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Delusione dal governo ma voglia di contare di più (e di non mollare), critiche e distanze con la linea della Cgil e speranze della “cosa rossa” necessaria (per un 20%, però inutile) ma nel concreto, sui territori, nella lotta, nella difesa dei punti del programma dell’Unione, a partire dal lavoro |
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Prc: tra governo e sinistra che fare? |
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Vittorio Rieser e Vittorio Mantelli Dip. Naz. Inchiesta |
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Liberazione 30 dicembre 2007 In queste note non daremo conto dettagliatamente dei risultati della seconda fase dell’inchiesta sul partito. Un’analisi, parziale ma rigorosa, dei suoi risultati la potete trovare qui a fianco. Ci soffermeremo invece sui “nodi politici” di più scottante attualità, che l’inchiesta ha toccato - anche se, coerentemente con la sua impostazione, non si è concentrata solo su questi ma sugli aspetti di funzionamento quotidiano del partito. E su questi “nodi” faremo considerazioni che si basano certo sui risultati dell’inchiesta, ma in modo abbastanza “libero”. Non c’è dubbio che i nodi politici principali del momento in cui l’inchiesta è stata effettuata (e del momento attuale) siano la nostra partecipazione al governo e la prospettiva della cosiddetta “cosa rossa”. Su questi, come vedremo, dall’inchiesta non emergono giudizi univoci o “semplici”: ma, proprio per questo, ci pare emergano indicazioni concrete sulle cose da fare. Sul governo, non c’è dubbio che ci sia una forte sensazione di disagio, per il divario tra le cose che noi sosteniamo (e che, sia pure parzialmente, si sono riflesse nel programma elettorale) e l’azione che il governo ha svolto sinora. Sono pochi quelli che condividono interamente il modo in cui si è realizzata la nostra partecipazione governativa (nazionale e locale). Ma sono anche una minoranza (sia pure più consistente) quelli che vedono come unica prospettiva valida l’uscita dal governo. La maggioranza indica la necessità di “pesare di più”, attraverso un rilancio della nostra iniziativa autonoma. E questo rilancio passa per due vie: la ripresa di un’iniziativa di massa e il peso che la “componente di sinistra” del governo saprà esercitare. Questi due aspetti rinviano direttamente a due problemi: il sindacato e la “cosa rossa”. Il sindacato. Emerge una tendenza diffusa a criticare pesantemente l’inadeguatezza della linea sindacale: questo non vale solo per quella minoranza di iscritti che appartengono ai sindacati di base (meno del 5% degli intervistati) ma per quella grande maggioranza che appartiene alla Cgil. Ma, appunto, la critica non si traduce in una scelta di appartenenza alternativa, ma nella richiesta di ripresa dell’iniziativa di lotta. La “cosa rossa”. Nella “domanda a risposta libera” finale, sono molti a sottolineare la necessità e l’urgenza di costruire una unità tra le forze di sinistra. Nella domanda specifica, dove le risposte erano “precodificate”, prevalgono i consensi “a determinate condizioni” - emerge la preoccupazione di non disperdere la ricca esperienza di Rifondazione Comunista. Certo, c’è una consistente minoranza “arroccata” attorno a una pura continuità di partito: ma è una minoranza. Ma allora, da queste risposte articolate e “non semplificabili” in slogan, emerge - secondo noi - una indicazione politica forte. Il punto di partenza dev’essere una ripresa dell’iniziativa di massa del partito, sui punti che abbiamo sempre sostenuto e che in parte siamo riusciti a tradurre (sulla carta!) nel programma dell’Unione. Di qui devono derivare le conseguenze sul governo: un nostro maggior peso, o l’esplodere di contraddizioni. Ed è questo il terreno su cui si costruisce la “cosa rossa”: provando insieme a costruire iniziative di massa e di lotta, verificando in queste il grado di unità e la rispettiva presenza nel sociale (con la collegata capacità organizzativa). Se su questo terreno si riesce a procedere insieme, l’unità è una prospettiva concreta e ravvicinata; se no, questo è il terreno più valido per misurare e discutere problemi e contraddizioni. Non è un’ipotesi velleitaria. La nostra inchiesta (già nella prima fase) ha messo in luce la ricchezza di iniziative locali, di lotte e vertenze territoriali, che il nostro partito produce quotidianamente. Queste possono essere “lasciate a se stesse”, e restare quindi chiuse nel loro ambito locale, o essere collegate ed orientate “secondo un piano”, che le renda parti organiche di un’iniziativa politica nazionale - verso il governo e nei rapporti tra le forze della sinistra. Solo in tal caso si può porre al centro di questa iniziativa quello che resta il tema cruciale: il lavoro, nelle forme nuove e multiformi che esso assume, nelle varie precarietà che oggi sempre più lo caratterizzano. Altrimenti, al massimo si potranno fare vertenze locali su un inceneritore o su una variante al piano regolatore - importanti, ma non sufficienti a preparare un’alternativa di società. Questo ci sembra il “messaggio forte” che (al di là dei dati specifici, pur molto rilevanti, riferiti ai singoli problemi) emerge dalla nostra inchiesta sul partito.
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