La crisi vista da sinistra (e senza ottimismi...)

Non è morta la politica ha vinto la restaurazione

Piero Sansonetti

Liberazione 22 dicembre 2007

Nell’articolo qui accanto, Bifo sostiene che la politica è morta e non c’è più speranza. Dice che le nuove generazioni sono state tagliate fuori dalla politica, perché hanno perso ogni possibilità di autonomia dal capitale. La sua è una analisi spietata e dichiaratamente disperata. In parte la condivido in parte no. Credo che l’analisi di Bifo esprima un sentimento diffuso, diffusissimo a sinistra, di accoratezza, rassegnazione, rabbia. E che dia spessore di analisi e di teoria a questo sentimento.

Dico in cosa dissento. Primo, io non credo che la politica sia morta, perché la politica non muore mai: cambia, si avvinghia al vincitore, si piega ad altri poteri, si camuffa, si acquatta o finge di acquattarsi, striscia o si impenna, ma resta sempre viva. Sono convinto che sia così. E allora? La mia opinione è che si sia aperta in Italia, e probabilmente in tutto l’occidente, una fase di vera e propria restaurazione. Voglio dire che la politica non è morta ma ha smesso di accompagnare - e sollecitare e guidare - la crescita della civiltà, come ha fatto negli ultimi due secoli, e ora sta adeguandosi ad una svolta ad ”U”, che porta le relazioni umane - civili, sociali, economiche, persino sessuali - molto indietro di tanti anni. E contemporaneamente - e di conseguenza - riporta indietro quello che si chiama lo “spirito pubblico”, cioè l’insieme delle acquisizioni e delle pulsioni culturali e del senso comune.

Questo però non vuol dire che la politica non c’è più. Vuol dire che noi (quando dico noi, intendo, un po’ genericamente, noi sinistra) eravamo abituati a considerare la politica un attrezzo a nostra disposizione, e la dominavamo, e la maneggiavamo con grande destrezza, e la utilizzavamo per “avanzare” noi e per fare avanzare l’opinione pubblica e le “relazioni civili”; e ora invece vediamo che non ci riusciamo più. Ma non perché la politica è sparita: l’hanno presa gli altri. I conservatori, ma sarebbe più giusto dire i reazionari. La usano, appunto, per realizzare la reazione, cioè per cancellare gran parte delle conquiste dell’ultimo secolo, per tornare indietro, per ricostruire un modello di società borghese e fortemente gerarchizzata e col potere fortemente accentrato in alto, che riporta gli orologi a prima del 1917, e per molti aspetti a prima del 1789 (mi riferisco, come è ovvio, alla rivoluzione russa e a quella francese).

Restaurazione non vuol dire “sconfitta” momentanea, seppure pesante, della sinistra. Significa una cosa molto più grande, molto più grave. Restaurazione è un disastro per la sinistra. Però la politica è viva, anche se non riusciamo più a utilizzarla. Perché non riusciamo a utilizzarla? Credo perché vorremmo continuare a usare i metri di giudizio e di azione che usavamo prima. Cos’è era, per noi, la politica (per tutti noi di sinistra: estremisti o moderati, governisti o gruppettari)? Uno strumento di trasformazione. La politica era, comunque - anche per i più estremisti - politica “governante” (che non vuol dire di governo). Io penso che la restaurazione non ci permetta più di concepire la politica in quel modo. Oggi si tratta di riorganizzare la sinistra intorno a grandi idee di resistenza, che servano a scompaginare la “nitida costruzione restaurativa” degli altri, a gettare dubbi, semi di anticonformismo, di rivolta, di rottura del pensiero unico. Non misurabili in termini, semplici, di trasformazione, e neppure - automaticamente - di conquista del consenso.

Io penso che sia così. E che l’obiettivo della Cosa Rossa sia esattamente questo: offrire un luogo, una casa, a tutte le energie e i pensieri di sinistra, offrendo sponda non solo ai pezzi di sinistra radicale sopravvissuti al ’900, ma anche ai riformisti, sbigottiti dalla corsa a destra del Pd, e anche alla grande diaspora cristiana, cattolica, in fuga dalla devastante svolta temporalista di papa Ratzinger, che in poco tempo ha raso al suolo il Concilio Vaticano II, dando l’ultima spallata e aprendo definitivamente la porta alla grande restaurazione.

Il secondo punto di dissenso da Bifo - molto simile al primo - è sui giovani. Lo accenno appena. Non credo che i giovani siano tagliati fuori dalla politica perché subalterni al capitale. Io penso che noi non abbiamo mai ragionato bene sul 1989, sulla sconfitta del comunismo. Non è stata solo una sconfitta nostra - questo ormai, lo abbiamo capito - ma è stata la vittoria di qualcun altro. E chi ha vinto ha cambiato tutti i termini e i riferimenti culturali, politici, e persino morali per chi è venuto alla politica e alla vita pubblica dopo l’89. Noi oggi continuiamo a ragionare di politica con la testa nostra (figlia della rivoluzione russa e del fordismo, o magari della dottrina sociale cristiana), loro no, i giovani ragionano sulla base di un “Dna” del proprio pensiero che è diverso dal nostro e che ha subito l’imprinting della rivoluzione liberista dell’89. Per questo c’è incomunicabilità tra noi e loro. E per questo c’è un macigno che separa sia loro che noi dalla possibilità di riconquistare la politica. Si può rimuovere questo macigno? Cercare di farlo vuol dire chiudersi in una politica di pura testimonianza? Ed è una vergogna fare una politica di pura testimonianza? O invece è dignitoso e utile? Lascio qui queste quattro domande.

 

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