chiudere l’esperienza del periodo comunista interagisce con la sconfitta del movimento operaio?

Secondo me è una delle conseguenze di quella sconfitta e anche della controffensiva che viene dal mondo borghese occidentale. Non bisogna dimenticarlo. C’è l’Afghanistan e la sconfitta dell’Urss con il crollo del mondo sovietico e questo senza dubbio è il fatto essenziale. Contemporaneamente in occidente comincia di fatto la Trilateral ovvero l’offensiva della borghesia occidentale. Il grande capo italiano della Fiat ne ha a che fare in modo diretto. Diciamo che si sono dati da fare. Si era arrivati al punto dello scontro delle armate contro le armate.

Lei citava Marx, Lenin, non è che si può riproporre quel mondo, quali sono i valori secondo Ingrao che possono permettere ai giovani di contare di più agli operai di non essere invisibili, insomma una ripresa di quel movimento o uno sviluppo delle forze produttive che non sia angusto perché anguste sono le regole che gli si impongono.

Il valore del lavoro. Il valore del lavoro.

Dopo la Bolognina, dopo la nascita del Pds comincia una strana transizione italiana che in questi giorni si dice non solo incompiuta ma caratterizzata da errori di fondo, come la scelta del maggioritario per far funzionare ciò che non andava della repubblica ereditata dal ’48. Questi ultimi quindici anni come li vede, una transizione incompiuta, un grave errore?

Prima di tutto c’è stato il modo disastroso, senza fare alcune offesa, con cui Occhetto ha condotto la rottura, quello ha pesato molto...

Alcuni dei collaboratori di Occhetto dicono che la colpa fu di Ingrao perché minacciando una rottura del partito comunista gli impedì di fare quello che avrebbe voluto fare ossia qualcosa di simile al partito democratico che nasce oggi.

Ma la questione parte prima. L’iniziativa è proprio di Occhetto e senza fare nomi, di quel mondo che lo stimola in quella direzione. Citiamo un giornale, Repubblica, quella è la fonte che lo spinge e lo porta alla Bolognina, Occhetto è convinto - aveva avuto molte varianti, ce l’ha ancora adesso - lui è convinto che Berlinguer purtroppo si è spento. C’è una curiosa situazione, un curioso impatto allora in Italia e io lo vissi da lontano. Intanto scompare Berlinguer e questo incide su un corpo come il partito comunista italiano, poi c’era Craxi, era dilagata la sua iniziativa con la combinazione con la destra democristiana. Noi disperatamente e ostinatamente avevamo cercato di impedire questa operazione, avevamo soprattutto cercato di scartare puntando sulla “carta Moro” che si era spinta molto avanti io mi ricordo i colloqui che non solo Botteghe oscure ma che io stesso ebbi con Moro con il suo mondo da cui veniva sempre la risposta, “è troppo presto, bisogna andarci piano, bisogna aspettare”. Noi allora eravamo orientati con Berlinguer e dopo la frase sul compromesso storico, a trovare il contatto con il mondo cattolico o democristiano, quel contatto che avevamo avuto in modo molto frammentato prima ma mai in modo compatto. Mentre Craxi e Forlani si mettono subito d’accordo.

Oggi, c’è questo tentativo avviato di costruire il Pd che ha nel gruppo dirigente alcune persone che sono cresciute nella storia del Partito comunista italiano ed altri che sono cresciuti nell’ambito della Democrazia cristiana, questo in fondo si potrebbe presentare come un intesa fra comunisti o post comunisti e sinistre democristiane ma tutto è cambiato intanto o no?

Se parliamo di D’Alema e Veltroni, leviamole queste parole, non solo non sono comunisti, ma hanno rotto da tempo il legame e sono anche nella loro dislocazione storica sono dei moderati che hanno compiuto il passo che volevano compiere, può essere che trattano anche con Berlusconi, questo non lo so dire come andrà, ma diciamo che sono una forza moderata che si schiera. Poi c’è in questa vicenda tutta un’ala e una componente come Mussi, Bandoli e tanti altri che non accetta questo chiaro passaggio sulla spunta moderata.

Ingrao consiglierebbe o no di discutere con Silvio Berlusconi per avere una riforma elettorale che permetta di riprendere il cammino del nostro percorso costituzionale che si è interrotto 14 anni fa con il maggioritario che era diverso dallo spirito della Costituzione del ’48; lei sarebbe a favore di questo confronto con Berlusconi o no?

Io con Berlusconi non so che dirgli. Con lui no, non solo perché è il classico reazionario, non so immaginare un’operazione con un reazionario come lui, non mi fido nemmeno, non mi dà certezza... e mi pare che la cosa è confermata anche dal fatto che con la coalizione che si era creata con Fini con Casini la crisi sia palese ed evidente. Non so rispondere alla domanda... A me interessa di più quello che fa la sinistra.

E allora parliamone, della “cosa rossa”...

C’è un’ala che viene dal ceppo antico comunista, facciamo un esempio, Veltroni, che è un moderato, legittimamente un moderato, e quindi fa la sua iniziativa politica ha i suoi rapporti con tutto un mondo che riguarda anche la chiesa cattolica da cui spera molto, e poi c’è una parte che si dice di sinistra di centro sinistra, che ha detto di no ed è Mussi, Bandoli eccetera. E’ anche una costellazione. Non possono tardare e prolungare a lungo e in modo così faticoso l’operazione che bisogna fare che è quella di unirsi a sinistra. Volere i partitini, i mezzi partiti, i partiti che hanno solo un leader e neanche un iscritto - e non voglio fare nomi, li puoi immaginare - mi sembra poca cosa rispetto a realizzare l’intesa chiara, limpida e netta con Rifondazione comunista.

I suoi nipoti, i giovani di oggi come li vede. Mancano di ideali?

Non è vero che mancano di ideali né di passioni, sono delusi e non hanno accettato e non accettano una cosa che invece la mia generazione accettò, che cambiare il mondo che hanno intorno, o fanno quello che vedo fare anche intorno a me, si prendono un mestiere cercano di guadagnare dei soldi... se vogliono incidere sul mondo e sui valori c’è poco da fare, hanno bisogno di organizzarsi e di organizzarsi a livello di massa in modo abbastanza rigoroso.

 

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